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Rettangoli di memoria

Publico qui integralmente la versione digitale del mio libro del 1997 che ha lo stesso titolo della pagina.

Il volume pubblicato in edizione rilegata e numerata non è più disponibile in formato cartaceo perché tutte le 500 copie sono esaurite e ritengo sia giusto mettere tutti coloro che avranno la curiosità di conoscerlo nella condizione di poterlo fare. Il volume, ad eccezione di 27 copie vendute in occasione di una mostra fotografica organizzata per presentarlo, è stato interamente regalato agli alunni della Scuola Media di San Mauro Marchesato, così come previsto dalle clausole contenute nella convenzione di patrocinio e di edizione stipulata con il comune di San Mauro Marchesato. Alcune copie rimaste sono state regalate a coloro che me le hanno richieste negli anni successivi.

Al momento, l’unica copia in mio possesso è la n. 499 che qui viene riprodotta integralmente.

La pubblicazione avverrà in modo graduale e seguendo l’ordine delle sezioni in cui era diviso il volume.

buona lettura.

La copertina del libro riproduceva una delle finestre di Palazzo Miceli, in via Torre a San Mauro Marchesato.
mi aveva sempre affascinato con le sue linee convergenti nella parte superiore e i suo riquadri in pietra che mi riportavano ad un’epoca remota che stavo cominciando a conoscere nei libri del Centro di Lettura con il maestro Pierino Spadafora.

La pubblicazione del libro è potuta avvenire solo grazie alla disponibilità culturale ed economica della Provincia di Crotone e del Comune di San Mauro Marchesato

Questo era il frontespizio del libro e il sottotitolo era il riassunto di tutto il contenuto e anche la dichiarazione di intenti dell’autore.

A mio padre

che mi ha impregnato di sana cultura popolare

insegnandomi a ritrovare nel passato

le giuste coordinate del presente,

le sole in grado di guidarmi per il futuro.


Il libro è stato dedicato a mio padre non tanto per i suoi insegnamenti veri e propri: parlava poco mio padre. La dedica era rivolta più al fatto che lui incarnava quel prototipo di personaggio che, ai miei occhi , incarnava profondamente quei valori e quei substrati culturali della società che avrei voluto rappresentare.


Avrei dovuto accomunare in questa dedica anche mia madre ma lei rappresentava invece una parte del mio mondo legato all’immaginario meridionale che avevo già in mente di scrivere già da allora e che invece sto tentando di completare soltanto adesso.

La prima immagine che trovate nel libro aveva un significato che forse era solo nella mia mente e sicuramente sarà risultata addirittura fuori contesto alla quasi totalità dei 499 lettori del libro:
forse è arrivato il momento di fornire qualche spiegazione, anche per evitare di confermare la convinzione di alcuni miei compaesani relativa ad alcuni miei supposti momenti non del tutto lucidi.

la foto ritrae una parete argillosa dei calanchi che caratterizzano la parte rivolta verso il mare del territorio di San Mauro Marchesato: queste dune argillose sono secondo me la fotografia più rappresentativa delle caratteristiche che connotano cultura, la storia, il DNA stesso della popolazione di queste contrade.
Sono insieme, il volto della disperata fatica di trarre il necessario per la sopravvivenza da un territorio che è la negazione stessa dell’agricoltura, e l’emblema della rassegnazione ad un destino assurdo che nemmeno il miglior Verga avrebbe potuto prevedere.

La foto era la rappresentazione di qualcosa che non è nemmeno quello che sembra: quella ritratta, non è vera e propria argilla che per molti territori ha rappresentato e rappresenta ancora una ricchezza; è invece quello che noi chiamiamo, anche con un tono di rancoroso disprezzo il “crotaco”: qualcosa di prezioso per la vita di esseri microscopici ma che rappresenta per il contadino soltanto qualcosa di appiccicoso e sporco che imbrattava le sue scarpe e rendeva ancora più faticoso il ritorno a casa dopo una giornata di faticoso lavoro. Quasi come un supplemento di castigo per una colpa originaria.

Nello stesso tempo però, era per me il manifesto più vero del carattere duro e quasi indistruttibile che ha permesso a intere generazioni del passato di sopravvivere anche in un terreno così ostile, e mi riempiva di orgoglio discendere da queste persone: Ogni volta che fotografo le “dune di crotaco” mi sembra di fotografare le persone che hanno tentato in tutti modi di domarle.

Premessa

Questo libro è il risultato di una combinazione di intenti che molto spesso, nell’ambito della ricerca, ha ottenuto risultati considerevoli: da una parte l’autore con la sua passione e con il suo bagaglio culturale, e dall’altra la fiducia delle persone, che negli intenti dell’autore hanno creduto, determinando il raggiungimento del risultato previsto.

Questa combinazione, necessaria in tutte le attività di ricerca sociale, risulta determinante in campo fotografico dove il reperimento di fonti si fonda sull’uso di elementi molto spesso carichi di significato affettivo ai quali non sempre si è disposti a rinunciare, anche se soltanto per pochissimo tempo.

L’uso del computer e dei programmi di archiviazione elettronica ha da una parte ridotto i tempi di privazione della fotografia per il possessore e, dall’altra ha ridotto il rischio di perdita o distruzione, ma questo non sminuisce il merito di quanti hanno collaborato alla formazione dell’archivio fotografico che sta alla base di questo volume.

A queste persone o famiglie, il cui nome compare nell’elenco pubblicato a fronte, va il mio personale ringraziamento, ma in quanto “pionieri” per San Mauro Marchesato di un nuovo modo di entrare nella nostra seppur piccolissima storia, ad essi va il ringraziamento di tutti coloro che rivivranno in queste immagini una parte o tutta la loro storia personale.

Un ringraziamento particolare va a tutti i ragazzi del primo centro culturale “Nuove proposte” che per primi collaborarono con me alla ricerca di fotografie nei vecchi cassetti delle nonne aderendo entusiasticamente ad un progetto ancora molto lacunoso e pieno di buoni propositi, ma che aveva alla base il ritorno alle origini attraverso la riscoperta e la valorizzazione di momenti di aggregazione socio ‑ culturale che stavano per scomparire definitivamente dalla memoria collettiva.

Un ricordo particolare per Mimmo Poerio che più di altri aveva capito lo spirito delle iniziative che il “Centro” cercava, pur tra mille difficoltà, di portare avanti, e che non ha avuto la fortuna di vedere i risultati del suo entusiasmo.

Un ringraziamento va inoltre all’Amministrazione Comunale che editando e patrocinando il volume ne ha riconosciuto l’importanza e la necessità, con una lungimiranza culturale che non è da poco, in un mondo in cui la cultura viene messa agli ultimi posti nella scala dei valori.

Donatori

Famiglie che hanno contribuito con le loro fotografie alla pubblicazione:

Fam. Barbuto Albino
Fam. Barbuto Giovambattista
Fam. Barbuto Luigi
Fam. Bello Giovanni
Fam. Borda
Fam. Borda Giuseppe
Fam. Borda Luigi
Fam. Caligiuri
Fam. Caligiuri Salvatore
Fam. Cavarretta Giovanni
Fam. Chiaravalloti Ernesto
Fam. Chiaravalloti Giuseppe
Fam. Chiaravalloti Luigi
Fam. Cutuli Amedeo
Fam. Donato Giovanni
Fam. Frandina Giuseppe
Fam. lerardi Angelo
Fam. lerardi Antonio
Fam. lerardi Luigi
Fa.  Lucia Domenico
Fam. Lucia Livio
Fam. Mancuso Angelo
Fam. Mancuso Domenico
Fam. Mannarino Francesco
Fam. Mauro Giuseppe
Fam. Milea Mario
Fam. Palmíere Luigi
Fam. Poerio Pasquale
Fam. Pignataro Luigi
Fam. Rocca Carmine
Fam. Scarfone Gaetano
Fam. Spadafora Giuseppe
Fam. Squillace Aldo
Fam. Squillace Carmine
Prof. Drammis Gaetano
Sig. Martino Luigi
Sig.a Morrone Teresina
Sig.a Nina Borda

Introduzione

In una foto vi sono scritte tante cose, e tante se ne possono leggere, se solo uno sapesse e avesse voglia di leggere.

In un volume di fotografie come questo le parole servono a poco e, in molti casi, sono anche un diversivo fastidioso per l’attenta lettura del linguaggio parlato dalle immagini, ma, d’altra parte, non si può nemmeno lanciare un discorso verso l’ipotetico interlocutore senza precisare, almeno per sommi capi, quelle che sono le origini e le finalità del progetto sul quale il libro si fonda.

LA FOTO COME DOCUMENTO

L’uso che qui si fa della fotografia, va al di al della semplice raccolta di immagini del mondo contadino meridionale, cercando di sperimentare un metodo di analisi che si orienta decisamente in direzione della documentazione attraverso la rappresentazione fotografica più che verso il semplice godimento estetico dell’immagine stessa.

Uno degli obbiettivi potrebbe essere quindi quello di socializzare questo tipo di fonti e i possibili linguaggi da utilizzare per decodificarle. L’immagine come documento di un contesto storico, economico, sociale e culturale non deve essere necessariamente bella secondo i diversi canoni estetici o professionali: una fotografia dell’inizio del secolo, che in un solo spezzone del totale, lasciasse intravedere un contesto del nostro paese, non più ricavabile da nessuna documentazione possibile, avrebbe un’importanza, per il ricercatore, e non solo per lui, che trascende tutte le considerazioni possibili sull’oggetto fotografia.

Ogni fotografia di questo libro, al di la dei personaggi presenti, vuole avere la funzione di documentare alcuni aspetti, molto spesso considerati dalla storiografia ufficiale come marginali, ma di importanza fondamentale sotto il profilo più squisitamente etnografico e sociale. Si è voluto restituire alla collettività la propria memoria visiva facendo assumere all’immagine la funzione di documento e fornendo ai suoi supporti il valore di bene culturale da salvaguardare e da fruire pubblicamente.

E’ una possibilità questa di cui solo le generazioni di questo secolo hanno potuto disporre e della cui importanza non sempre riusciamo a renderci consapevoli. Solo se riflettiamo per un attimo sul fatto che nessuna traccia è rimasta nelle immagini, degli altri, dei poveri, di quelli che nascevano e morivano contadini, di come si comportavano, di come vivevano, di come erano, allora ne cominceremo ad afferrare il senso vero: il poter lasciare agli altri un racconto non più mediato da debolezze o enfasi umane, ma da un oggetto, interpretabile quanto si vuole, ma sicuramente non frutto di sola immaginazione.

E allora accanto alla macchina fotografica emerge come strumento straordinario di indagine, l’album fotografico, più o meno ordinato, ormai presente nelle nostre case, o meglio ancora, i vecchi cassetti dove le nostre nonne tenevano le rare foto dei propri parenti: un blocco appunti in cui ognuno di noi invece di esprimersi per parole si esprime per immagini e attraverso queste, racconta i momenti più o meno importanti della propria esistenza. Socializzare tutto questo significa assegnare alla fotografia un ruolo che travalica la volontà stessa dell’autore, per assumere la funzione di testimone, nel tempo, di una condizione, banale o particolare che sia.

Queste in linee generali gli intendimenti del volume che proprio per le considerazioni iniziali non vogliono essere esaustive dell’argomento anche perché non basterebbero interi tomi espressamente ad esso dedicati e del resto già più autorevolmente pubblicati.

Lavori di recupero del centro storico: Creazione della nuova Piazza del Popolo alla fine degli anni 90 del secolo scorso.

MOTIVAZIONI PERSONALI

Debbo aggiungere a quanto detto una serie di considerazioni che possono contribuire a spiegare meglio le motivazioni personali che devono pur esserci in una ricerca, qualunque esso sia lo strumento di indagine o l’argomento prescelto.

La prima di queste riguarda me personalmente e il mio rapporto con la cultura contadina, della cui importanza, e forse, in un certo senso della stessa esistenza ho potuto rendermi conto, paradossalmente, negli anni trascorsi a studiare al nord.

La Scuola, parziale e legata alle mode del momento, mi aveva fatto vedere, del mondo in cui ero nato solo gli aspetti negativi con tratti caratteristici che sembravano essere solo la miseria e la mancanza di prospettive per il futuro. I libri di testo disegnavano, anche iconograficamente, un mondo contadino meridionale arretrato, incolto e poco adatto alle possibili prospettive di sviluppo: al nord c’erano gli eroi, mentre al sud esistevano i briganti e quando andava bene i rivoluzionari straccioni alla Masaniello; al nord la meccanizzazione dell’agricoltura e al sud ancora col “ciuccio” e tutto questo, ovviamente, per colpa di un’indole caratteriale a noi trasmessa geneticamente dalla lunga dominazione di una stirpe Spagnola indolente e poco propensa verso qualsiasi idea che riguardasse ipotesi di sviluppo e di crescita sociale. Bisognerà aspettare la fine degli anni 70 per poter trovare, nei libri di storia scolastici, analisi del fenomeno meridionale meno superficiali e tendenziose che, guarda caso, erano già state elaborate in epoche di molto antecedenti ma non avevano mai trovato canali di divulgazione adeguati. Con questo bagaglio di certezze molti di noi sono partiti per trovare nella “terra promessa dello sviluppo” la soluzione dei problemi e quale fu la mia sorpresa nello scoprire che ì contadini delle Langhe piemontesi, o quelli del territorio interno ligure, per non parlare dei veneti, erano del tutto simili a quelli che avevo lasciato e, per alcuni aspetti, sotto il profilo caratteriale, molto meno aperti alle innovazioni del progresso tecnologico che avevano la possibilità di osservare da vicino e senza intermediari mediatici.

Ti riaguli

Quello che per il contadino meridionale rappresentava la possibile alternativa alla fame, per questi era invece sfruttamento sistematico e annullamento della personalità. Loro, che avevano la fortuna di essere osservatori diretti di questa faccia della medaglia, vi contrapponevano l’orgogliosa presunzione di libertà che il lavoro dei campi poteva garantire rispetto alla catena di montaggio. Tutto questo era stato possibile solo grazie ad un tessuto sociale indubbiamente più evoluto rispetto ad un mondo in cui la piccola proprietà terriera non era mai esistita e tutto sì esauriva storicamente nella schiavizzazione delle classi più deboli. Ma tutto questo non aveva niente a che vedere con la genetica.

Il passo successivo doveva allora essere, quello di riuscire a scoprire, assodato il diverso e naturale sviluppo storico, quali potevano essere i valori unificanti sui quali lavorare per tentare di spezzare le catene della fame e dell’ignoranza nelle quali senza colpa ci siamo trovati a nascere e a sopravvivere. Tra ì tanti, simili ma non del tutto comparabili, per tutta una serie di motivi che sarebbe troppo lungo spiegare in questa sede, uno emerge con sicura assonanza: il lavoro o, ancora meglio, la consapevolezza che il lavoro rende l’uomo libero dalla schiavitù e dalla fame.

Sembra la scoperta dell’acqua calda, e un osservatore superficiale della nostra realtà avrebbe tutti i motivi per pensarlo, ma basta soffermarsi a riflettere sul rapporto che i nostri contadini avevano con il lavoro per capire quanta poca acqua calda ci sia in questa affermazione: quello che per altri popoli era già diventato un diritto, se non ancora conquistato, comunque da conquistare, per i nostri contadini, ancora negli anni 50, era solo un privilegio concesso col contagocce e del quale bisognava comunque essere riconoscenti.

Se si capisce fino in fondo il ruolo giocato dalla mancata consapevolezza del proprio essere soggetti attivi della società, si può più facilmente comprendere il fenomeno logicamente conseguente della mancata valorizzazione di tutti prodotti della civiltà contadina. E’ del resto il fenomeno che ha portato alla scomparsa di tutte le forme di artigianato locale e al deterioramento dei valori sui quali si fondava la nostra cultura, che, solo perché diversa, è stata fatta scomparire a vantaggio di modelli estranei molto più comodi e alla moda. Che poi questo abbia prodotto la scomparsa delle poche attività economiche produttive a vantaggio delle cattedrali nel deserto di Gioia Tauro ieri, e di Crotone oggi, è solo frutto della mala sorte e non di un tentativo di colonizzazione ancora una volta ben riuscito portato avanti con l’aiuto di buona parte degli intellettuali meridionali e di una classe politica mediocre, con una visione strategica che, quando c’era, si limitava alla soluzione delle emergenze.

LA TERAPIA FOTOGRAFICA

Da tutto ciò discende la possibilità di un utilizzo della fotografia d’epoca o contemporanea in senso quasi terapeutico: fornire a una persona uno strumento che l’aiuti a ritrovare se stessa e a scoprire la realtà dell’ambiente in cui vive per potersi quindi orientare là dove si era smarrita. Attraverso l’impiego di oggetti rappresentati scoprire la storia, e attraverso questa capire che quello che sembrava “naturale”, era ed è storico, quindi trasformabile: persone reali hanno sofferto, gioito, litigato, subito sopraffazioni per costruire o far costruire, per vendere, comprare, usare o modificare quegli oggetti.

E’ necessario fare qualche passo indietro perché si possa capire dove ci si trova, per riuscire a sfuggire alla prigionia dell’immediato. E’ un bisogno questo, espresso in mille forme ma sempre deviato e distorto perché risulti incomprensibile, perché si trasformi non in ricerca dell’ambiente e della sua storia, ma in distruzione e perdita di identità. E’ anche per questo che la storia contadina diventa una trama difficile da leggere e addirittura da rintracciare. Ma allora la necessità di ricercare diventa un bisogno etico soprattutto per chi non accetta di essere cancellato dalla storia o di essere rappresentato in immagini false e stereotipate e prova a riappropriarsi di tutti quegli elementi di analisi che possono ricondurlo alle origini, nel tentativo di rifondare su basi nuove, o meglio ancora “vecchie”, le proprie prospettive per ancorare in modo sicuro e stabile il futuro dei propri figli.

Ed ecco che si rende necessario offrire ai nostri anziani un mezzo per ricordare, riconoscendogli l’importanza che meritano perché possano contribuire, con rinnovato vigore, alla ricostruzione di ciò che era stato distrutto da una cultura che li aveva emarginati: ai nostri figli un’alternativa valida, fondata su una storia millenaria, sulla quale soffermarsi a ragionare nel dilagare della dinamicità televisiva in opposizione a un mondo che fa di tutto per impedirgli di ragionare.

Le immagini contenute in questo libro rappresentano di fatto la possibilità di rimetterci in discussione nel confronto, ricco di spunti imprevedibili, tra le fonti scolastiche o dei Media e le inesauribili fonti della memoria degli anziani.

In questo senso ho cercato di inserirmi, non so quanto meritatamente, nell’alveo di chi mi ha preceduto, cercando di coniugare il passato con il presente, con l’occhio vigile e attento di chi, al limite della pignoleria, cerca nel più piccolo frammento di pietra, l’origine della propria storia con la consapevolezza che questa può assumere importanza solo nel rapporto con la storia degli altri perché, come diceva uno che l’aveva capito molto prima di me, “nessuno è un’isola”.

LE PROCESSIONI

In questa sezione sono pubblicate quasi tutte le fotografie ritrovate sull’argomento “feste e processioni”. Riguardano un arco temporale che spazia dall’inizio del secolo fino ai nostri giorni e rappresentano una documentazione unica dell’evoluzione ambientale subita dal nostro paese in questo lungo lasso di tempo. Si riferiscono quasi tutte alla festa dedicata alla Madonna del Soccorso che è del resto ancora oggi la festa principale del paese.

Frutto generalmente della passione di fotografi dilettanti, esse racchiudono pregi e difetti di questa condizione ma, per una serie di combinazioni fortunate, quasi tutte rispettano i canoni classici dell’inquadratura con risultati molto spesso pregevoli soprattutto se si tiene conto dell’attrezzatura e dell’occasionale attitudine a fotografare.

Sono immagini che ci danno uno spaccato evolutivo della condizione urbanistica e strutturale del paese con le ampie inquadrature dall’alto e l’uso dei primi obiettivi grandangolari, ma contengono anche una miniera di informazioni sugli usi e costumi con particolari che in qualche caso sono spariti dalla memoria collettiva.

Sono molto spesso il frutto di un legame con le proprie origini identificato iconograficamente dall’unico evento veramente immutabile nelle diverse epoche storiche: un filo conduttore generazionale ancorato ad una tradizione che le guerre, le carestie o le disgrazie riusciranno a mutare. I castelli e le chiese possono crollare sotto il peso degli anni ma la processione rimane li, con le sue scadenze e i suoi rituali sempre identici, a simboleggiare un attaccamento alle origini altrimenti poco rilevabile in altre manifestazioni.

La foto sopra è la più antica, insieme ad un’altra probabilmente dello stesso fotografo, della mia collezione di originali. Questa in particolare è una stampa per contatto di un negativo 6×9 scattata probabilmente con una Rolleiflex di inizio secolo da uno dei primi “americani” che erano tornati visitare il paese in occasione della festa del Soccorso.
A questo proposito è da rilevare immediatamente come la maggior parte delle immagini che ho raccolto anteriori alla prima guerra mondiale, e in parte anche di quelle successive fino alla seconda, siano foto inviate da emigrati in America che erano tra i pochi sammauresi a possedere una macchina fotografica.
Mentre raccoglievo il materiale, uno dei rimpianti maggiori fu proprio quello di non avere le risorse necessarie per un piano di recupero su larga scala del patrimonio fotografico conservato nei cassetti e negli album dei nostri compaesani d’America.

Nella foto sopra è interessante evidenziare il particolare della banda in divisa stile esercito Savoiardo e degli abiti dei personaggi ritratti:
Dal punto di vista più squisitamente antropologico spicca immediatamente il fatto che ha portare il quadro siano esclusivamente uomini e la sporadica presenza femminile che era relegata in fondo al corteo a cantare le lodi ed a recitare le litanie. Sullo sfondo catapecchie nelle quali riuscivano a “sopravvivere”, in modo assolutamente promiscuo, uomini e animali e, molto spesso numerosi, gli uni e gli altri.

La foto è di proprietà della famiglia Mauro Giuseppe.

Il collage che ho pubblicato sopra rappresenta solo una microscopica parte della mole di immagini che ho raccolto delle varie processioni. Ancora più numerose quelle che successivamente agli anni 70 ho scattato io con le diverse macchine fotografiche e ultimamente con lo smartphone. Queste ultime poi coprono l’intero panorama delle processoni e degli avvenimenti che nell’arco degli ultimi 50 anni si sono succedute nel mio paese.

CRONACA

Le immagini di questa sezione sono rappresentative di un periodo storico molto ristretto che riguarda in particolare il primo dopoguerra e rappresentano emblematicamente lo stato d’animo di chi affronta questo tipo di ricerca storica. Lasciano intravvedere un potenziale documentario di enorme rilievo ma sono anche difficilmente reperibili lasciando l’amaro in bocca al pensiero di ciò che poteva essere e non è stato. Così come è avvenuto per altre sezioni di questo libro, si deve constatare la scarsa importanza che i nostri possessori di macchine fotografiche hanno dato ad avvenimenti di cronaca che pure le fonti orali ci riportano come momenti importanti del nostro paese. Ma erano avvenimenti che riguardavano uomini e cose non ancora assurti alla dignità fotografica perché portatori di valori considerati marginali o comunque non determinanti.
Del resto anche da parte dei protagonisti c’è sempre stata una sorta di ritrosia ad essere immortalati in situazioni che fino a pochi anni addietro venivano considerati fortemente compromettenti in un mondo in cui schierarsi significava subire la rivalsa del “potere costituito”,
Ne è la prova l’assoluta mancanza di immagini che documentano le lotte contadine del primo e secondo dopoguerra e che hanno avuto sul nostro territorio una grande partecipazione.
E’ talmente ero questo che il documento più importante dal punto di vista fotografico su questo argomento è stato prodotto da un milanese: Le fotografie di Ernesto Treccani a Melissa sono un documento eccezionale per tutti coloro che si vorranno avventurare nel lavoro di ricerca sulla popolazione contadina del Marchesato crotonese negli anni 50.
L’unico documento rimasto in questo senso riguardo al territorio di San Mauro è rappresentato da quel grande affresco neorealista della nostra realtà di emarginati dalla storia che si può trovare nel film il “Brigante” di Castellani.
Nessuna amministrazione comunale ha ritenuto fino ad ora di acquisire nel proprio archivio una copia di questo film quasi interamente girato nel nostro territorio e i cui protagonisti sono individuabili per la maggior parte tra i nostri contadini. Questa è forse la prova più evidente di quanto si è venuto finora affermando circa l’importanza che viene tuttora data al recupero di una documentazione fotografica che ci riguarda.

Negli anni successivi alla pubblicazione del libro, consapevole di questo deficit generalizzato di interesse, ho cercato, al limite dell’invadenza, di essere sempre presente a tutti gli avvenimenti accaduti sul territori di questo paese e il risultato è in un archivio fotografico quasi quotidiano di qualsiasi cosa sia successa, bella o brutta ce fosse, sotto il cielo di San Mauro Marchesato.
Negli anni parte di queste fotografie sono state pubblicate in rete in tutti i canali social conosciuti e lasciate all visione e alla fruizione di tutti senza nessuna restrizione o censura.
Purtroppo, accanto alla maggioranza di persone che hanno utilizzato questo materiale nel modo previsto, cioè conservandolo per uso personale o utilizzandolo per attività senza fini di lucro, molto spesso senza neanche la necessità di chiedere il permesso al sottoscritto, c’è stata una minoranza molto ristretta che ha approfittato di questa liberalità prevista talaltro dalle convenzioni della rete sullo sfruttamento delle opere pubblicate ma attribuendosene la paternità, oppure, snaturandole con modifiche non autorizzate e, ancora peggio, falsificando le informazioni contenute stravolgendone il senso originario e e le informazioni storiche di riferimento.
Tutto questo mi ha costretto a chiudere questi canali social e non purtroppo impedendo così la libera visione a tuuti coloro che educatamente avrebbero voluto farlo.
Ho sempre detto però pubblicamente che il mio patrimonio fotografico è a disposizione di chiunque me ne faccia richiesta senza nessuna condizione se non quelle previste dalle licenze Open Source e Creative Commons sulle opere creative prodotte in forma digitale.

IL LAVORO

Il lavoro entra nel discorso fotografico del nostro paese solo marginalmente e mai con intento veramente documentaristico. Nella maggior parte di casi si tratta di immagini dedicate alla persona, con poco interesse al contesto in cui questa si muove. Ancora oggi non esiste nella nostra zona la convinzione che sia importante registrare le fasi di un’attività in quanto tale senza nessun fine ritrattistico, ma del resto la stessa fotografia di situazioni che non comprendano interessi diretti del fotografo, viene considerata come attività inutile se non addirittura poco razionale.
Se lo è oggi, figuriamoci ieri.
E allora è normale ritrovarci senza nessuna documentazione fotografica di arti e mestieri ormai
completamente scomparsi.
Non è rimasto niente del “seggiaru”, “vuttaru”, “quadararu”, “custuriari”, “carbunaru”,
“mastradasciu”, “sportaru”, “ombrellaru”, “spingularu”, “putigaru”, “furnara” “mulinaru”,
“metallaru”. Quasi niente è rimasto dei lavori in campagna e degli usi e consuetudini ad essi legati. Di tutto questo ci rimangono solo i racconti dei pochi anziani rimasti e le atmosfere, gli odori respirati da bambini. Sono purtroppo atmosfere non più riproducibili, sono odori e suoni destinati a rimanere nelle nostre narici ed orecchie senza nessuna possibilità di farli sentire alle nuove generazioni. Gli stessi manufatti di queste professioni tendono ad essere sommersi da oggetti molto più attraenti e comodi e così anche le più piccole tracce della nostra civiltà tendono inesorabilmente a scomparire.
Questo è il modo più stupido per sparire dalla storia.

La scuola

La scuola è una sezione aggiunta adesso.
Non era presente nel libro come sezione autonoma anche se erano presenti alcune immagini relativi soprattutto agli asili e alla scuola serale. Questo per un duplice motivo: il primo relativo al fatto che erano pochissime le fotografie di scolaresche della prima metà del secolo, e il secondo attribuibile invece ad una errata valutazione da parte mia dovuta alla considerazione che le foto che riguardavano la mia generazione fossero troppo attuali per meritare un posto in un libro di ricordi. Oltretutto considerando la seconda metà del secolo non degna di analisi approfondite: considerazione che ho percepito come sbagliata già durante la stesura del libro ma era ormai troppo tardi per cambiare questa parte del progetto.
A dimostrazione di questo, immediatamente dopo l’uscita del libro ho ricevuto una serie enorme di donazioni di foto scolastiche sulle quali si potrebbe scrivere un testo a parte.

LA FAMIGLIA

Questa sezione, che nell’ambito del materiale raccolto rappresenta la parte maggioritaria insieme ai ritratti, è quella che invece ha subito i maggiori tagli per una serie di ragioni che spaziano dall’uniformità dei soggetti allo stato di conservazione dei reperti trovati.
Le fotografie raccolte hanno tutte, monotonamente, le stesse caratteristiche trattandosi per la maggior parte di originali o di cattive riproduzioni di originali che ritraggono persone ben vestite con gli abiti della festa, in atteggiamenti quasi mai spontanei, e con sfondi che differiscono tra loro solo nel tipo di telo utilizzato. Quasi tutte sono scattate da fotografi ambulanti che si portavano appresso, nel loro peregrinare di paese in paese, la pesantissima macchina fotografica e il fondale da appendere dietro ai soggetti preoccupandosi di servire il cliente nel migliore dei modi, di abbellirne le sembianze e di farlo apparire importante e comunque meritevole di un’immagine. Per fornire un ritratto apparentemente veritiero e lusingare con un’immagine degna di essere vista il suo cliente, il fotografo adornava l’interno di una casa piccolo borghese o il muro sbrecciato di una casa contadina, con un fondale di tela dipinta che rappresentava ambienti consolanti e ridenti, dando cosi, almeno in fotografia, l’illusione di essere entrati nella storia da signori.
Ad onor del vero, nel nostro paese non devono essere capitati i fotografi migliori, visti i risultati: quasi tutte le immagini forniscono inquadrature che lasciano trasparire quei particolari che si vorrebbero nascondere con un risultato scopertamente finto e patetico.
Solo dopo le guerre e sulla base delle esperienze dei fotografi del fronte anche il dolore e la miseria assumeranno il valore catartico di liberazione dagli stereotipi fotografici incanalandosi
nella scuola di pensiero che fa anche della “storia degli umili” la “Storia dei popoli”.
Solo allora spariranno i fondali e comparirà la realtà ambientale con tutte le sue contraddizioni.

MATRIMONI

Non sono molte le fotografie relative ai matrimoni che si riesce a recuperare, soprattutto riguardo ai primi anni del secolo. La macchina fotografica è ancora uno strumento molto raro e costoso e la fotografia è ancora troppo legata ai tempi dei fotografi ambulanti, per forza di cose non prevedibili. Se a questo si aggiunge il carattere di sacralità che a questo avvenimento e alle foto che lo riguardano, viene attribuito soprattutto dalle nostre donne ancora oggi, si può ben comprendere la difficoltà nel reperire fonti per questa sezione.
Eppure le foto di matrimoni, avrebbero rappresentato uno strumento eccezionale di analisi sia dello sviluppo urbano del paese che dell’evoluzione sociale della popolazione. Lo snodarsi dei cortei lungo le vie che conducono alla chiesa avrebbe potuto fornire un quadro complessivo dell’ambiente non eguagliabile nemmeno dalle processioni che hanno un percorso sempre identico che non si discosta molto dal corso principale.
Fotografie che riprendessero i festeggiamenti che si svolgevano in casa successivamente alla
cerimonia religiosa, avrebbero fornito uno spaccato reale degli usi e dei costumi del nostro paese.
Il contratto di matrimonio, molto legato a beni che dovevano garantire la sopravvivenza della nuova, non poteva prevedere la spesa relativa a un bene che non serviva assolutamente a questo scopo, e il pensiero di lasciare un ricordo per i posteri era sopraffatto da necessità più immediate e meno costose. In una situazione ambientale in cui dominava la miseria, i “rettangoli di memoria erano un lusso quasi immorale” che solo pochissimi si potevano permettere.

Continua….

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