Memoria

Memoria on Flickr.

Non parlavamo molto ultimamente….
Non avevamo molto da dirci, o forse non potevamo dirci molto.
Non avevamo mai parlato molto, non ne avevamo avvertito il bisogno: gli occhi e l’espressione del volto erano sempre stati il nostro linguaggio più vero. Ma ora, e sempre più spesso, i silenzi, lunghi, carichi di angoscia, grondanti di apprensione, si erano sostituiti per un tacito patto a tutte le forme di comunicazione tra noi.
Del resto, sapevamo entrambi che le parole sarebbero suonate false o non sincere per necessità… Quali parole avrebbero potuto essere consolatorie difronte a un esito imminente che era la negazione stessa della consolazione… Dopo ci sarebbe stato molto tempo a disposizione per le parole consolatorie, ma solo per uno di no due, solo per me… e questo lo sapevamo entrambi.
E mentre si toglieva le scarpe, quegli scarponi più pesanti per le incrostazioni che avevano accumulato intorno più che per i materiali con i quali erano costruite, quel rimprovero bonario deve essere suonato come una bestemmia alle orecchie di un credente, o, più semplicemente, come uno starter per uno sfogo troppo a lungo represso.
Del resto eravamo soli… gli unici due che sapevano con certezza, gli unici due che non potevano nemmeno sperare di sbagliarsi.
E solo la sua reazione mi aveva riflesso come in uno specchio spietato tutta l’assurdità o la stupidità del mio rimprovero.
Che senso poteva avere il mio consiglio di riposarsi a chi sapeva bene quale periodo di riposo stava per iniziare senza nessuna possibilità di rifiutarsi.
E le lacrime che per la seconda volta nella mia vita avevo visto solcare quelle guance scavate dal male e dalla fatica, più che le parole che smozzicate dal pudore faticavano a uscire dalla bocca e dal cuore, furono il segnale che tutte le ipocrisie erano finite.
Fu quasi una liberazione, un dividere il peso come tante volte avevamo fatto sulle strade infangate della nostra giovinezza: adesso potevamo aspettare insieme la vecchia signora, potevamo farci coraggio a vicenda senza le illusioni della speranza, amici finalmente come non lo eravamo mai stati.
Mi piace oggi riunire come a un convegno celebrativo gli unici muti testimoni di questo momento liberatorio ma anche di una vita degna di essere vissuta: un figlio, un paio di scarponi, una vanga e una cazzuola, anche queste orfane del manico come il figlio del padre e le scarpe del loro ultimo padrone.

Giorgio  su flickr mi lasciava il commento seguente:

Si può dire che due anfibi parlino? Ebbene, questi lo fanno.

E mi faceva venire in mente l’idea del “convegno” terapico:

Si Giorgio,
Parlano… ed è angosciante il non riuscire a tradurre in parole tutto quello che raccontano… per me, soprattutto, che ho fatto della parola un mestiere. Forse è per questo che morbosamente mi aggrappo alla macchina fotografica. In fondo uso la fotografia come terapia contro l’angoscia e la paura dell’oblio…

Grazie Giorgio per aver accettato di partecipare al “Convegno”.

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