A telivisioni i di cumpagni

La televisione, in fondo, era un semplice oggetto della cui utilità non si era per niente consapevoli, ne tanto meno si poteva dire che fosse utile alla sopravvivenza o al miglioramento della qualità della vita, bastava, però, accenderla, per ottenere l’attenzione di tutti davanti ad immagini e a suoni, che sconvolgevano il ritmo eterno della tradizione.
Niente era in confronto alle macchine, di cui si favoleggiava nei capannelli serali e nelle pause del lavoro, capaci di far lievitare a dismisura, come per miracolo, i quintali di grano prodotti all’anno, capaci di sostituire in un colpo solo la forza di svariati cavalli e imprecisate braccia umane. Eppure, quando “”i compagni”” ne comprarono una per gli iscritti, gli amici e gli altri, la vita sociale del paese cambiò in un colpo solo e con la dirompente violenza di una macchina frantuma abitudini che non aveva avuto uguali nella storia secolare del paese. ” ”
La televisione venne istallata su un alto sgabello addossato alla parete di un ambiente, che poco prima era stato un magazzino di derrate e attrezzi agricoli e, benché i compagni si fossero dati da fare per ripulire lo stanzone di Via Roma e passato una mano di calce e di tinta bianca, gli odori di cereali ammuffiti e di grasso meccanico, prevalevano sugli altri e restavano nell’inconscio collettivo insieme con le musiche, le immagini e le atmosfere dei primi film in bianco e nero. “”U Zzu Rusaru i cantaturu”“, “”Giginu i da Calabrara”” e “”Pirniciuni”” aprivano le porte dell’ex deposito qualche ora prima dello spettacolo, per dare la possibilità di prenotare le sedie am anche per servire da bere ai primi avventori, che per un motivo o per un altro trovavano il tempo per passare a farsi un tressette o una scopa ai tavolini di ferro, rotondi, e dalle gambe eternamente arrugginite. Il pubblico del resto era quasi sempre composto da “”compagni”” simpatizzanti e amici che prenotavano più per i loro figli che per se stessi. Consumare oltretutto era anche un modo per scaricarsi la coscienza del non aver messo niente “”intra u carusiaddru”” delle offerte che si raccoglievano per pagare il televisore e le spese di funzionamento.
Il posto poi si prestava anche alla frequentazione lontano da occhi indiscreti (le donne) e comunque abbastanza vicino a Piazza del Popolo, il centro del paese, per qualsiasi evenienza e necessità. Si era a tiro di imbasciata da parte dei bambini più piccoli, e lontani abbastanza dagli occhi severi di mogli gelose.
Del resto anche questo rendeva la televisione dei “”compagni”” un circolo esclusivo: le donne non potevano entrare e accanto al potere delle braccia, che aveva sempre dominato sulla donna per secoli, si andava a sommare il potere della conoscenza che la televisione trasmetteva soltanto all’uomo. Era l’uomo che portava a casa le notizie sul Festival di San Remo, su Miss Italia, sui vestiti delle attrici e delle cantanti, e, non ultime in ordine di importanza, sulle decisioni del governo.
Alla donna non restava che pendere dalle labbra del marito che analfabeta più di lei, magari anche meno intelligente, aveva però ascoltato il telegiornale e sapeva come andava il mondo al di la “”i du Cuarvo e du Sbarnaturu”“.
Più fortunati erano i ragazzi (solo i maschi… è ovvio) che potevano finalmente seguire i grandi in un posto dove invece prima era assolutamente vietato entrare se non peri l fugace momento di un’orzata o di una gazzosa al limone.
I ragazzi non sempre però venivano, e quando lo facevano preferivano rimanere accanto ai compagni di gioco, i più grandi in fondo, vicino alla porta, per sentirsi liberi di entrare e di uscire a piacere e i più piccoli in prima fila. Tutto questo però solo nel primo pomeriggio per la durata della tv dei ragazzi, che di seguire telegiornali o tribune politiche a questi non passava neanche per l’anticamera del cervello e preferivano i giochi di ruolo i più piccoli o lunghe “”ricoteddre”” a tema fisso (le donne), i più grandi.
Per i ragazzi che avevano la fortuna o sfortuna (perchè obbligati da un padre più apprensivo a non muoversi dalla sala) lo spettacolo della televisione diventava uno spettacolo nello spettacolo perché i commenti e le considerazioni degli anziani su quanto si vedeva sullo schermo, finalmente liberi dalle occhiate inquisitrici delle beghine, si sbizzarrivano fino allo stremo assumendo un che di comico che si faceva preferire allo spettacolo in bianco e nero. Le battutacce sulle cosce delle ballerine, sulla licenziosità degli abbigliamenti femminili, sui baci appassionati dei protagonisti, sulle protuberanze visibili in corrispondenza dei genitali dei ballerini classici, erano degne del piglior repertorio dell’avanspettacolo. Le risate che scaturivano dai volti espressivi degli attori sempre più frequentemente coprivano le battute dei protagonisti e la scarsa dimestichezza con l’italiano faceva si che tutto si riduceva a seguire le immagini più che i dialoghi. Del resto, gli sceneggiati di Bacchelli, pur nella grandiosa e fedele ricostruzione degli avvenimenti, si prestavano poco all’attenzione di un publico digiuno di libri e di lettere.
Non era infrequente accorgersi che durante le scene più drammatiche dei fratelli Karamazzof, “”u zzu Ntoni”“, “” u zzu Peppi”” e “”ru zzu Turuzzu”” se la dormivano della grossa con la bocca ben aperta e ronfante.

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