Il passo solitario del pensare…

 

Ho foto di te che sorridi con quella smorfia di sufficienza di chi la sa un po’ più lunga di te, quel ghigno ironico che mi faceva sempre rimanere male ogni volta che da ragazzo tentavo di convincerti che le mie idee non potevano non essere giuste visto che tutti i testi di Storia e Filosofia ne attestavano il fondamento… e il tuo sorriso era li a  smontare i miei teoremi con la forza di chi conosceva gli uomini e le loro debolezze, i pensieri reconditi di chi ai sogni ha dovuto anteporre i morsi della fame, le fragilità di chi si era ormai rassegnato a vivere una vita di obbedienza piuttosto che di rivincite… e tutto questo in quella smorfia che mi sembrava ancora più accentuata quando poi ero costretto a darti ragione. Ed ho foto di te che ridi in modo spontaneo e senza malizia delle mie battute di uomo già fatto che ha capito ormai che quello che io credevo segno di vittoria era invece soltanto un sano e liberatorio disincanto. Il disincanto di chi ha visto troppo spesso vincere il negativo del mondo per aspettarsi la soluzione dei problemi attraverso le rivoluzioni. Il disincanto di chi riconosce le tue legittime aspirazioni ad un mondo più giusto ma ritiene di doverti farti scendere sul terreno della lotta per la sopravvivenza. E le tue risate erano diventate le mie ed era bello mostrarti che avevo capito, e la tua risata diventava approvazione e complicità. Ho foto di te che passeggi solitario per avere il tempo e il piacere di riflettere senza per forza dover rendere conto al mondo dei propri pensieri. Ma la foto che più ti rappresenta in questo momento e questa del tuo andare verso il buio con la tua ombra al seguito quasi a dirmi che in fondo non te ne sei mai andato… stai soltanto continuando il tuo solitario camminare per continuare a pensare in un mondo diverso dove il buio e le ombre del mondo non esistono più.

Sì nd’ha cungidatu n’atru!

E anche il 19 ha chiuso i battenti! Un altro numero che sta ad indicare una residenza “andata”. Ormai a San Mauro stanno diventando sempre di più le porte “chiuse” e sempre meno quelle “aperte”! L’altro giorno un signore ormai “diversamente giovane” mi ha fermato e mi ha detto con una punta di malinconica rassegnazione: “e ppuru Vicianzu s’ha cungidatu”…! E ti accorgi che ormai il paese è diventata una caserma dismessa dall’esercito nella quale non arrivano più reclute e rimane aperta solo per gli ultimi congedanti, finiti i quali sarà destinata a un oblio trista, forse anche angosciante, ma inevitabile… se non succedono “miracoli”

Le mani nel sacco

Quando metto le mani dentro il sacco ( letteralmente) delle diapositive o dei negativi allora emergono immagini reali e attuali di istanti e di visioni che in altri momenti rappresentavano il piacere della scoperta e l’esaltazione di aspettative che non sempre si realizzavano ma rimaneva pur sempre un momento irripetibile senza l’ausilio della macchina fotografica. Riportare sotto la luce del visore queste immagini non significa soltanto rivedere oggetti che ormai purtroppo sono sicuramente andati perduti, e in quanto tali assurgono alla dignità di reperti storici, ma significa per me personalmente un rivivere un tempo in cui cercare significava scavare alla ricerca di motivazioni che dessero un senso al ritorno… e al rimanere. E in fondo, ancora adesso, nonostante tutto, queste immagini riescono a riempire di contenuti il fosso che ho provato a scavare intorno alle mie radici.

L’uomo “nero”

Si avvicina ciondolando, completamente sommerso dalla sua mercanzia, e mi dico che in fondo lui è abituato a ben altri caldi e ancora più gravosi “impegni”. Ma subito nascondo nella parte più profonda del mio inconscio quello che immediatamente percepisco come un salvagente che la mia sporca coscienza cerca di buttare al mio io impregnato di pregiudizi e opportunismi più o meno coscienti. Che cosa ne potrei mai sapere io di quale grado di sopportazione è dotato questo ragazzo e delle fantomatiche fatiche a cui dovrebbe essere abituato… è razzismo anche questo… razzismo intellettuale ma pur sempre razzismo! Passa vicino ad alcune persone sotto gli ombrelloni vicini che non lo segnano di uno sguardo e poi si ferma vicino a noi e fa una cosa bellissima di cui sento sempre più la mancanza: dice ” Buon giorno”. Ci sono centinaia di persone che con chilometri di spiaggia vuota decidono di venire a piantare il loro ombrellone nella tua ombra senza neanche un miserabile ciao, e questo invece ti dice “buongiorno”! Mi verrebbe voglia di comprare tutto il corredo di fermacapelli e di ammennicoli vari solo per ringraziarlo. Ma poi fa qualcosa che ha del miracoloso di questi tempi: appena gli dico che non mi serve niente, mi risponde con un sorriso…è meraviglioso! Esiste! Si, esiste ancora la buona creanza! Il fondamento della civiltà, la buona educazione esiste ancora! Questo ragazzo è un prototipo di quelle che una volta si nomavano buone maniere e venivano catalogate nel galateo di Monsigor Della Casa. Chissà come cè finito in Africa questo libro. Non sarà per caso che quello che da noi deve essere scritto nei libri per ricordarcelo, in altre parti del mondo cè l’hanno invece scritto nel DNA. Ha ripreso lentamente il suo cammino. Non mi ha venduto niente, ma mi ha fatto un meraviglioso regalo: mi ha reso bella una giornata come le altre!

Un mondo diverso

Che vuoi che ti dica?Sento raccontarmi il mondo che abbiamo vissuto in un modo che me lo rende completamente diverso da quello che abbiamo visto... E finalmente ho capito che il mondo non è quello che vediamo ma é soltanto

Che vuoi che ti dica?
Sento raccontarmi il mondo che abbiamo vissuto in un modo che me lo rende completamente diverso da quello che abbiamo visto… E finalmente ho capito che il mondo non è quello che vediamo ma é soltanto “come lo vediamo”!
E allora è del tutto inutile tentare di descrivere agli altri una realtà che non possono, o forse, più semplicemente, non vogliono vedere.

Ho visto

Ho visto gente per lustri dormire
svegliarsi adesso e magicamente gridare.
E a te che in quei lustri hai gridato
Ti dicono complice di quelli che hanno rubato!

Ho visto gente arraffare di tutto senza vergogna
e in testa ai cortei adesso mettere gli altri alla gogna.
E a te che predicavi di un avvenire di onesti
Ti dicono pavido, proprio loro, i disonesti!

Ho visto gente applaudire convinta
La stessa di ieri, oggi é incazzata e scontenta,
E a te che gridavi “Abbasso i padroni”
Ti dicono di destra… loro… i ladroni!

Ho visto gente cambiare partito come puttane
adesso mostrarsi al mondo come vestali romane.
E a te che hai pensato, prima di tutto coerenza,
Ti dicono colpevole di tutta questa indecenza!

Ho visto gente che rideva di noi, sognatori e idealisti
Scoprirsi adesso in un mondo di opportunisti.
E a te che riempivi di fiori i loro cannoni
Ti dicono che in fondo hai scritto solo canzoni.

Ho visto gente…
Ecco, forse è questo il problema:
Ho visto!
E non riesco a dimenticarlo!

Eccuticci

Eccuticci c’ha d’arrivatu!
Eccuticci, u sapija d’ija ca prima o pua niscjva fora su discurzu!
Eccuticci, ma sintiva ca succidjia ra cosa!

Quando stamattina ho sentito Mimmo che si faceva sfuggire questa esclamazione mi so affrettato a trascriverla: fa parte di quelle esclamazioni tipiche della lingua delle nostre nonne in modo particolare. Inutile provare a spiegare il significato o l’origine etimologica che si perde nei meandri del crogiolo di civiltà che ci hanno fecondato. Era una esclamazione conclusiva che non ammetteva repliche, un modo per dire che qualsiasi altro discorso sarebbe stato inutile: Era la certificazione che un fatto era avvenuto e niente poteva intervenire per cambiarlo. Prova ne sia che l’esclamazione non faceva parte di conversazioni pacifiche ma solo di discussioni alterate o considerazioni sconsolate.

Mi sembrava giusto registrarla prima di perdersi nell’oblio delle “cose inutili”.

Chjiova…

Ci sono fotografie che ho fatto con tutto il pudore e la discrezione del mondo… ci sono fotografie che sembrano radiografie dei sentimenti… sono quelle immagini che penetrano oltre la superficie all’apparenza ed entrano dentro una dimensione intima che nessuno dovrebbe permettersi di violare… mi sembra, alcune volte, di fotografare i pensieri… e allora la vanagloria del risultato – quella fotografia che cercavi da tanto tempo – si scontra con quell’educazione al rispetto delle persone che è qualcosa che va ben al di là del mero aspetto formale. E allora la fotografia diventa soltanto una parte di una storia che soltanto lo sguardo “i du Zzu Rusaru” poteva raccontare e che rimane soltanto nella mia memoria.

Cartolina da San Mauro

cartolina

Per tutti quelli che….
Noi al Nord noi si fa la differenziata da una vita…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Se sporchi al Nord ti fanno la multa…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Che da noi, al Nord, c’è sempre pulito…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Da noi, al Nord, si rispettano le regole…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Da noi, al Nord, non si sgarra…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Il Sud non cambierà mai…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Al Sud buttano la spazzatura sulla strada anche d’inverno…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Passano sulla strada delle Serre e…. fanno finta di non vedere…
Oh yeah!

Il forfait della memoria

Oratorio

“Ha dittu ca stà jandu a fruffè”… oppure… “oramai puazzu jiri sulu a fruffè”. Modi di dire della preistoria tecnologica a San Mauro. Il tempo in cui l’interruttore era “U buttuni” l’energia elettrica era “ra correnti” e il contatore era “U puntatori”. Per chi lo possedeva il contatore: quei pochi fortunati mortali che avevano la fortuna e le risorse per farselo attaccare. La maggioranza delle case andava a ” fruffè”: “quandu s’appiccijavanu i luci i fora, tandu trasiva ra correnti intra a casa”. E questo diventava un “modus vivendi che scandiva i tempi della casa, inesorabile come un rasoio e irreversibile come un processo naturale: a una certa ora tutto si fermava o iniziava e i tempi li decideva il timer della “cabina i di cruci”. Per la quasi totalità delle persone questo era un fatto non solo accettato ma considerato alla stregua di qualsiasi altro fatto naturale…in fondo anche loro erano abituati ad andare a “fruffè”: si alzavano sempre alla stessa ora è andavano a dormire da una vita al calar del sole. Se questo circolo si interrompeva, questo avveniva quasi sempre per malattia o altro impedimento. E per la “corrente” era lo stesso: andava via solo se pioveva o tirava forte vento. “Quando piscijava o si piritava ra gaddrina”! Certe volte era il prezzo delle cose che si faceva a “fruffè”, un tutto compreso che faceva finire discussioni infinite su particolari molto spesso insignificanti e fastidiosi, ma molto spesso era anche un modo per mediare nelle compravendite e in ogni caso era la vita stessa delle persone un “fruffè”. La memoria funziona allo stesso modo, è un tutto compreso indistinto pronto all’uso ma non modificabile se non per impedimento o per un corto circuito dovuto a cause accidentali. Un magma leggero, impercettibile, quasi del tutto assente per buona parte della giornata che però si accende in alcuni momenti e illumina il niente. Solo allora ti accorgi che quello che ti porti nella testa è un fiume in piena che crea mille rivoli impossibili da seguire, pena una vertigine che ti impedisce di agire con consapevolezza, oppure una sensazione di angoscia di fronte ai meandri nei quali il fiume ti trasporta. Le immagini fotografiche diventano interruttori che agiscono in questo immenso “fruffè” della memoria. Quella sopra lo è diventata per il Maestro Franco Pignataro: appena gliela ho fatta vedere ho visto nei suoi occhi il fiume della memoria e i rivoli che assumevano i nomi di persone ( Maria i Turuzzu i Finita: la signora che balla con lui, Roberto Candeliere: l’artista che ha dipinto l’albero dietro ai ballerini, l’associazione “Nuove Proposte”, Suor Cinzia, il primo Oratorio, la sede nella casa delle “Callottuzze”, la prima Via Crucis, nomi, cose, fatti, avvenimenti, persone, date, … e la vertigine ti coglie e ti blocca il respiro, … e alle parole si sostituiscono i pensieri che portano la mente in una dimensione intima e profonda certificata da uno straniamento di cui solo gli occhi sono testimoni. Poi la memoria ritorna a “fruffè” in attesa di un nuovo interruttore o un nuovo temporale.

Ritorno al futuro

Saremo ricordati come la generazione che ha distrutto la millenaria cultura contadina dei nostri padri… abbiamo il dovere morale di segnare con le nostre “memorie” il posto dove l’abbiamo seppellita, perché altri,  migliori di noi,  possano riportarla alla luce. Ogni più piccola traccia di memoria può essere la mollica di pane che indica la strada.

A scirchijatu a terra…

Ha scirchijatu a terra… guardava la terra che calpestata e mormorava parole che avevano un suono e un senso atavico e familiare ma di un tempo troppo lontano per me, o forse soltanto segno di reminiscenze troppo in fretta messe in disparte. Parole come cornici contenenti stampe ingiallite e macchiate dal tempo ma ancora comprensibili solo a chi quei posti o quelle storie le ha viste e le ha vissute anche soltanto come inconsapevole spettatore… forse colpevolmente inconsapevole! “L’alivi stanu carricandu e serva l’acqua”…E la frase che, detta dopo un tempo interminabile rispetto alla prima, sembra senza senso, ma riporta a un tempo che ha le lancette dell’orologio  sintonizzate sulle necessità della terra prima che sulle nostre. Un orologio perpetuo che segue è non anticipa l’eterno ritorno dell’uguale…l’orologio del rito che rende ridicolo quello delle previsioni. La terra, la pianta, il frutto …. e poi l’uomo che finalmente osserva consapevole della sua caducità e della sua provvisorietà tutto quello che era veramente importante. Avrei voluto fare mille domande e a tutte avrei ricevuto una risposta ma non volevo rubare il tempo a che di tempo sente sempre di averne di meno del necessario… o forse mi rendevo conto che non sarebbe bastato il nostro tempo per dare risposte a tutte le domande. O, forse, la risposta era tutta nell’arsura che potevo vedere nei suoi occhi. Un’arsura di un’acqua che si beve solo con gli occhi e con la mente e la cui fonte è aperta solo il tempo che ci è concesso per catturarne il liquido con lo sguardo. “Chista è amarena” e “chisti su i lassani” … e con un gesto della mano le raccoglie per estirpare con l’altra la pianta rimasta… “Lassani e amareni” li dove i miei occhi da primitivo digitale vedevano solo piante e fiori da fotografare o da scansare: in fondo è tutto racchiuso qui il senso di estraneità che mi pervade quando vedo la loro appartenenza e capisco il senso della parola “coltivare” che non è solo lavoro ma è soprattutto “cura”. Cura della terra che ti cura|…Sarebbe bello come slogan ecologico per le nuove generazioni. Ha scirchijatu a terra… poi ci penso e mi viene da dire che “ha scirchijatu” la bestia uomo che avrebbe bisogno di tutta quella sapienza antica che sta scomparendo per sempre…. e “l’alivu carrica sempri i menu!”  E il passo si fa pesante, lo sguardo si volge verso il basso e tutta la malinconia traspare dal tremolio della voce che mormora soltanto un “jamunindi Cì”

A cìpia i du “Scifu”

C’è stato un tempo in cui la storia a San Mauro sembrava essersi fermata…mentre in altre parti del mondo si vendevano figoriferi, lavatrici e televisori, a San Mauro era ancora di moda “a vucata” che affondava le radici nella preistoria della civiltá contadina. Condizione essenziale per questa usanza obbligatoria e necessaria era la “cìpia” e tutto il contorno che questa presupponeva: un prato intorno per stendere la biancheria, una “caseddra” dove rifugiarsi e riparare la biancheria in caso di acquazzoni improvvisi, uno spiazzo o un camino dove far bollire “a quadara” e soprattutto l’essere vicina al paese per poter trasportare la biancheria sulla testa e sulle spalle se non si avevano animali a disposizione. “U Scìfu”, “Massu”, “Mastru Firranti”, “l’acqua i Bartulu” e altre fonti minori erano le lavanderie pubbliche-private della comunità Sammaurese. Solo chi ha partecipato almeno una volta al rito della “vucata”, come semplice spettatori (i ragazzini) o come lavandaia, può sapere come era facile trasformare una fatica immane in un momento di divertimento e di spensieratezza. Solo chi ha avuto la fortuna di assistere da ragazzino a questo rito può sapere come era facile che ragazze e donne di eta avanzata, pudiche e morigerate spose e madri di famiglia si trsformavano in impudiche narratrici di racconti porno e fatti sconci che solo alla “cipia” era possibile ascoltare. Era il luogo dell’ “educazione sentimentale” contadina e del pettegolezzo più sfrenato dove le donne, da sole tra donne, potevano liberarsi di tutti i freni inibitori che il chiuso delle case e della morale contadina imponeva. Era il salone delle donne in assenza del negozio di parrucchiere, era la piazza delle donne visto che quella del popolo era proibita. La memoria riporta purtroppo, o forse meno male,  soltanto risolini e risate liberatorie, ammiccamenti e gestualità sconce, nomi e “paranumi” che non si riesce a legare a fatti con nessi logici e comprensibili. La memoria però ricorda benissimo che il ragazzino di allora riusciva capire tutte quelle parole e quei gesti che diventavano oggetto di racconti, gesti e ammiccamenti tra ragazzi all’angolo della “ruha” alla sera prima di essere richiamati imperiosamente per andare a letto. E la “cìpia” diventava quasi un premio a cui aspirare alla prossima “vucata”. Della “cìpia” come piscina olimpionica dei “bambinichenonavevanomaivistoilmare” proveró a parlare una prossima volta.

Fenomenologia dell’immagine

Chiamo fenomenologia dell’immagine quella situazione in cui un oggetto ben definito come una fotografia evoca sensazioni, emozioni, stati d’animo e reazioni che vanno al di la delle condizioni materiali dell’oggetto. Una fotografia è tale per tutte le persone che vivono la civiltà dellimmagine ma ognuna di esse ha una relazione diversa con la scena che questa rappresenta, e quel che più conta, nessuna di queste relazioni potrà mai essere clonata. Il rapporto individuale con l’immagine è esclusivo, originale e non riproducibile. L’immagine sopra può essere emblematica a questo riguardo: le persone rappresentate sono per molti della mia età abbastanza note, Don Peppino, Carmelino Lucia, Pierino Ierardi, Raffaele Iuliano con la sigaretta in bocca, due persone che sono ben impresse nella mia memoria, un marito e una moglie e alcuni bambini che ricordo come se fosse ieri ma un po più  grandi nella mia mente. L’unico che a me non dice niente è il prete accovacciato sulla sinistra che da ricerche fatte risulta il proprietario della macchina fotografica. Ecco, quello che a me racconta questa fotografia è ovviamente una storia completamente diversa da qualunque altra storia che verrà evocata da ognuno di voi, da tutti coloro che la guarderanno da adesso non poi. Penso alle mogli ai figli e ai parenti di Pierino e Melino, penso a tutti coloro che ha vissuto 50 anni della loro vita insieme a Don Peppino. Ma penso anche a quelle persone che immediatamente assoceranno ai bambini e al marito e alla moglie un nome e un cognome. E perché non parlare di tutte quelle persone che ricorderanno un particolare, un maglione, un corpetto, un cappello che avevano del tutto dimenticato. La fotografia cessa di essere un semplice oggetto, un manufatto della ci viltà dei mass media e diventa un fenomeno, qualcosa che trascende la realtà materiale e diventa un transfert verso un tempo e uno spazio che esiste solo e soltanto dentro di noi e non potremmo riprodurlo per nessun altro, neanche per tutto l’oro del mondo. È questo il fascino della fotografia….tutto il resto è cartolina… Tutto il resto e Instagram e i suoi selfie.

40 anni di fotografia

40 anni di fotografie…Una seconda vita… una storia infinita di fotogrammi che scandiscono come un orologio di celluloide e di pixel ogni giorno di questi lunghi 40 anni. Ho nella testa una lanterna magica che gira continuamente illuminando lo schermo della memoria come un vecchio carosello diaporama degli anni 70. La lanterna gira continuamente facendo scorrere momenti e storie che solo io riesco a distinguere senza bisogno di rallentare il vortice che altri non potrebbero sopportare… e poi, come in una proiezione dia,  il telecomando si aziona per fermare la sequenza su quel fotogramma che mi riporta indietro nel tempo… In fondo la fotografia è una macchina temporale individuale dove la realtà storica si fa tutt’uno con il film impresso nella memoria. Ed in questi momenti che la macchina fotografica cessa di esistere lasciando il posto alla macchina virtuale presente nella mente del fotografo. Senza questa macchina mentale l’immagine fotografica sarebbe soltanto la riproduzione di un istante qualsiasi di un’esistenza qualsiasi,  in un mondo qualsiasi. Fotografare è un assicurarsi un ritorno… e un dipanare il filo d’Arianna che ti aiuta a ritrovare la strada percorsa nel labirinto ingannevole della memoria. Ogni fotografia è un viaggio a ritroso nel passato ma solo per il fotografo rappresenta una sosta della propria macchina del tempo. E senza saperlo il fotografo si dota di meccanismi che renderanno più agevoli questi viaggi anche se la motivazione immediata è quella di perfezionare la cattura dell’istante e nient’altro distrae da quest’obbiettivo. 40 anni di albe e tramonti, di appostamenti e colpi di fortuna, di volti e personaggi, di ricerca di luci e di ombre, di strade, terre e cose che non esistono più se non nel mio carosello. E allora questi 40 anni sono serviti a costruirmi quel palcoscenico dove io solo sono mago e spettatore, di uno spettacolo a cui ogni tanto decido di invitare qualcuno… all’inizio, infatti, questo era lo spettacolo della lanterna magica… e poi fu il cinema!

Nebbie

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C’è un mondo dove le forme perdono i contorni e tutto diventa evanescente, inafferrabile e pure presente. È  il mondo delle nebbie che rende fantastici e misteriosi paesaggi consuetudinari e ripetitivi fino alla noia. Sono i luoghi che non guardiamo quasi mai perché, impressi nella nostra memoria con una forma precostituita, diventano “già  visti”, “sempre gli stessi”. E invece niente è  mai lo stesso, niente si ripete nel tempo… tutto merita di essere guardato come se fosse, e come in effetti è, la prima volta. Tutto merita di essere cercato, atteso,…..trovato!

I luoghi della memoria

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Ci sono posti presenti solo nella memoria i cui confini risultano sbiaditi dal tempo… poi, magari mentre stai cercando altro, o mentre stai pensando a cose distanti migliaia di chilometri, con la coda dell’occhio e attraverso il finestrino della macchina, riesci a cogliere uno di questi luoghi nella realtà. Non è  importante se riportano al tuo vissuto o a quello di qualcuno che ha saputo raccontarteli. … è  importante che tu adesso abbia la macchina fotografica per farli diventare un istante di esistenza condivisa.
P.S. L’albero si trova tra il bivio Guerci e il biviere sulla strada…

Scampato pericolo

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Un istante prima che l’onda  ci travolga…. prima che il vortice si apra ad inghiottirci!  Le ali bagnate si muovono con difficoltà e gli schizzi di acqua salmastra ci impediscono di vedere con la necessaria lucidità tutto ciò  che siamo riusciti a lasciarci dietro le spalle….ma per questa volta ne siamo fuori in attesa della prossima…. in attesa di riprovarci. Oppure è  arrivato il momento di ritornare sulla spiaggia: è  più  noioso, meno inebriante, ma…..