Ciao Cì

C’è una parte scanzonata del mio carattere che mi è venuta fuori, quasi per forza, quando, appena uscito da una fanciullezza timida e impacciata, ho cominciato a frequentare la famiglia Cosco: Mastro Gigino, Mastro Turu, e poi fino a poco tempo fa, Ciccio. L’allegria, la risata, quella sottile ironia, certe volte non proprio sottile e non tanto velata, che mostravano il volto di un mondo che non va preso troppo sul serio per evitare che diventi opprimente invece che vivibile. Marianna era il loro inno e nello stesso tempo il grido di battaglia e risuona nella mia mente ogni volta che la pesantezza si fa sentire. Mi bastava uscire un momento e lo incontravo, Ciccio, insieme all’inseparabile Mastru Giuganni, appena dopo la lamia, aru spuntuni. E giù racconti, aneddoti, canzoni e ricordi rielaborati con la quella teatralità che in lui era innata e che rendeva divertenti anche i fatti più truci. Era teatro puro senza saperlo, e dovevi farti violenza per decidere di ritornare a casa sapendo però che il pomeriggio dopo sarebbe continuato lo “spettacolo”.

Ed è questo in fondo che più mi fa star male: non è la morte che è nella natura delle cose, ma la costatazione che lo “spettacolo” non ci sarà più aru spuntuni e, soprattutto, il non aver saputo prevedere che tutto questo sarebbe finito. Rimane, dolorosa, la sensazione che una parte di quella “ leggerezza” che mi ha accompagnato fin’ora se n’è andata per sempre portandosi dietro tanti altri fatti, storie, canzoni, racconti, sberleffi e tanto, tanto disincanto. Ciao Cí

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