Se ne vanno…

 

Ci sono persone che ti tengono compagnia anche soltanto per pochi minuti riempiti il più delle volte di non sense che nascono da quel modo antico di costruire uno sfottó che si va sempre più perdendo nell’era dei social network. Un dialogo cercato, quasi auspicato nella monotonia dei discorsi pesanti e tristi in tempi che di ” luci i paradisu” ormai ne mostra ben pochi. Un momento di allegra spensieratezza che assume il senso di un sortilegio nel mare dei problemi e delle negatività in cui sembriamo sprofondare sempre di più. Ci sono persone che riescono con una smorfia, un motto, un gesto e magari anche un benevolo benservito a farci spostare verso l’allegria il barometro dello spirito, rappresentanti di un mondo vedeva il bicchiere sempre mezzo pieno piuttosto che il contrario. Il “Signor Macuso”, così avevo imparato a chiamarlo ormai da quando avevo avuto l’ardire di sfotterlo sull’uso del bastone che da un certo punto in poi era stato costretto ad usare. E quando avevo osato affermare che questo era il senso della vecchiaia ormai, lui mi aveva risposto che era soltanto un mezzo per mantenere le distanze dalle ” gienti non “capacitevoli”! Il signor Mancuso è diventato anche il mio soggetto fotografico preferito con quel suo stare al gioco del personaggio che fa finta di non capire il perché di tanto interesse ma che forse lo aveva capito più del fotografo insistente. Centinaia di fotografie sotto la pioggia, al sole dei suoi ritorni dal rito del “Tè mattutino”, alla tappa dell’arco Salerno, prima di affrontare l’ultima tappa in salita sotto la lamia. Poi, negli ultimi tempi le foto più belle: quelle insieme ad Orelia che veniva a sorreggerlo nell’ultima frazione del ritorno a casa e quelle d’oro due seduti alla pachina dietro  la chiesa, sempre spontanei e senza schermaglie di rifiuti/in realtà/assenzi. Mi mancherà il suo burbero modo di congedarmi, la smorfia del suo sorriso che valeva più di qualsiasi altro saluto, il suo volermi bene che non aveva bisogno di parole e che riusciva a concentrare in quei pochi minuti di dialogo che aveva il piacere di dedicarmi.

Illustre “signor” Sindaco “Sola”

Sono un docente con 40 anni di servizio in posti dove non ci sono mezzi pubblici con distanze medie di 80 km al giorno. Una media di 180 giorni l’anno che moltiplicato 80 fanno 15000 km all’anno solo per andare a lavoro. Calcolando una media km per litro di 15 fanno 1000 litri di benzina l’anno per una spesa media di 1500 euro di spese solo per il carburante (60000 euri) + 4 macchine (Una per ogni 10 anni) per un totale di 60000 euro = 120000 euro di spese vive senza contare gomme, manutenzione, e accidenti vari con l’aggiunta di bollo e assicurazione che siccome siamo considerati tutti imbroglioni e ladri mi costa per quattro volte che a Milano. Tra bollo, assicurazione e revisioni li vogliamo mettere altri 40 000 euro… e siamo a 160 000 euro che il sottoscritto ha visto decurtato da uno stipendio medio di 1 500 euro mese.

150×12×40 = 720 000 euro

720000 – 160000= 560000

560000:40 = 14.000 annui e quindi circa 1200 euro al mese.

Non ho calcolato volutamente i costi di rotture e deterioramenti dovuti a strade del terzo mondo. Quando sento i miei amici del nord che rottamato le loro auto con le gomme originali mi metto a piangere pensando al mio “treno di gomme annuali”

E mi sono tenuto largo per evitare di mettermi a piangere e magari pensare ad un eventuale suicidio.

Ed ho volutamente calcolato solo il costo dei trasporti.

Per i quali nella sua Milano avrei speso una media di 20 euri al mese in tutto senza rischiare di morire ad ogni curva o ad ogni bivio della 106.

Ed io sono un privilegiato rispetto a quelli che vanno a lavorare per 1000 euro al mese con le mie stesse spese.

Illustre “signor” Sindaco “Sola”, come dice un mio arguto amico, per me, docente del Sud lo stipendio è inferiore da quando ho deciso di lavorare al sud e tutto questo grazie a quelli come lei che sulla questione meridionale hanno fatto la loro fortuna politica ed economica. Lo capisce adesso perché ogni volta che vado a votare centrosinistra e penso a quelli come lei mi sento stupido, masochista, e nella migliore delle ipotesi soltanto rincoglionito?

Ma io, “signor Sindaco Sola” continuerò a pensare che voi siete solo una “malattia infantile” del processo di emancipazione delle masse lavoratrici, una infezione temporanea che ci rafforza più di quanto voi possiate immaginare. Penso che la storia saprà valutarvi per quello che siete: opportunisti della specie peggiore! ( e mi mantengo nell’ambito della decenza perché non è opportuno che un docente mostri al mondo tutte le sconcezze e le volgarità che mi passano per la mente da quando ho letto le sue elucubrazioni).

Il passo solitario del pensare…

 

Ho foto di te che sorridi con quella smorfia di sufficienza di chi la sa un po’ più lunga di te, quel ghigno ironico che mi faceva sempre rimanere male ogni volta che da ragazzo tentavo di convincerti che le mie idee non potevano non essere giuste visto che tutti i testi di Storia e Filosofia ne attestavano il fondamento… e il tuo sorriso era li a  smontare i miei teoremi con la forza di chi conosceva gli uomini e le loro debolezze, i pensieri reconditi di chi ai sogni ha dovuto anteporre i morsi della fame, le fragilità di chi si era ormai rassegnato a vivere una vita di obbedienza piuttosto che di rivincite… e tutto questo in quella smorfia che mi sembrava ancora più accentuata quando poi ero costretto a darti ragione. Ed ho foto di te che ridi in modo spontaneo e senza malizia delle mie battute di uomo già fatto che ha capito ormai che quello che io credevo segno di vittoria era invece soltanto un sano e liberatorio disincanto. Il disincanto di chi ha visto troppo spesso vincere il negativo del mondo per aspettarsi la soluzione dei problemi attraverso le rivoluzioni. Il disincanto di chi riconosce le tue legittime aspirazioni ad un mondo più giusto ma ritiene di doverti farti scendere sul terreno della lotta per la sopravvivenza. E le tue risate erano diventate le mie ed era bello mostrarti che avevo capito, e la tua risata diventava approvazione e complicità. Ho foto di te che passeggi solitario per avere il tempo e il piacere di riflettere senza per forza dover rendere conto al mondo dei propri pensieri. Ma la foto che più ti rappresenta in questo momento e questa del tuo andare verso il buio con la tua ombra al seguito quasi a dirmi che in fondo non te ne sei mai andato… stai soltanto continuando il tuo solitario camminare per continuare a pensare in un mondo diverso dove il buio e le ombre del mondo non esistono più.

Se guardo Sanremo

  1. Aspetto con ansia il nuovo modello di smartphone perchè il vecchio non è più performante;
  2. Passo le mie domeniche negli ipermercati per vedere se riesco a portare a casa a buon prezzo quella firma che sogno di notte di indossare;
  3. Controllo ogni santissima ora se l’offerta volo più hotel per i paradisi tropicali si sia finalmente materializzata sul sito delle vacanze dei VIP
  4. Mi passo le serate a leggere tutte le caratteristiche dell’ultimo modello di SUV superaccessoriato da 70 mila Euro in su;
  5. Non riesco a rinunciare al rito dell’apericena nel nuovo locale della movida
  6. Faccio sfracelli per iscrivere i miei figli alla Bocconi o al College americano più trend del momento;
  7. Magari divento anche “fratello” di qualche comunità catecomunale o diacono della cattedrale;
  8. Mi diverto a “cazzeggiare” nel salotto della marchesa de “tantoiltitolomelosonocomprato;
  9. Mi tengo in forma correndo al mattino con indosso 3000 euro di firme sportive;
  10. E magari mi faccio pure qualche ritocchino perchè l’immagine conta;
  11. Etcetera, etcetera….

E dopotuttoquesto sono ancora di sinistra e un potenziale rivoluzionario nel senso “Gramsciano”.

Poi mi sveglio al mattino e mi trovo riflessioni che mi richiamano al fatto che dovrei tornare a parlare di rivoluzione per non farmi risucchiare dal vortice del consumismo che Sanremo rappresenta all’ennesima potenza.

E allora vado in crisi:

Se guardo e commento Sanremo divento senza “se” e senza “ma” un controrivoluzionario, pure di destra e ovviamente ignorante .

C…zo! Ecco perchè la sinistra non vince in italia e quando vince fa cagare:

Perchè “Cipputi” si è messo a guardare e commentare Sanremo!

Ma andate molto, ma molto rivoluzionariamente,… affanculo!

Sì nd’ha cungidatu n’atru!

E anche il 19 ha chiuso i battenti! Un altro numero che sta ad indicare una residenza “andata”. Ormai a San Mauro stanno diventando sempre di più le porte “chiuse” e sempre meno quelle “aperte”! L’altro giorno un signore ormai “diversamente giovane” mi ha fermato e mi ha detto con una punta di malinconica rassegnazione: “e ppuru Vicianzu s’ha cungidatu”…! E ti accorgi che ormai il paese è diventata una caserma dismessa dall’esercito nella quale non arrivano più reclute e rimane aperta solo per gli ultimi congedanti, finiti i quali sarà destinata a un oblio trista, forse anche angosciante, ma inevitabile… se non succedono “miracoli”

Le mani nel sacco

Quando metto le mani dentro il sacco ( letteralmente) delle diapositive o dei negativi allora emergono immagini reali e attuali di istanti e di visioni che in altri momenti rappresentavano il piacere della scoperta e l’esaltazione di aspettative che non sempre si realizzavano ma rimaneva pur sempre un momento irripetibile senza l’ausilio della macchina fotografica. Riportare sotto la luce del visore queste immagini non significa soltanto rivedere oggetti che ormai purtroppo sono sicuramente andati perduti, e in quanto tali assurgono alla dignità di reperti storici, ma significa per me personalmente un rivivere un tempo in cui cercare significava scavare alla ricerca di motivazioni che dessero un senso al ritorno… e al rimanere. E in fondo, ancora adesso, nonostante tutto, queste immagini riescono a riempire di contenuti il fosso che ho provato a scavare intorno alle mie radici.

L’uomo “nero”

Si avvicina ciondolando, completamente sommerso dalla sua mercanzia, e mi dico che in fondo lui è abituato a ben altri caldi e ancora più gravosi “impegni”. Ma subito nascondo nella parte più profonda del mio inconscio quello che immediatamente percepisco come un salvagente che la mia sporca coscienza cerca di buttare al mio io impregnato di pregiudizi e opportunismi più o meno coscienti. Che cosa ne potrei mai sapere io di quale grado di sopportazione è dotato questo ragazzo e delle fantomatiche fatiche a cui dovrebbe essere abituato… è razzismo anche questo… razzismo intellettuale ma pur sempre razzismo! Passa vicino ad alcune persone sotto gli ombrelloni vicini che non lo segnano di uno sguardo e poi si ferma vicino a noi e fa una cosa bellissima di cui sento sempre più la mancanza: dice ” Buon giorno”. Ci sono centinaia di persone che con chilometri di spiaggia vuota decidono di venire a piantare il loro ombrellone nella tua ombra senza neanche un miserabile ciao, e questo invece ti dice “buongiorno”! Mi verrebbe voglia di comprare tutto il corredo di fermacapelli e di ammennicoli vari solo per ringraziarlo. Ma poi fa qualcosa che ha del miracoloso di questi tempi: appena gli dico che non mi serve niente, mi risponde con un sorriso…è meraviglioso! Esiste! Si, esiste ancora la buona creanza! Il fondamento della civiltà, la buona educazione esiste ancora! Questo ragazzo è un prototipo di quelle che una volta si nomavano buone maniere e venivano catalogate nel galateo di Monsigor Della Casa. Chissà come cè finito in Africa questo libro. Non sarà per caso che quello che da noi deve essere scritto nei libri per ricordarcelo, in altre parti del mondo cè l’hanno invece scritto nel DNA. Ha ripreso lentamente il suo cammino. Non mi ha venduto niente, ma mi ha fatto un meraviglioso regalo: mi ha reso bella una giornata come le altre!

Un mondo diverso

Che vuoi che ti dica?Sento raccontarmi il mondo che abbiamo vissuto in un modo che me lo rende completamente diverso da quello che abbiamo visto... E finalmente ho capito che il mondo non è quello che vediamo ma é soltanto

Che vuoi che ti dica?
Sento raccontarmi il mondo che abbiamo vissuto in un modo che me lo rende completamente diverso da quello che abbiamo visto… E finalmente ho capito che il mondo non è quello che vediamo ma é soltanto “come lo vediamo”!
E allora è del tutto inutile tentare di descrivere agli altri una realtà che non possono, o forse, più semplicemente, non vogliono vedere.

Ho visto

Ho visto gente per lustri dormire
svegliarsi adesso e magicamente gridare.
E a te che in quei lustri hai gridato
Ti dicono complice di quelli che hanno rubato!

Ho visto gente arraffare di tutto senza vergogna
e in testa ai cortei adesso mettere gli altri alla gogna.
E a te che predicavi di un avvenire di onesti
Ti dicono pavido, proprio loro, i disonesti!

Ho visto gente applaudire convinta
La stessa di ieri, oggi é incazzata e scontenta,
E a te che gridavi “Abbasso i padroni”
Ti dicono di destra… loro… i ladroni!

Ho visto gente cambiare partito come puttane
adesso mostrarsi al mondo come vestali romane.
E a te che hai pensato, prima di tutto coerenza,
Ti dicono colpevole di tutta questa indecenza!

Ho visto gente che rideva di noi, sognatori e idealisti
Scoprirsi adesso in un mondo di opportunisti.
E a te che riempivi di fiori i loro cannoni
Ti dicono che in fondo hai scritto solo canzoni.

Ho visto gente…
Ecco, forse è questo il problema:
Ho visto!
E non riesco a dimenticarlo!

Rettangoli di memoria

E’ come se il tempo potesse decidere di ritornare su se stesso in un momento preciso della nostra vita; un momento di cui niente è rimasto nella nostra memoria fisica e di cui niente avremmo mai potuto immaginare fosse rimasto di recuperabile anche nei ricordi di coloro che ci hanno visto crescere quando ancora non capivamo quello che ci succedeva intorno. Poi qualcuno, una persone che non ti conosce neanche, ti regala la possibilità di scannerizzare una fotografia che appartiene al suo passato. Un passato che niente al mondo avrebbe mai messo in relazione con il tuo… niente!
E invece sulla fotografia compare la sagoma di un bambino che è l’esatta riproduzione dell’immagine che io ho di me stesso ben impresso nella memoria… e accanto emergono altri bambini di cui non ricordavo nemmeno l’esistenza e altri che solo grazie a facebook ho rivisto dopo una intera vita.
Non ricordo niente della scena ripresa, nemmeno di cosa ci fosse di così importante da meritare una fotografia, ma noi c’eravamo ed è attraverso questo frammento di carta che posso aggiungere una pagina al libro della mia memoria che piano piano tento di ricostruire ogni giorno.

Eccuticci

Eccuticci c’ha d’arrivatu!
Eccuticci, u sapija d’ija ca prima o pua niscjva fora su discurzu!
Eccuticci, ma sintiva ca succidjia ra cosa!

Quando stamattina ho sentito Mimmo che si faceva sfuggire questa esclamazione mi so affrettato a trascriverla: fa parte di quelle esclamazioni tipiche della lingua delle nostre nonne in modo particolare. Inutile provare a spiegare il significato o l’origine etimologica che si perde nei meandri del crogiolo di civiltà che ci hanno fecondato. Era una esclamazione conclusiva che non ammetteva repliche, un modo per dire che qualsiasi altro discorso sarebbe stato inutile: Era la certificazione che un fatto era avvenuto e niente poteva intervenire per cambiarlo. Prova ne sia che l’esclamazione non faceva parte di conversazioni pacifiche ma solo di discussioni alterate o considerazioni sconsolate.

Mi sembrava giusto registrarla prima di perdersi nell’oblio delle “cose inutili”.

Chjiova…

Ci sono fotografie che ho fatto con tutto il pudore e la discrezione del mondo… ci sono fotografie che sembrano radiografie dei sentimenti… sono quelle immagini che penetrano oltre la superficie all’apparenza ed entrano dentro una dimensione intima che nessuno dovrebbe permettersi di violare… mi sembra, alcune volte, di fotografare i pensieri… e allora la vanagloria del risultato – quella fotografia che cercavi da tanto tempo – si scontra con quell’educazione al rispetto delle persone che è qualcosa che va ben al di là del mero aspetto formale. E allora la fotografia diventa soltanto una parte di una storia che soltanto lo sguardo “i du Zzu Rusaru” poteva raccontare e che rimane soltanto nella mia memoria.

Cartolina da San Mauro

cartolina

Per tutti quelli che….
Noi al Nord noi si fa la differenziata da una vita…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Se sporchi al Nord ti fanno la multa…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Che da noi, al Nord, c’è sempre pulito…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Da noi, al Nord, si rispettano le regole…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Da noi, al Nord, non si sgarra…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Il Sud non cambierà mai…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Al Sud buttano la spazzatura sulla strada anche d’inverno…
Oh yeah!

Per tutti quelli che….
Passano sulla strada delle Serre e…. fanno finta di non vedere…
Oh yeah!

Il forfait della memoria

Oratorio

“Ha dittu ca stà jandu a fruffè”… oppure… “oramai puazzu jiri sulu a fruffè”. Modi di dire della preistoria tecnologica a San Mauro. Il tempo in cui l’interruttore era “U buttuni” l’energia elettrica era “ra correnti” e il contatore era “U puntatori”. Per chi lo possedeva il contatore: quei pochi fortunati mortali che avevano la fortuna e le risorse per farselo attaccare. La maggioranza delle case andava a ” fruffè”: “quandu s’appiccijavanu i luci i fora, tandu trasiva ra correnti intra a casa”. E questo diventava un “modus vivendi che scandiva i tempi della casa, inesorabile come un rasoio e irreversibile come un processo naturale: a una certa ora tutto si fermava o iniziava e i tempi li decideva il timer della “cabina i di cruci”. Per la quasi totalità delle persone questo era un fatto non solo accettato ma considerato alla stregua di qualsiasi altro fatto naturale…in fondo anche loro erano abituati ad andare a “fruffè”: si alzavano sempre alla stessa ora è andavano a dormire da una vita al calar del sole. Se questo circolo si interrompeva, questo avveniva quasi sempre per malattia o altro impedimento. E per la “corrente” era lo stesso: andava via solo se pioveva o tirava forte vento. “Quando piscijava o si piritava ra gaddrina”! Certe volte era il prezzo delle cose che si faceva a “fruffè”, un tutto compreso che faceva finire discussioni infinite su particolari molto spesso insignificanti e fastidiosi, ma molto spesso era anche un modo per mediare nelle compravendite e in ogni caso era la vita stessa delle persone un “fruffè”. La memoria funziona allo stesso modo, è un tutto compreso indistinto pronto all’uso ma non modificabile se non per impedimento o per un corto circuito dovuto a cause accidentali. Un magma leggero, impercettibile, quasi del tutto assente per buona parte della giornata che però si accende in alcuni momenti e illumina il niente. Solo allora ti accorgi che quello che ti porti nella testa è un fiume in piena che crea mille rivoli impossibili da seguire, pena una vertigine che ti impedisce di agire con consapevolezza, oppure una sensazione di angoscia di fronte ai meandri nei quali il fiume ti trasporta. Le immagini fotografiche diventano interruttori che agiscono in questo immenso “fruffè” della memoria. Quella sopra lo è diventata per il Maestro Franco Pignataro: appena gliela ho fatta vedere ho visto nei suoi occhi il fiume della memoria e i rivoli che assumevano i nomi di persone ( Maria i Turuzzu i Finita: la signora che balla con lui, Roberto Candeliere: l’artista che ha dipinto l’albero dietro ai ballerini, l’associazione “Nuove Proposte”, Suor Cinzia, il primo Oratorio, la sede nella casa delle “Callottuzze”, la prima Via Crucis, nomi, cose, fatti, avvenimenti, persone, date, … e la vertigine ti coglie e ti blocca il respiro, … e alle parole si sostituiscono i pensieri che portano la mente in una dimensione intima e profonda certificata da uno straniamento di cui solo gli occhi sono testimoni. Poi la memoria ritorna a “fruffè” in attesa di un nuovo interruttore o un nuovo temporale.

Siccità

Renella

Era un’annata come questa, di quelle che nella “memoria d’uomo” non se ne ricordano mai, di quelle che “i cambiamenti climatici irreversibili”, di quelle che “il buco dell’ozono è sempre più largo. Era un’annata come questa… e come le tante altre che verranno con e senza buchi dell’ozono “che poi noi non lo abbiamo mai visto e se fosse vero che è così largo dovrebbe pure vedersi quando non ci sono le nuvole”. E non ne voleva sapere di piovere…ormai erano mesi. E Don Peppino ormai tutte le sere aspettava il mai troppo lodato Colonnello Edmondo Bernacca che non si voleva decidere a fare andar via sto anticiclone delle Azzorre che era la colpa di tutto sto sfacelo di asciuttura. Eppure bastava poco, una piccola nuvola sulla Calabria che poi ci pensava la Madonna a farla diventare più grande e carica d’acqua. E finalmente la nuvola comparve sul meraviglioso 14 pollici del Grundig in bianco e nero della canonica e la signorina Pina quasi si lascia sfuggire un urlo di gioia come se Don Peppino non fosse stato fin troppo categorico: nessuno deve sapere che alla televisione hanno previsto la pioggia. Il miracolo lo deve fare tutto la Madonna e magari proprio quando la processione sta tornando dalla Renella. E se poi saranno solo quattro gocce non ci formalizziamo di certo: l’importante è il “segno” che le preghiere sono state accolte, il resto sta tutto nei misteri gaudiosi della fede. Intanto, almeno per un giorno facciamo il miracolo di far portare il Quadro a quei bestemmiatori e peccatori di uomini che non si confessano mai…pua accurriandu prigandu e ringraziamu a pruvvidijanza!

Cartoline

Ci sono nel mio archivio cimeli che hanno una importanza documentale di valore inestimabile in prospettiva storica. Questa cartolina, una pittografia del 1942, mostra alcuni particolari che la memoria degli uomini non potrebbe mantenere senza un riferimento visivo. Per molti dei sessantenni di oggi il campanile con la piccola campana è presente nella parte più recondita della loro memoria ma nessuno di loro saprebbe riprodurlo su carta senza l’ausilio di un’immagine. Tutti risponderebbero con la nostra espressione tipica: “Mu ricuardu cumi nu suannu”. Ecco la bellezza della fotografia: riportare le cose nella loro dimensione reale togliendole dall’evanescenza del sogno; in questo consiste quello che in “Rettangoli di memoria” descrivevo come il suo farsi dovumento, fonte certa, necessità fondativa per la nostra comunita. Ho trovato immagini del nostro passato nella spazzatura, ho rovistato le discariche come un affamato in cerca di cibo. Ho provato un senso di smarrimento di fronte alla colposa ignoranza di coloro che avevano buttato la memoria della loro famiglia e della comunità nella spazzatura. Bisogna costruire la cultura della memoria che sappia distinguere il materiale dell’immaginario e sappia promuovere ogni più piccolo particolare come un necessario tassello per la composizione del mosaico. Una cartolina, una fotografia, una lettera, sono elementi “Matrioska”, che contengono al loro interno nodi di una rete informativa troppo preziosa per diventare un rifiuto. Ognuno può essere “nodo” di questa rete semplicemente conservandole, o più attivamente, pubblicandole.

Assolate giornate d’agosto

Piazza del Popolo
Piazza del popolo

Assolate giornate agosto. Sempre le stesse, la piazza sempre vuota con i sedili che si riempiono piano piano seguendo il criterio del fresco: “a matina a ru siattu i Liviu e ra sira a ra scala i Peppina i Petruzza”. E gli occupanti rimangono eternamente gli stessi dal punto di vista generazionale: niente giovani, loro vanno a stare al fresco sotto l’ombrellone. Non cambia niente nelle costanti di sempre, nemmeno i discorsi: “n’ annata cumi chissa ija mo è parecchjiu c’ u ra vìdjia! Le case, la forma delle macchine, particolari transitori e utili solo dal punto di vista della storia personale o locale; il resto no, Il resto è immutabile in un eterno ritorno o dell’ uguale che se la ride della nostra memoria individuale. Eppure tutto questo, per la prima volta nella storia, è destinato a finire insieme alla storia millenaria della cultura contadina: nella civiltà virtuale dei social network il fresco dei condizionatori prende il posto dei sedili in piazza e le generazioni si dividono nelle chat private, ma i discorsi no; i discorsi rimangono gli stessi: Un caldo così non si è mai visto.
E le pietre se la ridono della scarsa memoria degli uomini!

Ritorno al futuro

Saremo ricordati come la generazione che ha distrutto la millenaria cultura contadina dei nostri padri… abbiamo il dovere morale di segnare con le nostre “memorie” il posto dove l’abbiamo seppellita, perché altri,  migliori di noi,  possano riportarla alla luce. Ogni più piccola traccia di memoria può essere la mollica di pane che indica la strada.

A scirchijatu a terra…

Ha scirchijatu a terra… guardava la terra che calpestata e mormorava parole che avevano un suono e un senso atavico e familiare ma di un tempo troppo lontano per me, o forse soltanto segno di reminiscenze troppo in fretta messe in disparte. Parole come cornici contenenti stampe ingiallite e macchiate dal tempo ma ancora comprensibili solo a chi quei posti o quelle storie le ha viste e le ha vissute anche soltanto come inconsapevole spettatore… forse colpevolmente inconsapevole! “L’alivi stanu carricandu e serva l’acqua”…E la frase che, detta dopo un tempo interminabile rispetto alla prima, sembra senza senso, ma riporta a un tempo che ha le lancette dell’orologio  sintonizzate sulle necessità della terra prima che sulle nostre. Un orologio perpetuo che segue è non anticipa l’eterno ritorno dell’uguale…l’orologio del rito che rende ridicolo quello delle previsioni. La terra, la pianta, il frutto …. e poi l’uomo che finalmente osserva consapevole della sua caducità e della sua provvisorietà tutto quello che era veramente importante. Avrei voluto fare mille domande e a tutte avrei ricevuto una risposta ma non volevo rubare il tempo a che di tempo sente sempre di averne di meno del necessario… o forse mi rendevo conto che non sarebbe bastato il nostro tempo per dare risposte a tutte le domande. O, forse, la risposta era tutta nell’arsura che potevo vedere nei suoi occhi. Un’arsura di un’acqua che si beve solo con gli occhi e con la mente e la cui fonte è aperta solo il tempo che ci è concesso per catturarne il liquido con lo sguardo. “Chista è amarena” e “chisti su i lassani” … e con un gesto della mano le raccoglie per estirpare con l’altra la pianta rimasta… “Lassani e amareni” li dove i miei occhi da primitivo digitale vedevano solo piante e fiori da fotografare o da scansare: in fondo è tutto racchiuso qui il senso di estraneità che mi pervade quando vedo la loro appartenenza e capisco il senso della parola “coltivare” che non è solo lavoro ma è soprattutto “cura”. Cura della terra che ti cura|…Sarebbe bello come slogan ecologico per le nuove generazioni. Ha scirchijatu a terra… poi ci penso e mi viene da dire che “ha scirchijatu” la bestia uomo che avrebbe bisogno di tutta quella sapienza antica che sta scomparendo per sempre…. e “l’alivu carrica sempri i menu!”  E il passo si fa pesante, lo sguardo si volge verso il basso e tutta la malinconia traspare dal tremolio della voce che mormora soltanto un “jamunindi Cì”