Rettangoli di memoria – Il libro

Pubblico qui integralmente la versione digitale del mio libro del 1997 che ha lo stesso titolo della pagina.
Il volume pubblicato in edizione rilegata e numerata non è più disponibile in formato cartaceo perché tutte le 500 copie sono esaurite e ritengo sia giusto mettere tutti coloro che avranno la curiosità di conoscerlo nella condizione di poterlo fare. Il volume, ad eccezione di 27 copie vendute in occasione di una mostra fotografica organizzata per presentarlo, è stato interamente regalato agli alunni della Scuola Media di San Mauro Marchesato, così come previsto dalle clausole contenute nella convenzione di patrocinio e di edizione stipulata con il comune di San Mauro Marchesato. Alcune copie rimaste sono state regalate a coloro che me le hanno richieste negli anni successive.
Al momento, l’unica copia in mio possesso è la n. 499 che qui viene riprodotta integralmente.

La pubblicazione avverrà in modo graduale e seguendo l’ordine delle sezioni in cui era diviso il volume.

buona lettura.

 

RETTANGOLI DI MEMORIA

San Mauro Marchesato:

un pezzo di civiltà contadina in cento anni di fotografie

 

 

FRANCESCO SQUILLACE

 

A mio padre
che mi ha impregnato di sana cultura popolare
insegnandomi a ritrovare nel passato
le giuste coordinate del presente,
le sole in grado di guidarmi per il futuro.

 

PREMESSA

Questo libro è il risultato di una combinazione di intenti che molto spesso, nell’ambito della ricerca, ha ottenuto risultati considerevoli: da una parte l’autore con la sua passione e con il suo bagaglio culturale, e dall’altra la fiducia delle persone, che negli intenti dell’autore hanno creduto, determinando il raggiungimento del risultato previsto.

Questa combinazione, necessaria in tutte le attività di ricerca sociale, risulta determinante in campo fotografico dove il reperimento di fonti si fonda sull’uso di elementi molto spesso carichi di significato affettivo ai quali non sempre si è disposti a rinunciare, anche se soltanto per pochissimo tempo.

L’uso del computer e dei programmi di archiviazione elettronica ha da una parte ridotto i tempi di privazione della fotografia per il possessore e, dall’altra ha ridotto il rischio di perdita o distruzione, ma questo non sminuisce il merito di quanti hanno collaborato alla formazione dell’archivio fotografico che sta alla base di questo volume.

A queste persone o famiglie, il cui nome compare nell’elenco pubblicato a fronte, va il mio personale ringraziamento, ma in quanto “pionieri” per San Mauro Marchesato di un nuovo modo di entrare nella nostra seppur piccolissima storia, ad essi va il ringraziamento di tutti coloro che rivivranno in queste immagini una parte o tutta la loro storia personale.

Un ringraziamento particolare va a tutti i ragazzi del primo centro culturale “Nuove proposte” che per primi collaborarono con me alla ricerca di fotografie nei vecchi cassetti delle nonne aderendo entusiasticamente ad un progetto ancora molto lacunoso e pieno di buoni propositi, ma che aveva alla base il ritorno alle origini attraverso la riscoperta e la valorizzazione di momenti di aggregazione socio ‑ culturale che stavano per scomparire definitivamente dalla memoria collettiva.

Un ricordo particolare per Mimmo Poerio che più di altri aveva capito lo spirito delle iniziative che il “Centro” cercava, pur tra mille difficoltà, di portare avanti, e che non ha avuto la fortuna di vedere i risultati del suo entusiasmo.

Un ringraziamento va inoltre all’Amministrazione Comunale che editando e patrocinando il volume ne ha riconosciuto l’importanza e la necessità, con una lungimiranza culturale che non è da poco, in un mondo in cui la cultura viene messa agli ultimi posti nella scala dei valori.

Famiglia Barbuto Albino
Famiglia Barbuto Giovambattista
Famiglia Barbuto Luigi
Famiglia Bello Giovanni
Famiglia Borda
Famiglia Borda Giuseppe
Famiglia Borda Luigi
Famiglia Caligiuri
Famiglia Caligiuri Salvatore
Famiglia Cavarretta Giovanni
Famiglia Chiaravalloti Ernesto
Famiglia Chiaravalloti Giuseppe
Famiglia Chiaravalloti Luigi
Famiglia Cutuli Amedeo
Famiglia Donato Giovanni
Famiglia Frandina Giuseppe
Famiglia lerardi Angelo
Famiglia lerardi Antonio
Famiglia lerardi Luigi
Famiglia Lucia Domenico
Famiglia Lucia Livio
Famiglia Mancuso Angelo
Famiglia Mancuso Domenico
Famiglia Mannarino Francesco
Famiglia Mauro Giuseppe
Famiglia Milea Mario
Famiglia Palmíere Luigi
Famiglia Poerio Pasquale
Famiglia Pignataro Luigi
Famiglia Rocca Carmine
Famiglia Scarfone Gaetano
Famiglia Spadafora Giuseppe
Famiglia Squillace Aldo
Famiglia Squillace Carmine
Prof. Drammis Gaetano
Signor Martino Luigi
Signora Morrone Teresina
Signora Nina Borda

 

 

INTRODUZIONE

In una foto vi sono scritte tante cose, e tante se ne possono leggere, se solo uno sapesse e avesse voglia di leggere.

In un volume di fotografie come questo le parole servono a poco e, in molti casi, sono anche un diversivo fastidioso per l’attenta lettura del linguaggio parlato dalle immagini, ma, d’altra parte, non si può nemmeno lanciare un discorso verso l’ipotetico interlocutore senza precisare, almeno per sommi capi, quelle che sono le origini e le finalità del progetto sul quale il libro si fonda.

 

LA FOTO COME DOCUMENTO

L’uso che qui si fa della fotografia, va al di al della semplice raccolta di immagini del mondo contadino meridionale, cercando di sperimentare un metodo di analisi che si orienta decisamente in direzione della documentazione attraverso la rappresentazione fotografica più che verso il semplice godimento estetico dell’immagine stessa.

Uno degli obbiettivi potrebbe essere quindi quello di socializzare questo tipo di fonti e i possibili linguaggi da utilizzare per decodificarle. L’immagine come documento di un contesto storico, economico, sociale e culturale non deve essere necessariamente bella secondo i diversi canoni estetici o professionali: una fotografia dell’inizio del secolo, che in un solo spezzone del totale, lasciasse intravedere un contesto del nostro paese, non più ricavabile da nessuna documentazione possibile, avrebbe un’importanza, per il ricercatore, e non solo per lui, che trascende tutte le considerazioni possibili sull’oggetto fotografia.

Ogni fotografia di questo libro, al di la dei personaggi presenti, vuole avere la funzione di documentare alcuni aspetti, molto spesso considerati dalla storiografia ufficiale come marginali, ma di importanza fondamentale sotto il profilo più squisitamente etnografico e sociale. Si è voluto restituire alla collettività la propria memoria visiva facendo assumere all’immagine la funzione di documento e fornendo ai suoi supporti il valore di bene culturale da salvaguardare e da fruire pubblicamente.

E’ una possibilità questa di cui solo le generazioni di questo secolo hanno potuto disporre e della cui importanza non sempre riusciamo a renderci consapevoli. Solo se riflettiamo per un attimo sul fatto che nessuna traccia è rimasta nelle immagini, degli altri, dei poveri, di quelli che nascevano e morivano contadini, di come si comportavano, di come vivevano, di come erano, allora ne cominceremo ad afferrare il senso vero: il poter lasciare agli altri un racconto non più mediato da debolezze o enfasi umane, ma da un oggetto, interpretabile quanto si vuole, ma sicuramente non frutto di sola immaginazione.

E allora accanto alla macchina fotografica emerge come strumento straordinario di indagine, l’album fotografico, più o meno ordinato, ormai presente nelle nostre case, o meglio ancora, i vecchi cassetti dove le nostre nonne tenevano le rare foto dei propri parenti: un blocco appunti in cui ognuno di noi invece di esprimersi per parole si esprime per immagini e attraverso queste, racconta i momenti più o meno importanti della propria esistenza. Socializzare tutto questo significa assegnare alla fotografia un ruolo che travalica la volontà stessa dell’autore, per assumere la funzione di testimone, nel tempo, di una condizione, banale o particolare che sia.

Queste in linee generali gli intendimenti del volume che proprio per le considerazioni iniziali non vogliono essere esaustive dell’argomento anche perché non basterebbero interi tomi espressamente ad esso dedicati e del resto già più autorevolmente pubblicati.

 

MOTIVAZIONI PERSONALI

Debbo aggiungere a quanto detto una serie di considerazioni che possono contribuire a spiegare meglio le motivazioni personali che devono pur esserci in una ricerca, qualunque esso sia lo strumento di indagine o l’argomento prescelto.

La prima di queste riguarda me personalmente e il mio rapporto con la cultura contadina, della cui importanza, e forse, in un certo senso della stessa esistenza ho potuto rendermi conto, paradossalmente, negli anni trascorsi a studiare al nord.

La Scuola, parziale e legata alle mode del momento, mi aveva fatto vedere, del mondo in cui ero nato solo gli aspetti negativi con tratti caratteristici che sembravano essere solo la miseria e la mancanza di prospettive per il futuro. 1 libri di testo disegnavano, anche iconograficamente, un mondo contadino meridionale arretrato, incolto e poco adatto alle possibili prospettive di sviluppo: al nord c’erano gli eroi, mentre al sud esistevano i briganti e quando andava bene i rivoluzionari straccioni alla Masaniello; al nord la meccanizzazione dell’agricoltura e al sud ancora col “ciuccio” e tutto questo, ovviamente, per colpa di un’indole caratteriale a noi trasmessa geneticamente dalla lunga dominazione di una stirpe Spagnola indolente e poco propensa verso qualsiasi idea che riguardasse ipotesi di sviluppo e di crescita sociale. Bisognerà aspettare la fine degli anni 70 per poter trovare, nei libri di storia scolastici, analisi del fenomeno meridionale meno superficiali e tendenziose che, guarda caso, erano già state elaborate in epoche di molto antecedenti ma non avevano mai trovato canali di divulgazione adeguati. Con questo bagaglio di certezze molti di noi sono partiti per trovare nella “terra promessa dello sviluppo” la soluzione dei problemi e quale fu la mia sorpresa nello scoprire che ì contadini delle Langhe piemontesi, o quelli del territorio interno ligure, per non parlare dei veneti, erano del tutto simili a quelli che avevo lasciato e, per alcuni aspetti, sotto il profilo caratteriale, molto meno aperti alle innovazioni del progresso tecnologico che avevano la possibilità di osservare da vicino e senza intermediari mediatici.

Quello che per il contadino meridionale rappresentava la possibile alternativa alla fame, per questi era invece sfruttamento sistematico e annullamento della personalità. Loro, che avevano la fortuna di essere osservatori diretti di questa faccia della medaglia, vi contrapponevano l’orgogliosa presunzione di libertà che il lavoro dei campi poteva garantire rispetto alla catena di montaggio. Tutto questo era stato possibile solo grazie ad un tessuto sociale indubbiamente più evoluto rispetto ad un mondo in cui la piccola proprietà terriera non era mai esistita e tutto sì esauriva storicamente nella schiavizzazione delle classi più deboli. Ma tutto questo non aveva niente a che vedere con la genetica.

Il passo successivo doveva allora essere, quello di riuscire a scoprire, assodato il diverso e naturale sviluppo storico, quali potevano essere i valori unificanti sui quali lavorare per tentare di spezzare le catene della fame e dell’ignoranza nelle quali senza colpa ci siamo trovati a nascere e a sopravvivere. Tra ì tanti, simili ma non del tutto comparabili, per tutta una serie di motivi che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede, uno emerge con sicura assonanza: il lavoro o, ancora meglio, la consapevolezza che il lavoro rende l’uomo libero dalla schiavitù e dalla fame.

Sembra la scoperta dell’acqua calda, e un osservatore superficiale della nostra realtà avrebbe tutti i motivi per pensarlo, ma basta soffermarsi a riflettere sul rapporto che i nostri contadini avevano con il lavoro per capire quanta poca acqua calda ci sia in questa affermazione: quello che per altri popoli era già diventato un diritto, se non ancora conquistato, comunque da conquistare, per i nostri contadini, ancora negli anni 50, era solo un privilegio concesso col contagocce e del quale bisognava comunque essere riconoscenti.

Se si capisce fino in fondo il ruolo giocato dalla mancata consapevolezza del proprio essere soggetti attivi della società, si può più facilmente comprendere il fenomeno logicamente conseguente della mancata valorizzazione di tutti prodotti della civiltà contadina. E’ del resto il fenomeno che ha portato alla scomparsa di tutte le forme di artigianato locale e al deterioramento dei valori sui quali si fondava la nostra cultura, che, solo perché diversa, è stata fatta scomparire a vantaggio di modelli estranei molto più comodi e alla moda. Che poi questo abbia prodotto la scomparsa delle poche attività economiche produttive a vantaggio delle cattedrali nel deserto di Gioia Tauro ieri, e di Crotone oggi, è solo frutto della mala sorte e non di un tentativo di colonizzazione ancora una volta ben riuscito portato avanti con l’aiuto di buona parte degli intellettuali meridionali e di una classe politica mediocre, con una visione strategica che, quando c’era, si limitava alla soluzione delle emergenze.

LA TERAPIA FOTOGRAFICA

Da tutto ciò discende la possibilità di un utilizzo della fotografia d’epoca o contemporanea in senso quasi terapeutico: fornire a una persona uno strumento che l’aiuti a ritrovare se stessa e a scoprire la realtà dell’ambiente in cui vive per potersi quindi orientare là dove si era smarrita. Attraverso l’impiego di oggetti rappresentati scoprire la storia, e attraverso questa capire che quello che sembrava “naturale”, era ed è storico, quindi trasformabile: persone reali hanno sofferto, gioito, litigato, subito sopraffazioni per costruire o far costruire, per vendere, comprare, usare o modificare quegli oggetti.

E’ necessario fare qualche passo indietro perché si possa capire dove ci si trova, per riuscire a sfuggire alla prigionia dell’immediato. E’ un bisogno questo, espresso in mille forme ma sempre deviato e distorto perché risulti incomprensibile, perché si trasformi non in ricerca dell’ambiente e della sua storia, ma in distruzione e perdita di identità. E’ anche per questo che la storia contadina diventa una trama difficile da leggere e addirittura da rintracciare. Ma allora la necessità di ricercare diventa un bisogno etico soprattutto per chi non accetta di essere cancellato dalla storia o di essere rappresentato in immagini false e stereotipate e prova a riappropriarsi di tutti quegli elementi di analisi che possono rícondurlo alle origini, nel tentativo di rifondare su basi nuove, o meglio ancora “vecchie”, le proprie prospettive per ancorare in modo sicuro e stabile il futuro dei propri figli.

Ed ecco che si rende necessario offrire ai nostri anziani un mezzo per ricordare, riconoscendogli l’importanza che meritano perché possano contribuire, con rinnovato vigore, alla ricostruzione di ciò che era stato distrutto da una cultura che li aveva emarginati: ai nostri figli un’alternativa valida, fondata su una storia millenaria, sulla quale soffermarsi a ragionare nel dilagare della dinamicità televisiva in opposizione a un mondo che fa di tutto per impedirgli di ragionare.

Le immagini contenute in questo libro rappresentano di fatto la possibilità di rimetterci in discussione nel confronto, ricco di spunti imprevedibili, tra le fonti scolastiche o dei Media e le inesauribili fonti della memoria degli anziani.

In questo senso ho cercato di ìnserirmi, non so quanto meritatamente, nell’alveo di chi mi ha preceduto, cercando di coniugare il passato con il presente, con l’occhio vigile e attento di chi, al limite della pignoleria, cerca nel più piccolo frammento di pietra, l’origine della propria storia con la consapevolezza che questa può assumere importanza solo nel rapporto con la storia degli altri perché, come diceva uno che l’aveva capito molto prima di me, “nessuno è un’isola”.

LE PROCESSIONI

In questa sezione sono pubblicate quasi tutte le fotografie ritrovate sull’argomento “feste e processioni”. Riguardano un arco temporale che spazia dall’inizio del secolo fino ai nostri giorni e rappresentano una documentazione unica dell’evoluzione ambientale subita dal nostro paese in questo lungo lasso di tempo. Si riferiscono quasi tutte alla festa dedicata alla Madonna del Soccorso che è del resto ancora oggi la festa principale del paese.

Frutto generalmente della passione di fotografi dilettanti, esse racchiudono pregi e difetti di questa condizione ma, per una serie di combinazioni fortunate, quasi tutte rispettano i canoni classici dell’inquadratura con risultati molto spesso pregevoli soprattutto se si tiene conto dell’attrezzatura e dell’occasionale attitudine a fotografare.

Sono immagini che ci danno uno spaccato evolutivo della condizione urbanistica e strutturale del paese con le ampie inquadrature dall’alto e l’uso dei primi obiettivi grandangolari, ma contengono anche una miniera di informazioni sugli usi e costumi con particolari che in qualche caso sono spariti dalla memoria collettiva.

Sono molto spesso il frutto di un legame con le proprie origini identificato iconograficamente dall’unico evento veramente immutabile nelle diverse epoche storiche: un filo conduttore generazionale ancorato ad una tradizione che le guerre, le carestie o le disgrazie riusciranno a mutare. I castelli e le chiese possono crollare sotto il peso degli anni ma la processione rimane li, con le sue scadenze e i suoi rituali sempre identici, a simboleggiare un attaccamento alle origini altrimenti poco rilevabile in altre manifestazioni.

 

CRONACA

Le immagini di questa sezione sono rappresentative di un periodo storico molto ristretto che riguarda in particolare il primo dopoguerra e rappresentano emblematicamente lo stato d’animo di chi affronta questo tipo di ricerca storica. Lasciano intravedere un potenziale documentario di enorme rilievo ma sono anche difficilmente reperibili lasciando l’amaro in bocca al pensiero di ciò che poteva essere e non è stato. Così come è avvenuto per altre sezioni dì questo libro, si deve constatare la scarsa importanza che i nostri possessori di macchine fotografiche hanno dato ad avvenimenti di cronaca che pure le fonti orali ci riportano come momenti importanti del nostro paese. Ma erano avvenimenti che riguardavano uomini e cose non ancora assurti alla dignità fotografica perché portatori di valori considerati marginali o comunque non determinanti.

Del resto anche da parte dei protagonisti c’è sempre stata una sorta di ritrosia ad essere immortalati in situazioni che fino a pochi anni addietro venivano considerati fortemente compromettenti in un mondo in cui schierarsi significava subire la rivalsa del “potere costituito”.

Ne è la prova l’assoluta mancanza di immagini che documentano, le lotte contadine del primo e secondo dopoguerra e che hanno avuto sul nostro territorio una grande partecipazione.

L’unico documento rimasto in questo senso è rappresentato da quel grande affresco neorealista della nostra realtà di emarginati dalla storia che si può trovare nel film il “Brigante” di Castellani.

Nessuna amministrazione comunale ha ritenuto fino ad ora di acquisire nel proprio archivio una copia di questo film quasi interamente girato nel nostro territorio e i cui protagonisti sono individuabili per la maggior parte tra i nostri contadini. Questa e’ forse la prova più evidente di quanto si è venuto finora affermando.

LAVORO

Il lavoro entra nel discorso fotografico del nostro paese solo marginalmente e mai con intento veramente documentaristico. Nella maggior parte di casi si tratta di immagini dedicate alla persona, con poco interesse al contesto in cui questa si muove in quel momento. Ancora oggi non esiste nella nostra zona la convinzione che sia importante registrare le fasi di un’attività in quanto tale senza nessun fine ritrattistico, ma del resto la stessa fotografia di situazioni che non comprendano interessi diretti del fotografo, viene considerata come attività inutile se non addirittura poco razionale.

Se lo è oggi, figuriamoci ieri.

E allora è normale ritrovarci senza nessuna documentazione fotografica di arti e mestieri orinai completamente scomparsi.

Non è rimasto niente del “seggiaru”; “vuttaru”; “quadararu”; “custuriari”; “carbunaru”; “mastradasciu”; “sportaru” “ombrellaru”; “spingularu”; “putigaru”; “furnara”; “mulinaru”; “bandista”; “trappitaru”; “gtimbularu”; “capiddraru”; “zzinzularu”; “mbastaru”; “grastaturu”; “metallaru”. Quasi niente è rimasto dei lavori in campagna e degli usi e consuetudini ad essi legati. Di tutto questo ci rimangono solo i racconti dei pochi anziani rimasti e le atmosfere; gli odori respirati da bambini. Sono purtroppo atmosfere non più riproducibili; sono odori e suoni destinati a rimanere nelle nostre narici ed orecchie senza nessuna possibilità di farli sentire alle nuove generazioni. Gli stessi manufatti di queste professioni tendono ad essere sommersi da oggetti molto più attraenti e comodi e così anche le più piccole tracce della nostra civiltà tendono inesorabilmente a scomparire. Questo è il modo più stupido per sparire dalla storia.

IL PAESAGGIO

Questa sezione è una delle più numerose e comprende fotografie che partono dagli anni 50 fino quasi ai giorni nostri. Il paesaggio è un tema che entra nel mirino della macchina fotografica solo quando la più ampia disponibilità di macchine; e la relativa economicità dei materiali; permette una più ampia libertà di scatto. Non è ancora una ricerca ambientale; quanto un intervento occasionale molto spesso nell’intermezzo delle riprese dì una processione. Non c’è un soggetto preferito ma questo per noi; paradossalmente; è un bene: solo così infatti possiamo rivedere oggi luoghi che altrimenti; non possedendo nessun tipo di richiamo artistico o architettonico; sarebbero scomparsi anche dalla nostra memoria.

FAMIGLIA

Questa sezione; che nell’ambito del materiale raccolto rappresenta la parte maggioritaria insieme ai ritratti; è quella che invece ha subito i maggiori tagli per una serie di ragioni che spaziano dall’uniformità dei soggetti allo stato di conservazione dei reperti trovati.

Le fotografie raccolte hanno tutte; monotonamente; le stesse caratteristiche trattandosi per la maggior parte di originali o di cattive riproduzioni di originali che ritraggono persone ben vestite. con gli abiti della festa; in atteggiamenti quasi mai spontanei; e con sfondi che differiscono tra loro solo nel tipo di telo utilizzato. Quasi tutte sono scattate da fotografi ambulanti che si portavano appresso; nel loro peregrinare di paese in paese; la pesantissima macchina fotografica e il fondale da appendere dietro ai soggetti preoccupandosi di servire il cliente nel migliore dei modi; di abbellirne le sembianze e di farlo apparire importante e comunque meritevole di un’immagine. Per fornire un ritratto apparentemente veritiero e lusingare con un’immagine degna di essere vista il suo cliente;

Il fotografo adornava l’interno, di una casa piccolo borghese o il muro sbrecciato di una casa contadina; con un fondale di tela dipinta che rappresentava ambienti consolanti e ridenti; dando così; almeno in fotografia; l’illusione di essere entrati nella storia da signori.

Ad onor del vero; nel nostro paese non devono essere capitati i fotografi migliori; visti i risultati: quasi tutte le immagini forniscono inquadrature che lasciano trasparire quei particolari che si vorrebbero nascondere con un risultato scopertamente finto e patetico.

Solo dopo le guerre e sulla base delle esperienze dei fotografi del fronte anche il dolore e la miseria assumeranno, il valore catartico di liberazione dagli stereotipi fotografici incanalandosi nella scuola di pensiero che fa anche della storia degli umili la “Storia” dei popoli. Solo allora spariranno i fondali e comparirà la realtà ambientale con tutte le sue contraddizioni.

MATRIMONI

Non sono molte le fotografie relative ai matrimoni che si riesce a recuperare; soprattutto riguardo ai primi anni dei secolo. La macchina fotografica è ancora uno strumento molto raro e costoso e la fotografia è ancora troppo legata ai tempi dei fotografi ambulanti; per forza di cose non prevedibili. Se a questo si aggiunge il carattere di sacralità che a questo avvenimento e alle foto che lo riguardano; viene attribuito soprattutto dalle nostre donne ancora oggi; si può ben comprendere la difficoltà nel reperire fonti per questa sezione.

Eppure le foto di matrimoni; avrebbero rappresentato uno strumento, eccezionale di analisi sia dello sviluppo urbano dei paese che dell’evoluzione sociale della popolazione. Lo snodarsi dei cortei lungo le vie che conducono alla chiesa avrebbe potuto fornire un quadro complessivo dell’ambiente non eguagliabile nemmeno dalle processioni che hanno un percorso sempre identico che non si discosta molto dal corso principale.

Fotografie che riprendessero i festeggiamenti che si svolgevano in casa successivamente alla cerimonia religiosa; avrebbero fornito uno spaccato reale degli usi e dei costumi del nostro paese.

Il contratto di matrimonio; molto legato a beni che dovevano garantire la sopravvivenza della nuova famiglia; non poteva prevedere la spesa relativa a un bene che non serviva assolutamente a questo scopo; e il pensiero di lasciare un ricordo per i posteri era sopraffatto da necessità più immediate e meno costose. In una situazione ambientale in cui dominava la miseria; i “rettangoli di memoria” erano un lusso quasi immorale che solo pochissimi si potevano permettere.

IL RITRATTO 

Le fotografie presenti in questa sezione sono legate all’evoluzione della storia della fotografia. Si parte con la fotografia d’élite legata alle condizioni economiche del committente per proseguire lungo un percorso che assegna al servizio militare e al ritorno degli emigranti d’America il ruolo di detonatori rispetto alla popolarizzazione dell’immagine fotografica.

In ogni casa di San Mauro è presente almeno una fotografia di un nostro antenato in divisa che utilizzava questo mezzo per poter fornire notizie di se durante la lunga permanenza sotto la leva militare. Fotografie in formato cartolina stampate su cartoncino spesso; sono quasi sempre il frutto di studi fotografici professionali come nel caso della foto Alinari presente in questa sezione. La grande quantità di fotografie di questo tipo potrebbe permetterci di ricostruire l’evoluzione dell’esercito italiano fin nei minimi particolari.

Con il ritorno dei primi nostri emigranti in America si comincia ad avere un uso meno ritrattistico della macchina fotografica e una diffusione di immagini che coprono tutti gli avvenimenti della vita sociale nel paese. Questi fortunati possessori delle prime Kodak a soffietto hanno finalmente la possibilità di riportarsi in America un ricordo più concreto che non un’immagine impressa nella memoria. Per quelli ritornati per rimanere la macchina fotografica diventa un mezzo per affermare la propria evoluzione sociale non solo in termini economici: la macchina fotografica diventa un segno distintivo di affrancamento dall’ignoranza ma anche; per nostra fortuna; un potente strumento di documentazione ambientale.

Subito dopo la seconda guerra mondiale con la diffusione delle prime compatte della Kodak e della Comet a fuoco fisso; il ritratto si diffonde in mille forme sempre meno precostituite e con un tipo di inquadratura che la macchina stessa rende quasi obbligatoria: lo sfondo è quello dell’ambiente naturale che in concomitanza con i primi sintomi di crescita economica viene quasi ricercato; e in alcuni casi addirittura a discapito del soggetto principale. Cominciano a vedersi le vie; le case; gli oggetti quotidiani e gli animali.

Sono gli anni 50 e 60 1 più rappresentati in questa sezione e questo è anche il periodo in cui la struttura ambientale del nostro paese ha subito i maggiori cambiamenti che; a differenza di altri periodi storici; sono stati; molto spesso inconsapevolmente; registrati.

Un discorso a parte meritano i bambini. Nella marginalità generale del mondo contadino i bambini erano ancora più marginali: un bambino doveva affrontare ogni evenienza autonomamente riuscendo a sopravvivere solo grazie alla fortuna di essere nato sano.

Era un tipo di società per forza di cose basata sulla salute di chi l’aveva,‑ e per tutti coloro che nascevano malati c’era solo la rassegnazione. Non c’erano vestiti apposta per loro e si riducevano a indossare abiti smessi e adattati alla meno peggio; si nutrivano con il cibo dei grandi; magari spezzettato o; nel caso dei più piccoli; masticato per loro.

In questo contesto è impensabile ricavare dai cassetti materiale che li riguardi direttamente a meno che non si tenti di rintracciare particolari da foto dedicate ad avvenimenti in cui i bambini entravano solo grazie alla loro innata curiosità

 

 

 

 

 

Qualcosa deve pur cambiare coi libri con le macchine con le stelle che aspettano.
Qualcosa deve invece ripetersi rassomigliare.
FRANCO CONSTABILE

CIO’ CHE E’ RIMASTO

Non è molto quello che rimane; e quel poco rimasto è sommerso dal cemento o rovinato dall’incuria e dalle intemperie

Allo stato di fatto si deve aggiungere però che le prospettive non sembrano essere migliori; non si vede all’orizzonte la nascita di una cultura conservativa del patrimonio ne sotto il profilo delle istituzioni e meno che meno dal punto di vista del privato.

Il pubblico si muove lungo un percorso lastricato di buone intenzioni che fa a pugni con leggi di mercato e gli alterni interessi dei potentati politici di turno.

Non da meno; il privato; nella maggior parte dei casi; vede nella conservazione di una componente paesaggistica del passato; un ostacolo ingiustamente posto sulla strada della modernizzazione e quindi del benessere.

E allora non ci meravigliano i muri ” rosicchiati` le case di pietra intacciata con infissi in alluminio; i selciati coperti con bitume; i muri delle chiese ricoperti di quarzo; i campanili che sembrano cabine elettriche dell’ENEL; i bambini che vivono in un paese contadino e conoscono la campagna meno dei bambini di Milano.

Il selciato rovina gli ammortizzatori delle macchine; il verde dei giardini è uno spreco; i muri in pietra sono poco resistenti alle intemperie; i tetti con le tegole hanno bisogno di molta manutenzione; gli infissi in legno idem; i campanili tradizionali non possono reggere il peso delle nuove tecnologie; i fili elettrici devono deturpare il paesaggio perché sono necessari e soprattutto sono economici.

Queste sono solo alcune delle giustificazioni esplicite o comunque presenti nel nostro inconscio di “paesani ” metropolitani quando ci apprestiamo a distruggere un patrimonio naturale; collettivo e irripetibile; un’architettura popolare che; anche nelle sue espressioni più povere; manifesta un legame secolare e tenace con la terra in cui sorge e di cui si è servita.

La giustificazioni più subdola che viene posta alla base di tutti i ragionamenti è che in effetti non ci sia niente di interessante che meriti di essere conservato eccetto; e questo ci assolve nei confronti della storia; il campanile dell’Immacolata: è degno di essere conservato tutto ciò che è importante “storicamente”; tutto ciò che è grande.

Se i pugliesi di Alberobello avessero seguito questa logica i trulli oggi esisterebbero solo nei racconti dei nonni.

FARE FOTOGRAFIA

Le conclusioni di questo volume non ci sono perché non c’è niente da concludere in un discorso appena iniziato. Se mai ci sarebbe da dare appuntamento a tutti coloro che stimolati dalla visione delle immagini in esso contenute decideranno di continuare il lavoro di ricerca impostato completandolo e arricchendolo di nuovi contenuti.

Ci sono però una serie di considerazioni rivolte a tutti coloro che vorrebbero dedicarsi alla fotografia ma pensano di non esserci portati oppure di non averne la predisposizione; a tutti quelli che pensano che le belle foto dei giornali e delle riviste siano il frutto di chi sa quale innata genialità: in alcuni casi c’è anche questo ma; per fortuna di noi comuni mortali; le belle immagini possono essere prodotte anche senza essere geni.

La fotografia in se non è che un pezzo di carta sensibile con sopra una rappresentazione molto parziale della realtà e proprio per questa sua parzialità quasi sempre poco obiettiva. Questa considerazione elementare; è in buona sostanza il succo della maggiore contraddizione che questa arte si porta appresso: dovrebbe rappresentare oggettivamente una realtà che la cultura; lo stato d’animo; lo stato di salute e perfino il carattere delle persone; rendono per forza di cose soggettiva.

L’immagine allora diventa un mezzo per misurare la vista delle persone; non in termini di presbiopia o miopia; quanto in termini di diversa sensibilità; di diversa capacità di vedere oltre le semplici forme in essa rappresentata.

In questo senso quindi ogni fotografia diventa una tessera di un mosaico storico la cui forma complessiva è già presente nella mente di ognuno e che proprio perché trae origine dal vissuto personale non può e non potrà mai essere uguale a quella di un altro; proprio perché nessuno su questa terra è uguale ad un altro.

Il vero protagonista della fotografia che non è mai il personaggio o l’oggetto ritratto ma; da una parte; colui che usa la macchina che; per quanto sofisticata possa essere; rimane pur sempre un arido strumento senza nessuna sembianza di intelligenza; e dall’altra; colui che osserva il risultato della simbiosi macchina ‑ fotografo.

L’oggetto o la persona ritratta rappresenta la creta plasmata dallo sguardo del fotografo utilizzando un linguaggio di colori; di forme e di luci che gli occhi dell’osservatore potranno più o meno decodificare. Non tutti produrranno opere da esporre nei musei di arte moderna; ma con adeguata predisposizione d’animo e sana motivazione a comprendere; tutti possono trovare in quell’inquadratura o in quel “rettangolo di carta ” un messaggio; un’emozione; uno stimolo; un’atmosfera da comunicare o da decifrare.