Ciao Cì

C’è una parte scanzonata del mio carattere che mi è venuta fuori, quasi per forza, quando, appena uscito da una fanciullezza timida e impacciata, ho cominciato a frequentare la famiglia Cosco: Mastro Gigino, Mastro Turu, e poi fino a poco tempo fa, Ciccio. L’allegria, la risata, quella sottile ironia, certe volte non proprio sottile e non tanto velata, che mostravano il volto di un mondo che non va preso troppo sul serio per evitare che diventi opprimente invece che vivibile. Marianna era il loro inno e nello stesso tempo il grido di battaglia e risuona nella mia mente ogni volta che la pesantezza si fa sentire. Mi bastava uscire un momento e lo incontravo, Ciccio, insieme all’inseparabile Mastru Giuganni, appena dopo la lamia, aru spuntuni. E giù racconti, aneddoti, canzoni e ricordi rielaborati con la quella teatralità che in lui era innata e che rendeva divertenti anche i fatti più truci. Era teatro puro senza saperlo, e dovevi farti violenza per decidere di ritornare a casa sapendo però che il pomeriggio dopo sarebbe continuato lo “spettacolo”.

Ed è questo in fondo che più mi fa star male: non è la morte che è nella natura delle cose, ma la costatazione che lo “spettacolo” non ci sarà più aru spuntuni e, soprattutto, il non aver saputo prevedere che tutto questo sarebbe finito. Rimane, dolorosa, la sensazione che una parte di quella “ leggerezza” che mi ha accompagnato fin’ora se n’è andata per sempre portandosi dietro tanti altri fatti, storie, canzoni, racconti, sberleffi e tanto, tanto disincanto. Ciao Cí

Se ne vanno…

 

Ci sono persone che ti tengono compagnia anche soltanto per pochi minuti riempiti il più delle volte di non sense che nascono da quel modo antico di costruire uno sfottó che si va sempre più perdendo nell’era dei social network. Un dialogo cercato, quasi auspicato nella monotonia dei discorsi pesanti e tristi in tempi che di ” luci i paradisu” ormai ne mostra ben pochi. Un momento di allegra spensieratezza che assume il senso di un sortilegio nel mare dei problemi e delle negatività in cui sembriamo sprofondare sempre di più. Ci sono persone che riescono con una smorfia, un motto, un gesto e magari anche un benevolo benservito a farci spostare verso l’allegria il barometro dello spirito, rappresentanti di un mondo vedeva il bicchiere sempre mezzo pieno piuttosto che il contrario. Il “Signor Macuso”, così avevo imparato a chiamarlo ormai da quando avevo avuto l’ardire di sfotterlo sull’uso del bastone che da un certo punto in poi era stato costretto ad usare. E quando avevo osato affermare che questo era il senso della vecchiaia ormai, lui mi aveva risposto che era soltanto un mezzo per mantenere le distanze dalle ” gienti non “capacitevoli”! Il signor Mancuso è diventato anche il mio soggetto fotografico preferito con quel suo stare al gioco del personaggio che fa finta di non capire il perché di tanto interesse ma che forse lo aveva capito più del fotografo insistente. Centinaia di fotografie sotto la pioggia, al sole dei suoi ritorni dal rito del “Tè mattutino”, alla tappa dell’arco Salerno, prima di affrontare l’ultima tappa in salita sotto la lamia. Poi, negli ultimi tempi le foto più belle: quelle insieme ad Orelia che veniva a sorreggerlo nell’ultima frazione del ritorno a casa e quelle d’oro due seduti alla pachina dietro  la chiesa, sempre spontanei e senza schermaglie di rifiuti/in realtà/assenzi. Mi mancherà il suo burbero modo di congedarmi, la smorfia del suo sorriso che valeva più di qualsiasi altro saluto, il suo volermi bene che non aveva bisogno di parole e che riusciva a concentrare in quei pochi minuti di dialogo che aveva il piacere di dedicarmi.

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Il passo solitario del pensare…

 

Ho foto di te che sorridi con quella smorfia di sufficienza di chi la sa un po’ più lunga di te, quel ghigno ironico che mi faceva sempre rimanere male ogni volta che da ragazzo tentavo di convincerti che le mie idee non potevano non essere giuste visto che tutti i testi di Storia e Filosofia ne attestavano il fondamento… e il tuo sorriso era li a  smontare i miei teoremi con la forza di chi conosceva gli uomini e le loro debolezze, i pensieri reconditi di chi ai sogni ha dovuto anteporre i morsi della fame, le fragilità di chi si era ormai rassegnato a vivere una vita di obbedienza piuttosto che di rivincite… e tutto questo in quella smorfia che mi sembrava ancora più accentuata quando poi ero costretto a darti ragione. Ed ho foto di te che ridi in modo spontaneo e senza malizia delle mie battute di uomo già fatto che ha capito ormai che quello che io credevo segno di vittoria era invece soltanto un sano e liberatorio disincanto. Il disincanto di chi ha visto troppo spesso vincere il negativo del mondo per aspettarsi la soluzione dei problemi attraverso le rivoluzioni. Il disincanto di chi riconosce le tue legittime aspirazioni ad un mondo più giusto ma ritiene di doverti farti scendere sul terreno della lotta per la sopravvivenza. E le tue risate erano diventate le mie ed era bello mostrarti che avevo capito, e la tua risata diventava approvazione e complicità. Ho foto di te che passeggi solitario per avere il tempo e il piacere di riflettere senza per forza dover rendere conto al mondo dei propri pensieri. Ma la foto che più ti rappresenta in questo momento e questa del tuo andare verso il buio con la tua ombra al seguito quasi a dirmi che in fondo non te ne sei mai andato… stai soltanto continuando il tuo solitario camminare per continuare a pensare in un mondo diverso dove il buio e le ombre del mondo non esistono più.