A Varviria: Il salotto della civiltà contadina

L’arte del barbiere è molto antica. Essa fu importata dalla Sicilia a Roma, dove il servizio risultò così gradito da essere subito diffuso a legalizzato col benestare del Senato. L’arte del barbiere non era limitata al solo uso del rasoio sopra le guance, ma anche delle forbici per aggiustare i capelli.

All’occorrenza il barbiere si improvvisava anche chirurgo, salassatore, cavadenti. Le insegne che raffiguravano la sua professione erano dipinte in rosso sangue per richiamare la pratica del salasso e l’esposizione di denti veri o riprodotti connotava il suo mestiere di cavadenti. La bottega del barbiere ha sempre assunto un ruolo centrale nel contesto della vita sociale, all’interno di una comunità paesana. Il “salone” è stato anche una specie di salotto, luogo in cui ci si affidava alle mani esperte dell’artigiano e, in più, ci si poteva riposare, rilassare, intrattenere piacevolmente. Un tempo la bottega del barbiere costituiva un punto di ritrovo, di discussione a anche di intrattenimento musicale. ” ”  
Il barbiere, come tutti gli artigiani del resto, in un piccolo paese era “U “MASTRU”” (Il maestro) inteso non solo come maestro nella sua arte, ma quasi sempre, nell’accezione scolastica di maestro di vita. I ragazzi venivano avviati dal “Mastru”, in tenerissima età ed era considerato un privilegio essere presi a bottega anche se per molto tempo questo significava dover svolgere tutte le incombenze più umili all’interno del “Salone”.
Molto spesso ” Jiri a ru “Mastru”” rappresentava l’alternativa che i genitori decidevano di attivare nei confronti di figli non proprio portati per gli studi, e del resto un percorso di studi che andasse al di la delle elementari era pressoché inconcepibile per famiglie che a mala pena riuscivano a procurarsi da mangiare a un livello di mera sopravvivenza.
Questo tipo di scelta era quasi sempre subito dai ragazzi che la vivevano come una galera rispetto al piacere di andare dietro agli animali nei campi coi piaceri che questo comportava.
A tutto questo aggiungiamo che per le famiglie rappresentava anche una spesa ulteriore che per quanto piccola pesava abbastanza sul già magro bilancio familiare e comunque gli sottraeva braccia che potevano aiutare nelle piccole attività quotidiane.
Una delle responsabilità maggiori del “Mastru” era quella di riuscire a selezionare tra i piccoli allievi quello più portato verso il mestiere. I criteri a cui molto spesso questi faceva riferimento erano per lo più legati alla motivazione verso l’arte ma non erano infrequenti i casi di rifiuto dopo pochi giorni per una manifesta insofferenza verso l’obbedienza e l’ordine nel svolgere i compiti affidati.
Il rifiuto di un “Mastru” nel prendere a bottega un ragazzo veniva vissuto dalla famiglia in forma molto più dolorosa rispetto al rifiuto di andare a scuola perchè questo rappresentava l’ultima possibilità per il ragazzo di sfuggire a un destino programmato da secoli e che prevedeva un futuro di bracciante o di pastore al servizio di qualcuno.
Per quei fortunati che riuscivano a rimanere a bottega si apriva un futuro fatto di giornate diverse rispetto agli altri ragazzi oltre che con prospettive diverse. La bottega del barbiere, più che le altre botteghe di artigiani, era scuola di vita oltre che scuola d’arte. Intanto, cosa non facilmente rintracciabile in altre botteghe, qui regnava la pulizia ed era richiesta una pulizia personale che non era proprio nel costume dei ragazzi del nostro paese. Oltre a questo, la natura di salotto che questa bottega assumeva, dava la possibilità al ragazzo di apprendere fatti e concetti che difficilmente avrebbe appreso in altri ambienti. All’umiltà dei servizi che doveva svolgere si contrapponeva la possibilità di avere accesso a tutti i fatti, più o meno segreti, che riguardavano il presente e il passato della nostra comunità.
La carriera del giovane apprendista era scandita da operazioni di difficoltà sempre crescente che il “Mastru” gli affidava non appena, a suo insindacabile giudizio, se ne rendeva capace. Passare dalla semplice raccolta dei capelli caduti o dal ruolo di tieni carta per la pulizia del rasoio, alla preparazione della saponata, poteva richiedere mesi e questo no significava assolutamente che si era ormai a buon punto. C’è da tenere presente che nel giudizio non pesava soltanto la valutazione del “Mastru”, ma molto spesso incideva massicciamente il giudizio del cliente che riteneva quasi sempre la mano del maestro molto più sicura di quella dell’allievo e il pregiudizio sui danni che una mano inesperta poteva provocare era il più duro a morire. E ovvio che il maestro provava prima su di se le capacità raggiunte dall’allievo ma questa non era quasi mai una garanzia definitiva.
Ma la vita dell’apprendista barbiere era fatta anche di altre sfumature, forse meno percettibili ma non per questo meno decisive rispetto alla valutazione del “Mastru”. La discrezione e l’educazione in un ambiente frequentato da persone di tutti i ceti sociali erano considerati determinanti forse in misura maggiore rispetto alle abilità raggiunte. La pazienza nel sopportare reazioni caratteriali le più disparate in funzione della piena soddisfazione del cliente era considerata fondamentale per il futuro barbiere.
Dopo gli anni cinquanta poi, “Mastru” Giuvanni i Filippu, cominciò a esercitare la funzione di edicola per quei pochi che nel nostro paese leggevano il giornale, e questo rendeva ancora di più la sua bottega il centro dell’informazione comunitaria: accanto alle notizie locali, si poteva finalmente discutere di temi nazionali e internazionali di cui lui si compiaceva di rendere i suoi avventori edotti. Essendo poi questi per la maggior parte analfabeti, il suo ruolo di depositario della verità rivelata veniva ingigantito e consolidato.
Ma al di la di questo momentaneo fenomeno venuto a mancare con la crescita dei ragazzi della scolarizzazione di massa, era veramente un piacere andare dal barbiere e ascoltare le discussioni che gli anziani intavolavano su tutti gli argomenti, locali e non. Aver avuto in quei momenti un registratore a disposizione avrebbe significato essere oggi in possesso di una vera miniera di fatti, aneddoti, racconti, canzoni e espressioni che si sono perduti con la memoria dei loro protagonisti.
A scuola studiavo la guerra, e li dentro sentivo dalla viva voce degli ex soldati versioni che non sempre coincidevano. Accanto ad atti di eroismo di cui ognuno di loro si rendeva di volta in volta protagonista, avevo il privilegio di ascoltare storie di ordinaria vita militare o di ordinaria pazzia di cui la guerra è comunque intrisa. Molti dei racconti sentiti dal barbiere si sono impressi nella mia memoria e hanno caratterizzato nel bene e nel male la mia formazione.
Ma non erano gli unici discorsi che si potevano ascoltare stando seduti in fila sugli scranni della varviria, molto più spesso a tenere banco erano fatti che avevano per protagonisti giudici e avvocati che assumevano il ruolo dei grandi principi del foro o di perfetti incompetenti a seconda che avessero vinto la causa o che l’avessero persa. Siccome poi, quasi sempre gli avvocati erano sempre gli stessi, e di S. Severina, questi assumevano un ruolo o l’altro a seconda che chi raccontava l’episodio fosse tra i perdenti o tra i vincenti. La Pretura di S. Severina assumeva comunque un ruolo mitologico dove avvenivano le cose più strane e dove le battute dei convenuti assumevano il ruolo risolutore delle cause. Ho sentito di cause vinte con una battuta o perse per una infelice uscita del difensore: il fatto in se non aveva importanza, chi aveva ragione o torto era un accessorio rispetto alla conduzione della causa così come il narratore l’aveva percepita. Agli avvocati venivano poi affibbiati soprannomi che ne denotavano le capacità professionali o che ne esaltavano i difetti fisici o caratteriali.
Ma i discorsi che più appassionavano i narratori e gli ascoltatori erano quelli relativi al mistero e ai morti con questi ultimi che quasi sempre assumevano aspetti da vivi per avvisare di un perico
lo o più semplicemente per giocare scherzi. Il cimitero diventava il centro delle storie di apparizioni e agli occhi dei ragazzi presenti alla discussione diventava luogo di paura e di coraggio.
Non era infrequente che le discussioni portassero a un eccessivo tono della voce e allora interveniva il “Mastru” che dall’alto della sua autorità provvedeva a calmare gli animi in modo molto spesso pacato ma in alcuni casi anche con un energico invito a continuare fuori la discussione. 

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Carmela

Franciscu avia scindutu i du ciucciu cacchjiandu menti a mintiri i piadi subba cihri pochi i cuti ca eranu rimasti...

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