Il forfait della memoria

Oratorio

“Ha dittu ca stà jandu a fruffè”… oppure… “oramai puazzu jiri sulu a fruffè”. Modi di dire della preistoria tecnologica a San Mauro. Il tempo in cui l’interruttore era “U buttuni” l’energia elettrica era “ra correnti” e il contatore era “U puntatori”. Per chi lo possedeva il contatore: quei pochi fortunati mortali che avevano la fortuna e le risorse per farselo attaccare. La maggioranza delle case andava a ” fruffè”: “quandu s’appiccijavanu i luci i fora, tandu trasiva ra correnti intra a casa”. E questo diventava un “modus vivendi che scandiva i tempi della casa, inesorabile come un rasoio e irreversibile come un processo naturale: a una certa ora tutto si fermava o iniziava e i tempi li decideva il timer della “cabina i di cruci”. Per la quasi totalità delle persone questo era un fatto non solo accettato ma considerato alla stregua di qualsiasi altro fatto naturale…in fondo anche loro erano abituati ad andare a “fruffè”: si alzavano sempre alla stessa ora è andavano a dormire da una vita al calar del sole. Se questo circolo si interrompeva, questo avveniva quasi sempre per malattia o altro impedimento. E per la “corrente” era lo stesso: andava via solo se pioveva o tirava forte vento. “Quando piscijava o si piritava ra gaddrina”! Certe volte era il prezzo delle cose che si faceva a “fruffè”, un tutto compreso che faceva finire discussioni infinite su particolari molto spesso insignificanti e fastidiosi, ma molto spesso era anche un modo per mediare nelle compravendite e in ogni caso era la vita stessa delle persone un “fruffè”. La memoria funziona allo stesso modo, è un tutto compreso indistinto pronto all’uso ma non modificabile se non per impedimento o per un corto circuito dovuto a cause accidentali. Un magma leggero, impercettibile, quasi del tutto assente per buona parte della giornata che però si accende in alcuni momenti e illumina il niente. Solo allora ti accorgi che quello che ti porti nella testa è un fiume in piena che crea mille rivoli impossibili da seguire, pena una vertigine che ti impedisce di agire con consapevolezza, oppure una sensazione di angoscia di fronte ai meandri nei quali il fiume ti trasporta. Le immagini fotografiche diventano interruttori che agiscono in questo immenso “fruffè” della memoria. Quella sopra lo è diventata per il Maestro Franco Pignataro: appena gliela ho fatta vedere ho visto nei suoi occhi il fiume della memoria e i rivoli che assumevano i nomi di persone ( Maria i Turuzzu i Finita: la signora che balla con lui, Roberto Candeliere: l’artista che ha dipinto l’albero dietro ai ballerini, l’associazione “Nuove Proposte”, Suor Cinzia, il primo Oratorio, la sede nella casa delle “Callottuzze”, la prima Via Crucis, nomi, cose, fatti, avvenimenti, persone, date, … e la vertigine ti coglie e ti blocca il respiro, … e alle parole si sostituiscono i pensieri che portano la mente in una dimensione intima e profonda certificata da uno straniamento di cui solo gli occhi sono testimoni. Poi la memoria ritorna a “fruffè” in attesa di un nuovo interruttore o un nuovo temporale.

Siccità

Renella

Era un’annata come questa, di quelle che nella “memoria d’uomo” non se ne ricordano mai, di quelle che “i cambiamenti climatici irreversibili”, di quelle che “il buco dell’ozono è sempre più largo. Era un’annata come questa… e come le tante altre che verranno con e senza buchi dell’ozono “che poi noi non lo abbiamo mai visto e se fosse vero che è così largo dovrebbe pure vedersi quando non ci sono le nuvole”. E non ne voleva sapere di piovere…ormai erano mesi. E Don Peppino ormai tutte le sere aspettava il mai troppo lodato Colonnello Edmondo Bernacca che non si voleva decidere a fare andar via sto anticiclone delle Azzorre che era la colpa di tutto sto sfacelo di asciuttura. Eppure bastava poco, una piccola nuvola sulla Calabria che poi ci pensava la Madonna a farla diventare più grande e carica d’acqua. E finalmente la nuvola comparve sul meraviglioso 14 pollici del Grundig in bianco e nero della canonica e la signorina Pina quasi si lascia sfuggire un urlo di gioia come se Don Peppino non fosse stato fin troppo categorico: nessuno deve sapere che alla televisione hanno previsto la pioggia. Il miracolo lo deve fare tutto la Madonna e magari proprio quando la processione sta tornando dalla Renella. E se poi saranno solo quattro gocce non ci formalizziamo di certo: l’importante è il “segno” che le preghiere sono state accolte, il resto sta tutto nei misteri gaudiosi della fede. Intanto, almeno per un giorno facciamo il miracolo di far portare il Quadro a quei bestemmiatori e peccatori di uomini che non si confessano mai…pua accurriandu prigandu e ringraziamu a pruvvidijanza!

Tutte donne… o quasi

 

Tutte donne
Gruppo di donne alla fine degli anni 50 fotografate nella piazzetta, attuale Largo San Nicola, dietro la Chiesa Matrice

Ancora una delle foto della serie antropologica:
Qui, con l’esclusione dei due bambini in primo piano, il gruppo è composto di sole donne, tutte giovanissime o addirittura bambine. E’ una foto che io ritengo eccezionale anche dal punto di vista documentale: pochi fotografi documentaristi si possono vantare di aver messo insieme così tante donne in una fotografia degli anni 50 e in un paese del Sud in modo particolare. Chi ha scattato e organizzato la fotografia, (molto probabilmente un prete) doveva avere un intento che solo alcuni grandi fotografi sardi o antropologi come Lombardi Satriani potevano avere. E’ grazie alla sua lungimiranza che possiamo oggi vedere il nostro passato senza il filtro degli sfondi finti dei fotografi ambulanti o il vestito buono della domenica indossato apposta per la posa. In ogni caso, per tutti noi può essere un meraviglioso e utile attestato di appartenenza, un modo per uscire dall’anonimato della grande storia delle nazioni ed entrare di diritto in quella dei popoli. E’ nella fotografia che la dimensione locale della storia si riprende quel ruolo che la globalizzazione avrebbe voluto ridurre al silenzio. Molte di queste persone sono oggi nonne, alcune non ci sono più, ma molti dei nipoti potrebbero riconoscersi in alcune di loro: la fisiognomica delle persone in fondo è una dote genetica.

 

A vineddra

Foto di gruppo di fine anni 50 dell'archivio Don Peppino
Foto di gruppo di fine anni 50 dell’archivio Don Peppino

Ancora una delle foto “Antropologiche”. Una di quelle foto dove forse è più evidente la caratteristica fondamentale delle comunità rurali dove lo spirito di gruppo era il motore della sopravvivenza. “A vineddra” non era soltanto l’indirizzo postale ma il crogiolo di una serie di rapporti che travalicando quelli familiari si intersecavano sul tracciato del bisogno e della solidarietà. Non avevi bisogno di congelare niente delle piccole cose necessarie per cucinare: Quello che non avevi in casa lo aveva sicuramente “a cummari Peppina” e se avevi finito l’olio per quel giorno “Anciuluzza facìa nu sacrificiu” . Certo non era tutto rose e fiori; l’agiografia del ci volevamo tutti un mondo di bene può servire a scrivere romanzi o nei ricordi di Facebocco ma non per ricostruire la storia sociale di un paese. Gli attriti però erano ben nascosti dietro il paravento del rispetto e delle necessità imposte da un’economia di sussistenza che non ti permetteva di sopravvivere isolato. In questa foto si riconoscono una serie di persone di cui non ricordo il nome ma tra tutti spicca, la seconda da destra in piedi, “a zza Maria i Mari Mattia, una delle “chiocce” di Largo San Nicola.

Quando San Mauro stava peggio di Messina

Autobotte

C’è stato un tempo, neanche tanto tempo fa, in cui i disagi di oggi a Messina erano quasi un eufemismo per gli abitanti di San Mauro che avevano turni di approviggionamento acqua di 23, 24 giorni. Sembra quasi surreale raccontarlo, ma le immagini che vedete a corredo di questo articolo si riferiscono al momento in cui abbiamo battuto io record: 27 giorni! Furono costretti finalmente a mandare le autobotti perchè si rischiava ormai il colera.

Autobotte

Serbatoi di 50 q.li o interi scantinati di case adibiti a serbatoi, non bastavano a far fronte  a tutti questi giorni di mancata erogazione. Persone che con le case finite in paese affittavano la casa al mare per farsi la doccia. persone che facevano coincidere le loro ferie con il loro turno dell’acqua e, se gli andava bene, riuscivano a vedere i loro rubinetti funzionanti una sola volta in un mese. Ai “biviari” con i bidoni bisognava prendere il numero come alle ASL e le liti erano all’ordine del giorno.

Autobotte

L’unica cosa puntuale era la bolletta dell’acqua che inesorabilmente registrava il consumo di aria come acqua e, quasi come un film del surrealismo russo, ti invitava perentoriamente a pagare.
Oggi il calcare si mangia le mie apparecchiature idriche e i serbatoi mi servono a far decantare la sabbia e le impurità che mi fanno pagare come acqua…. Ma almeno mi lavo!

U puarcu

 

U Zzu Giuvanni e ru puarcu

Ho una lunga serie di immagini che riprendono tutte le fase della “festa del maiale”. Si perchè per le persone della mia generazione e di tutte quelle precedenti l’uccisione del maiale era veramente la vera festa dell’anno. Evito di pubblicarle perchè potrei urtare la sensibilità di animalisti, vegani, vegetariani e piccoli amanti di questi graziosi animaletti che adesso sono diventati animali di compagnia. Anche noi gli volevamo bene a questi animaletti… li andavamo a trovare tutti i giorni e gli portavamo a “vrudata”, che non era un pappa a cinque stelle ma era una vera vitamina per i prosciutti. Gli andavamo ad accarezzare ogni giorno il pelo e gli cantavamo le canzoncine che inneggiavano alla loro crescita sana e magra. Li facevamo “grastare quando era il momento” e per questo i nostri genitori spendevano soldi che avevano messo da parte proprio per questo evento, o, “favaluari e ciciri” appositamente “ammucciati”. La salute di questi animaletti era una cambiale in bianco firmata a garanzia del mangiare di tutto l’anno e non di rado si ricorreva “a ra zza Micuzza” per stipulare una polizza assicurativa “cuntramaluacchjiu”.
Il giorno fatidico, poi finalmente arrivava: Alle quattro del mattino ci si alzava per riempire “u zirru” e dargli fuoco “ccu l’alò siccati” raccolti sul ciglio delle strade. Il giorno prima si recuperava “subbu u chjiancatu u gambaruni” e si erano affilavano i coltelli: “u scannaturu, i curteddra ppi pilari, i curteddruzzi ppi ri stintina e ra gaccia ppi ra spaccata e ppi l’ossa”. Le donne avevano preparato “i salaturi ppi ri piazzi e ru grassu, i cisteddri ppi ri stintini, i cannati, i cannatiaddri, a limba ppi ra carna i di supprissati e ri maiddri ppi ppi ru salatu, a cassalora ppi ru sangu e ra tinagghjia ppi l’ugni. I limoni e il sale ma soprattutto il vino per brindare alla festa e per scaldare i corpi gelati dal vento di tramontana o di grecale, perchè lo scirocco non era indicato.
Il grazioso animale, ormai diventato grande e forte veniva ammansito con carezze sulla schiena mentre il capofamiglia gli infilava “u rumaniaddru”, legato a nodo scorsoio dentro le fauci aperte, e con appena stretto il nodo lo si spingeva “delicatamente” ma decisamente verso un comodo tavolaccio dove altrettanto gentilmente veniva invitato a distendersi da due uomini forzuti che tenendolo per i “gambaruni” si sdraiavano addirittura sulla sua pancia “in segno di affetto”. Al più piccolo dei bambini toccava l’onore di tenerlo per la coda e al primogenito l’onore di assistere il capofamiglia con i coltelli e le “mappine”.
Poi tutto si svolgeva con un caotico ordine derivato dalla velocità che richiedevano le varie operazioni in un successione ordinata e metodica che una tradizione millenaria aveva conservato perfino nel DNA dei partecipanti.
la coltellata alla gola, la donna con la casseruola col manico lungo che rimesta i fiotti di sangue che escono in modo violento e imprevedibile, le urla degli astanti e dei “tenituri” come ad esorcizzare le urla disperate del “dante carne” che non riusciva a rendersi conto del perchè gli umani che lo amavano tanto gli facevano adesso questo servizio: ed io che provavo ogni volta a figurarmi quali interrogativi dovevano attraversare la testa di questo animale in merito alle possibili colpe che aveva magari involontariamente commesso. Forse se avesse saputo che la sua morte era l’inizio della nostra vita non avrebbe urlato così tanto e non avrebbe “strippitiato” con quella forza e quella violenza.
C’è da dire che gli uomini e le donne che gli stavano intorno non facevano niente per tranquillizzarlo e anzi lo provocavano a essere ancora più resistente con racconti su maiali scappati dalla “maiddra” dopo pelati o con non lusinghieri dubbi sul suo possibile peso netto alla fine. Lui, in fondo aveva fatto di tutto per ingrassare e aveva svolto il suo ruolo di “beato porco” nel più canonico dei modi previsti.
Poi, “u scannaturu” che si infila ruotando nella carotide provoca l’uscita dell’ultimo violento fiotto di sangue e piano piano le dita dei piedi si distendono decretando l’inizio del suo essere cibo per tutti. Una cannata di acqua calda nell’orecchio per sincerarsi della fine e poi uno sforzo all’unisono per metterlo nella “maiddra” per la pelatura…. le cannate che trasportano acqua, i coltelli che radono e scorticano i limoni che lo profumano e il sale che lo disinfetta appena viene appeso alla trave del tetto… e poi la testa che viene staccata e le due parti che vengono sezionate subito dopo aver messo da parte ogni piccola o grande parte degli organi interni non senza prima aver assolto al rito del gonfiamento della “vissica” con il corollario di commenti sulle labbra sporche di sangue e i possibili rifiuti delle donne invitate a pur leciti baci.
le donne “ari stintina” e ” a ra cucina”,  gli uomini alle faccende di tutti i giorni perchè la carne deve riposare e l’unica carne che si può maneggiare è quella per la “frissurata”.
Tutto il resto nella prossima puntata… Ma spero che la foto “i du Zzu Giuvanni Borda” e le mie parole vi abbiano fatto capire quanto anche noi abbiamo amato il porco!

 

U Capillaru

I mercanti di un tempo non possedevano apparecchiature elettroniche per avvisare del loro arrivo ma usavano la voce per urlare agli angoli delle strade che erano arrivati.Le loro urla risuonano nelle orecchie di tutti quelli che hanno vissuto l’epoca pre-elettronica e quando non ci si ricorda le parole, ci ritorna in mente la cadenza caratteristica di ognuno di loro. Chi dei cinquantenni di oggi non si ricorda di “”Giustinu”” che tutte le mattine richiamava intorno a se e ai suoi prodotti tutte le donne del nostro paese:

“”Pettini…Pettinissi…Rocchelli…Cromatina…Specchji..e…Nastri.
Chi, ancora, non si ricorda di “”Ndrija”” con il suo:
“”Uagghjiu…Varrilli..e…Segge.
Le urla caratteristiche dell’”“ombrellaro”“, del “”capillaru”“, del “”gumbularu”” risuonano nella memoria di un tempo in cui il poco era esaltato dalle necessità più che dall’apparire. ” ”
I soldi non erano un elemento importante tanto:
“”cangiamu ccu ciciri, favaluari,e favi”“
E persino i capelli e il ferrovecchio potevano servire per soddisfare il desiderio di una bambola da mettere sulla testa o sulla sedia del letto.
Un posto di rilievo nel panorama delle professioni che non esistono più, e degli strilloni di un tempo, lo occupa sicuramente “”U capillaru”” (Il commerciante di capelli). l’unico, tra l’altro, che con la sua presenza costante e duratura ha comportato una trasformazione nella pronuncia del suo nome da parte delle nostre donne. Quello che nel nostro dialetto sarebbe stato “”u capiddraru”” diventa invece, per tutti, “”u capillaru”” così come la sua cantilena ripeteva per tutti gli angoli del nostro paese.
“”U capillaru passa”“
In un periodo in cui il commercio si riduceva all’essenziale questo venditore ambulante rappresentava un fenomeno a se stante oltre che atipico rispetto a tutti gli altri. Come gli altri non voleva soldi ma rispetto agli altri aveva un originale moneta da richiedere per la sua mercanzia: capelli, capelli lunghi di donna.
Quei capelli che tutte le mattine rimanevano attaccati “”aru piattini strittu”” diventavano presto un gomitolo che poteva valere “”na spagnoletta”“, “”nu rocchellu”“, “”nu merlettu”“, “”nu jiritali”“, “”nu cerchiettu”“, “”na pettinissa”“, “”acura, o altro.
La cosa che più rimane impressa era la sua velocità nel descrivere, in perfetta rima, tutto il corredo di prodotti che dava in cambio, riuscendo nel contempo a farsi capire benissimo.
Lo si vedeva arrivare “”aru spuntuni”” quasi invisibile sotto l’enorme “”viartula”” nella quale teneva la cesta con la sua mercanzia: lui, che non era alto, anzi piuttosto tarchiato e tozzo, quasi scompariva sotto questo fardello. Ma a dispetto del fisico e delle apparenze, appena cominciava a parlare dimostrava una gentilezza di modi che, magari anche insita nel suo carattere, doveva però aver affinato con l’esperienza del contatto con tutte le donne del Marchesato.
A ripensarci, mi sembra quasi impossibile che non ci facesse senso vedere quelle mani che maneggiavano i capelli di tutte, bambine e anziane, come se maneggiassero stoffe o merce rara. La cosa diventa ancora più impressionante se pensiamo all’assenza di acqua potabile nelle case e agli ambienti in cui vivevamo. E rimane ancora per me un mistero la sua capacità di decidere il prezzo del baratto. Era una comica vedere con quanta pazienza teneva testa a tutte quelle donne che cercavano di ricavare dal loro “”tesoro”” il massimo possibile. – “” Mi vua mbrugghjiari, ccu tutti si capiddri u d’è possibili ca tindi vua niscìri sulu ccu dua spagnolretti… armenu deci acura mi l’ha dari!”” – “”Signò, vua criditi ancora ara bifana, dua spagnoletti su puru troppu ma giustu picchì u vuagghjiu ca cci ristati mali, haju fattu nu sfuarzu. Però su tti cumbena tenatilli, ija l’unica cosa chi puazzu fari è ca ticci rigalu n’acu, ma cchiù di chissu significa ca vua vuliti a morti mia…e nnu d’è giustu!”“.
Ma il momento che aspettavano tutti, massimamente le donne, era quando gli capitava di rifiutare un pugno di capelli che riteneva molto sporchi e quindi senza valore commerciale: a volte era solo un sistema per abbassarne il prezzo, ma no erano rari i casi in cui il rifiuto era categorico. Era quello in cui l’aggressività delle nostre donne emergeva in tutta la sua violenza con la malcapitata che inveiva contro di lui e contro le altre ree di non vedere la palese ingiustizia che stava subendo. In realtà questo era uno dei tanti sistemi per “”spubbricari”” una donna poco avvezza alla pulizia e le “”pulite”” non aspettavamo altro che questo per avere confermate le discussioni di vicinato.
Come in ogni commercio che si rispetti, anche in questo caso la qualità della merce era un requisito importantissimo nella valutazione del prezzo: i capelli delle ragazze o delle giovani donne avevano un valore commerciale molto superiore a quelli bianchi delle nonne che per forza di cose erano però più abbondanti. Un discorso a parte erano invece le rare occasioni in cui il “”capillaru”” riusciva a contrattare delle trecce di ragazze che decidevano di tagliare i capelli: quello era un affare che quasi sempre veniva trattato in privato, senza orecchie indiscrete, e il cui prezzo vero era difficile venire a sapere. “”U capiullaru”” taceva misteriosamente, e la contraente diceva in giro quanto aveva ottenuto: più alto il ricavato, più alto il prestigio presso il consesso femminile della “”ruha”“.
Nella maggior parte dei casi però, nei casi ordinari, la contrattazione si concludeva con il “”Capillaru”” che fingeva di aver concluso il peggior affare della sua vita e la donna che continua a protestare per il troppo poco ottenuto.
Ogni tanto, quando appoggiava per terra la mercanzia, si riusciva a dare uno sguardo al sacchetto dove infilava i capelli e allora era come vedere tutti capelli delle donne di San Mauro con una sensazione di mistero alimentata dalla reticenza che l’omino dimostrava sempre quando gli si domandava dove andassero a finire.
Era per noi bambini uno spunto per fantasticare su futuristici, per allora, trapianti di capelli o sulle tecniche per trasformare i capelli bianchi delle nonne in parrucche per le signore di città.
In effetti di misterioso c’era solo la nostra ignoranza che ci faceva vedere in questo mestiere della miseria risvolti di ricchezza che invece non c’erano. Misera era la mercanzia che dava in cambio ma misero era anche il guadagno, che la vendita dei capelli a qualche fabbrica di giocattoli, gli procurava.

Filastrocche per imparare e per ridere

L’esigenza di comunicare ma soprattutto di insegnare ai bambini elementi elementari della vita sociale veniva posta in essere attraverso il sistema delle filastrocche che avevano il pregio di essere orecchiabili e facilmente memorizzabili.
Era soprattutto, in un mondo privo della televisione e delle play station, un modo per comunicare ai ragazzi quell’affetto e quella vicinanza che i genitori, troppo oppressi dalla fatica della sopravvivenza, non sempre avevano il tempo e la voglia di dimostrare durante il giorno.
L’insieme di mimica, gestualità, ritmica e di linguaggio verbale, risultava quasi sempre efficace per allontanare paure, far scoppiare il riso e rinforzare il rapporto familiare o sociale.
Così alle prime piogge, immancabilmente si sentiva qualcuno che cominciava a declamare questa filastrocca il cui significato oscuro si perde nella notte dei tempi ma, che sappia io, non per questo meno ripetuta:

Chjiova, chjiova, chjiova
e ra gatta fria l’ova
e ru surici si marita
ccu `na cuappula ‘di sita

Molto educativi e con finalità di rimprovero alcune filastrocche che tendevano a mettere in luce comportamenti negativi o azioni da fare o non fare.
Al ragazzo che chiedeva:

cchi ura sù?
perché ancora non aveva imparato l’orologio, la mamma, immancabilmente rispondeva:

l’ura d’ajari a chist’ura,
ti cacciu ‘a vrigghjia
e ti mintu ‘a pastura,
e ppi d’esseri ciucciu
ti manca r’a cuda.

Ai ragazzi che non volevano radersi i capelli, il padre o la madre toccandogli la fronte, recitavano la seguente filastroccava:

Chissa è ra tavula parata, (la fronte)
chissi su ‘i finestreddri (gli occhi),
chissi su i pumiceddra; (zigomi),
chissa è ra vucca mancialora (bocca),
chissa è ra var va (il mento),
chissu è ru cuaddru,(la nuca)…

e facendo finta di allontanare con schifo la mano,

piducchjiusu!… picchì u tti carusi!

Il bimbo, inquieto sulle ginocchia, veniva strattonato a testa in giù:

jettalu intr’u puzzu
ca su pia nu purceddruzzu,
jettalu intra ‘u mari
ca su pia nu piscicani.

O veniva messo sul piede e, a mo’ di cavallo, dondolandolo su a giù, a gli si cantava:

Fò follarò,
cchi biaddru cavaddru
chi passa mò;
e passa carricatu
chjinu ‘i pumi e di patati,

Ancora gli si lisciava il viso con le sue stesse manine e:

Misci a ttia,
misci a mia,
dunaci pane ca sindi và,
sindi và d’ara bon’ura
pitti cavudi ccu patati!

Poi, iniziando dal pollice dei bambini a finendo al mi gnolo che veniva girato e rigirato, si declamava:

Chissu dicia ca vò pani, (il pollice)
chissu dicia ca ‘u nd’a vimu, (indice)
chissu dicia jamu ca l’arrubbamu, (medio)
chissu jamu ca ni mpindimu… (anulare)

Visto che il padre o la madre si fermavano il bambino immancabilmente domandava:

e chissu? (mignolo)

L’adulto a questo punto, rigirando il dito in un senso e poi nell’altro rispondeva:

piri piri , piri ddru,
portami a chiavi ca mindi pjiju,
mindi piju nu saccu chinu,
chinu i puma e di patati.

E quanti di noi, quando ci chiedevano:

cci viani?

avranno risposto inconsapevolmente

Duvi?

e si saranno sentiti rispondere:

Duvi cacànu i palumbi,
ca ti fanu tumbi tumbi.
Tu cci riasti tuttu cacatu…
usci, usci ca t’haiu gabbatu”“.

Per quelli che si chiamavano CICCIO era una vera tortura:
dovevano sorbirsi con una regolarità esasperante la filastrocca a loro espressamente dedicata:

Cicciu pasticciu
ccu l’ova a ru culu,
mancia patati e….
vva pijialu ‘nculu!

Roma deserta

San Pietro on Flickr.

1990… il pomeriggio della semifinale Italia – Argentina… mai Roma è stata così deserta. Una esperienza unica… fotografare Roma senza i romani e le frotte di turisti onnipresenti. Mi ricordo che per spostarmi da un posto all’altro usavo pullman vuoti o semivuoti, velocissimi, guidati da autisti che non vedevano l’ora di arrivare al capolinea per poter vedere almeno uno spezzone di partita. Negozi chiusi, strade deserte… perfino i clochard erano spariti da sotto i ponti e dalle rive del Tevere. Penso che se non avessi avuto la fregola di fotografare questi momenti unici, sarei stato sicuramente preda della sindrome da ultimo uomo… Quando sono tornato in albergo e ho visto la faccia del portiere mi sono reso immediatamente conto che non mi ero perso niente e ci aveva guadagnato il mondo della fotografia documentaristica.

Certificato di povertà

Anni 50…. La mamma prende al bambino i pantaloni da mettere per andare a scuola. Sono appena lavati e asciugati, il panno di velluto ha ancora l’antico colore e non sono molto evidenti i segni dell’usura nelle parti più soggette. Il bambino però non sembra contento, non si veste con il consueto entusiasmo, sembra non avere molta voglia di prepararsi per andare a scuola. La mamma si preoccupa che non sia successo qualcosa a scuola il giorno prima e, senza far notare un eccessivo interesse, fa le opportune domande che ricevono risposte altrettanto evasive ma categoriche su un punto: La scuola non c’entra niente.
Le domande continuano, la mamma vuole capire cosa succede al suo bambino e non si accorge di diventare ansiosa. Ansia che si trasmette al bambino e si tramuta in pianto. Ma, finalmente, tra i singhiozzi emerge, timida, la vera ragione dell’imbarazzo del bambino:-

Non li voglio i pantaloni con le “pezze” alle ginocchia! La mamma è incredula e anche un po sollevata dalla rilevazione, aveva pensato a qualcosa di molto più grave che due toppe ai pantaloni: ma i pantaloni avevano già le “pezze” al culo e non hai mai fatto storie per metterli? E i singhiozzi si fanno più forti, liberatori, smozzicati dalle parole:- Si, li mettevo, anche se malvolentieri, sapendo che non ci sono soldi per comprarmene di nuovi. In fondo mi consolavo con il fatto che, al culo, le “pezze”” non le vedevo e mi potevo illudere che fossero nuovi. Ma alle ginocchia no…li le vedo…le mostro al mondo come se fossero il distintivo della nostra povertà ma anche, e soprattutto, uno schiaffo doloroso alle mie precarie illusioni.

La mamma prova a giustificarsi, prova ad abbozzare una spiegazione razionale e compassionevole pur sapendo che lo sforzo sarà inutile:- Ma se non ci metto le “”pezze”” si vede lo strappo alle ginocchia! Questa volta la risposta del bambino è più ferma, più convinto delle proprie ragioni: – se ‘cè uno strappo posso dire che l’ho appena fatto, posso renderlo un disagio momentaneo. Se ci sono le “”pezze”” non ho nemmeno scuse…Sono un morto di fame con le pezze al culo… certificato!

Africa tra noi

L’Africa è vicina
C’è stato un tempo in cui l’Africa non era poi così lontana dal Marchesato Crotonese, come molti, oggi, sarebbero indotti a pensare. E’ vero, c’era di mezzo il mare, e gli aerei non erano ancora utilizzati per viaggi di piacere come nel nostro tempo, ma la vicinanza di cui parliamo non è certo quella geografica, che quella, se non per le spinte tettoniche a cui siamo soggetti, non è cambiata in modo evidente. Ci riferiamo infatti ad una vicinanza di tipo sociale, economica e per molti versi antropologica che in molti casi non è ancora molto cambiata. Erano gli anni in cui le cose che ci avvicinavano all’Africa erano molte di più di quelle che ci distinguevano; se erano diverse la religione, l’appartenenza a una nazione occidentale, e alcune tecniche di produzione, non certamente molto diverse erano le condizioni di vita del popolo di San mauro.

Ci si potrebbe arrischiare nel trovare altre differenze nella lingua e nel colore della pelle ma sia il nostro dialetto, sia il nostro colorito olivastro, non renderebbero molto proficuo questo tentativo. E tutto questo mentre sotto il profilo dell’appartenenza politico amministrativa, eravamo a tutti gli effetti sudditi di uno stato che veniva annoverato tra le nazioni più progredite del mondo. E’ sempre il solito problema delle statistiche: sulla carta ognuno di noi ancora oggi dovrebbe mangiare pollo tutti i giorni, e sarebbe vero, se non fosse che nella pratica noi del pollo vediamo solo le ossa. Anche allora la situazione non era diversa: c’era chi, pochissimi, riusciva a godere di condizioni che potevano assomigliare a quelle di una società evoluta, ma per tutto il resto erano soltanto, e non solo metaforicamente, le ossa.
C’era però qualche elemento unificante di tutta la popolazione verso le condizioni africane: l’acqua! Infatti, se anche le famiglie più abbienti potevano usufruire di comodità neanche immaginabili per la maggioranza della popolazione, anche loro soffrivano la mancanza di acqua corrente nelle loro mastodontiche case. Potevano godere del fatto che non dovevano andare loro ad approvvigionarsi – c’era chi lo faceva per loro – ma l’utilizzo personale era sempre uguale, nelle baracche come nei castelli. Quasi come per una giustizia naturale, il liquido che da sempre gli uomini usavano per livellare le loro cose, diventava anche un livellante sociale tra loro.
La mancanza di acqua corrente nelle case e nelle baracche uniformava usi e consuetudini millenarie e condizionava la vita degli uomini in tutti i momenti della giornata. Il bagno era ancora un sostantivo che indicava un’azione e nessuno si sognava di attribuirgli il significato relativo a un ambiente di tutte le case moderne. Oggetti come a “gumbula” o “u varrili” erano di uso quotidiano come “u vacili” e “a giarra” occupando in tutte le dimore un posto di primo piano nelle dotazioni dotali delle giovani spose alla stessa stregua di tatti altri oggetti difficilmente rintracciabili nelle nostre case attuali. Ma accanto al concetto di approvvigionamento, la mancanza di acqua corrente, provocava anche un diverso concetto di smaltimento dello stesso liquido che quando non si trasformava in cibo aveva come unico terminale lo spiazzo davanti casa o “a timpa” e questo in tutti sensi, compreso i liquido smaltito dal nostro corpo. La depurazione dei liquidi fognari che tanto ci costa al giorno d’oggi, avveniva in modo naturale e alla luce del sole, o al massimo alle prime luci dell’alba. quando, aperte le finestre, le donne potevano finalmente far uscire dai mono locali obbligati, gli effluvi non proprio profumati delle nostre scorie. Erano pochissime le case che avevano una dotazione di servizi igienici come quella mostrata in fotografia e quasi sempre questo era possibile in campagna, per la presenza di ampi spazi dove collocare i pozzi neri necessari. Per tutti gli altri comuni mortali, la depurazione avveniva di notte “intr’u  pisciaturu” o altrimenti detto “zzu peppi”, e di giorno “a ra timpa” e per i più fortunati “intra a staddra”. Per i grandi di sesso maschile, ricchi e poveri, durante il giorno, era d’obbligo “u casalinu”, il salotto più scomodo e puzzolente che gli uomini avessero mai potuto concepire, sito in fondo a via Carlo Poerio, a ridosso del precipizio che guarda la vallata che ci separa da Cutro. Era pur sempre un salotto serale, frequentato di giorno da anziani e fanciulli; i grandi, i giovani, uomini e donne avevano a disposizione le campagne nelle quali si recavano prima del sorgere del sole. Qui, con le loro funzioni corporali, restituivano alla terra tutto quello che riuscivano a strappargli sotto forma di frutti e verdure. Non era infrequente, ancora negli anni 60, vedere nelle strade di San Mauro delle anziane donne che allargando le gambe, nascoste dalle gonne fino ai piedi, lasciavano una macchia di umido che risultava evidente una volta che si erano allontanate. Ma che “u casalinu” fosse un salotto, luogo d’incontro prettamente maschile, non c’è alcun dubbio: quante storie sono nate in questo posto che hanno segnato discorsi fatti poi in piazza e nelle “putighe”, quanti soprannomi che hanno contraddistinto intere famiglie potevano nascere solo in questo luogo così impudico e forzatamente pubblico. Dove altrimenti potevano nascere soprannomi come “cacatuastu,  cacara, pisciolinu, ecc. E che a nessuno venga in mente di ipotizzare dotazioni del tipo “trenta piani di morbidezza”…, un ciuffo d’erba, una foglia di fico, e per i più fortunati uno striminzito pezzo di un raro giornale, erano gli unici mezzi per provvedere alla bisogna.
E quello che oggi, a raccontarlo costa fatica, era vissuto come un fatto talmente normale da provocare sfottò e risate di scherno verso i malcapitati che raccontavano di servizi igienici nelle case e nelle piazze delle città. Erano tempi in cui il bidet era un attrezzo in cui lavare i piedi e la vasca da bagno era la tinozza in rame stagnato utilizzata anche per il lavaggio della biancheria: ”u quadaruni. Erano i tempi dell’acqua calda fatta nella pentola e mischiata con quella fredda “i du varrili”. Erano i tempi delle donne “soffione”: erano loro infatti a dover fungere da doccia nei confronti di tutti i membri della famiglia e per se stesse con “u vucali” dell’acqua sempre pronto a temperatura ambiente.
Erano sempre le donne che provvedevano alla razionalizzazione del prezioso liquido: erano loro che riutilizzavano l’acqua di cottura per lavare i piatti e la riutilizzavano poi, insieme ai pochi resti dello scarso cibo, come “scifata” per i maiali. Del resto erano ancora loro, insieme ai bambini, gli addetti principali all’approvvigionamento dalle fonti naturali e sapevano bene come un qualsiasi spreco si sarebbe tradotto in un ulteriore faticoso viaggio alla fonte. Un viaggio per sentieri scoscesi e ripidi con “a gumbula” al fianco e “ru varrili” sulla testa al quale si abituavano fin da piccole. Non a caso la prima cosa che veniva loro insegnata era utilizzare la testa come mezzo di trasporto, fossero esse tavolate di pane, sacchi o contenitori di tutti i tipi. In una società in cui la loro testa non poteva essere utilizzata per ragionare, era meglio trovargli comunque una funzione di utilità. La pioggia poi era una manna, specialmente d’estate, quando il muro davanti alle case si riempiva di tutti i contenitori disponibili, disposti in fila ordinata ad accogliere il prezioso liquido che scendeva dalle grondaie o dalle lamiere del tetto. Era l’acqua più ricercata per la “vucata” e per tutti quei servizi che non avevano a che fare col cibo e con il fisico. Ma l’acqua faceva presto a trasformarsi in maledizione quando la pioggia rendeva le strade paludi intraversabili di fango e paglia, aumentando la necessità dell’uso di quell’acqua che si era riusciti a recuperare.
Il viaggio alle fonti non cambiava mai, sempre le stesse trazza, sempre le stesse destinazioni: “Massu” e “Massu Firranti”. Erano queste le due fonti principali per l’approvvigionamento idrico del paese prima che venisse costruito l’acqedotto comunale. Rimasero però le fonti più frequentate anche dopo, soprattutto per tutti quegli usi diversi da quelli casalinghi e dalle lavandaie con grandi quantità di biancheria. Quella di “massu”, in particolare era organizzata con tre vasche di raccolta, coperte, e fornite di rubinetto per facilitare il riempimento dei recipienti e per preservare il prezioso liquido dalle maggiori fonti di inquinamento. Per gli animali era invece presente un abbeveratoio sui cui bordi erano inseriti dei lavatoi. Era questa, insieme con la “cipia” dello “scifo” la fonte più frequentata dalle lavandaie e dai bambini, soprattutto d’estate. Erano le piscine sostitutive di un mare che a dispetto della vicinanza geog
rafica, era lontanissimo da San mauro. Sono pochissimi i ragazzi che potevano vantarsi di aver fatto un bagno nel mare prima del servizio militare e ancora di meno le ragazze potevano dire di averlo soltanto visto. Il Tacina e le altre pozze utili per nuotare erano troppo lontane per bambini molto piccoli non ancora avvezzi a spostarsi troppo lontano dalle case e dal controllo degli adulti. E allora tutti a “massu” o allo “scifo” dove oltretutto si poteva anche “sgarari” facendo una scorpacciata di more di gelso e di altre frutta dell’orto. Le uniche controindicazioni erano i proprietari dei fondi che non erano molto contenti di questi assalti di “cavallette” umane, e le mamme che con racconti veri o inventati scoraggiavano queste immersioni. Le fonti, nella fantasia ingenua dei ragazzi, diventavano luoghi popolati da “scurzuni i d’acqua” grandi cumi “mpasturavacchi” e da tutti i serpenti di questo mondo; quando poi no ci si riusciva con la paura degli animali, si provava con racconti annegamenti, inverosimili per la scarsa profondità, ma deterrenti per i più paurosi. Molto più efficaci si dimostravano i racconti ancora più inverosimili che i più grandi, facendo a gara a chi al sparava più grossa, facevano ascoltare ai più piccoli, facendo diventare un bagno nel Tacina, un’ avventura degna di un film del cinema che tra l’altro non era ancora arrivato dalle nostre parti.
Poi finalmente costruirono l’acquedotto.
L’acqua arrivò a scorrere dai tubi di ferro del “biviari i da Madonna”, del “biviari i da Carrera”, o dai “canali i da Coddra e d’a Lustra. Era cambiato molto dai tempi di “Massu”, ma solo per l’uso ordinario, perché per le situazioni che richiedevano grandi quantità, le “cipie” rimanevano ancora un punto di riferimento. Siamo ormai negli anni 50 e la situazione sociale, grazie all’assegnazione delle quote di terra e agli aiuti del Piano Marshal, comincia a cambiare: insieme con l’acqua arriva anche la luce, e si cominciano a vedere le prime macchine. Per una ventina d’anni coesisteranno nel nostro paese due modelli completamente diversi caratterizzati dai sistemi di trasporto e dai mezzi di comunicazione: accanto a file interminabili di “ciucci”, sulle stesse strade ancora non asfaltate, cominciano a transitare le prime macchine e le prime moto; i primi improvvisati negozi di elettrodomestici smerciano un gran numero di radio e giradischi insieme a qualche televisione. In ogni casa arriva tubo dell’acqua corrente che porta l’acqua della Sila, e se non cambiano per adesso gli oggetti utili all’igiene personale, diventa sicuramente meno complicato lavarsi. Bisognerà aspettare le rimesse dei primi emigranti e il boom edilizio per cominciare a vedere nuove e vecchie case dotate di una stanza da bagno. “i biviari e le cipie” non cadono però in disuso assolvendo alla funzione di abbeveratoi per gli animali rimasti e da fonte di approvvigionamento per l’edilizia. Comincia un decennio di sviluppo imponente che trasforma il volto del nostro paese: intere zone intorno al nucleo originario di casette a schiera e di palazzi signorili, vengono trasformate in contenitori di casermoni di tre piani per trecento metri quadri. Un acquedotto progettato per portare l’acqua ad alcuni abbeveratoi e in poche case monolocali, si trova a far fronte a un incremento demografico e edilizio nemmeno minimamente prevedibile 10 anni prima.
Arriva l’era dei serbatoi e delle case galleggianti sull’acqua: la continua interruzione dell’erogazione dell’acqua dovuta a una scarsa quantità disponibile e a un deficit strutturale nella portata principale, costringono le amministrazioni comunali che si sono succedute negli ultimi trent’anni del secolo passato, a distribuire il prezioso liquido con turni che da intervalli di ore passano presto ai giorni e, in alcuni casi, a kafkiani turni di un mese.
Diventa così di moda dotare tutte le case di “artistici” serbatoi di alluminio, che piazzati per la maggior parte sopra i solai sprovvisti di tetto, danno al paesaggio, insieme con le antenne televisive, un carattere originale se non unico nel comprensorio. I costruttori di serbatoi si devono essere chiesti di questa inaspettata domanda di un prodotto che aveva nei contadini i massimi acquirenti. Accanto alla moda del “babbascione” sul solaio, per i fortunati costruttori di nuove case e per coloro che avevano un garage da scavare, si diffonde la moda dei serbatoi in cemento, vere e proprie piscine dentro casa della capienza di centinaia di litri. Tutto questo crea un indotto economico che ha fatto la fortuna di aziende locali e non e dell’ENEL in particolare. La necessità abnorme di autoclavi, motorini, e energia elettrica per farli funzionare ha portato il costo dell’acqua a livelli che il petrolio ci faceva la figura del parente povero. I “biviari” ritornano, insieme con le autobotti la fonte privilegiata di approvvigionamento e comincia a prendere piede la nuova professione del trasportatore d’acqua a domicilio. Trent’anni di scavi e ristrutturazioni di condotte centrali e periferiche non sortiscono nessun effetto se non quello di far diventare il paese un campo di scavi che di archeologico a solo le idee degli amministratori. Sono gli anni della caccia all’acquaiolo, il personaggio che assume a seconda dei casi il ruolo del salvatore della patria o dell’angelo vendicativo, a seconda che il turno ci favoriva o ci danneggiava. Sono gli anni del pellegrinaggio al serbatoio e delle interminabili discussioni sulla portata del liquido che arrivava…quando arrivava. Una carenza di portata, problema che avrebbe dovuto interessare solo ingegneri idraulici, diventava argomento di discussione tra la popolazione, che senza essersi laureata, diventava esperta gioco forza. Sono gli anni delle discussioni sugli evasori del canone, sugli abbeveratoi abusivi dell’orticello, sugli spreconi che lavavano le macchine, sulle perdite di tubi sempre vecchi rispetto al contingente. Non c’era candidato a sindaco di quegli anni che non abbia usato l’argomento acqua per tentare di farsi eleggere. Ma questa fonte di consenso pesava come una spada di Damocle sulla testa dell’eletto perché diventava anche l’argomento principale delle proteste delle opposizioni e dei cittadini. Il comune di Cutro non ci ringrazierà mai abbastanza per aver permesso, insieme con altri paesi colpiti dal morbo della carenza d’acqua, la nascita di località Steccato. E’ la necessità di lavarsi, prima che quella prettamente turistica, la molla principale dello spopolamento di San Mauro, oltre che in inverno, anche d’estate. Ci sono emigrati che programmano le loro sospirate ferie non in funzione della ricettività turistica ma in funzione del turno dell’acqua nella loro zona del paese; chi non lo fa rischia di arrivare a casa e non poter neanche andare al bagno. Persone che arrivano dopo un viaggio massacrante e invece di andarsi a riposare o incontrare i parenti, muniti di grandi bidoni di plastica, si recano immediatamente a rendere onore al “monumento alla sete” che da sempre è stato “u biviari i da madonna”. Sembra quasi una barzelletta blasfema, ma per trent’anni i due simboli di San mauro sono stati sempre vicino: “u biviar” e il Santuario. Verso la fine degli anni 80 la maledizione diventa solo un problema estivo, ma non per le soluzioni trovate, quanto per il fatto che una seconda ondata migratoria, questa volta definitiva, porta il paese a spopolarsi d’inverno come agli inizi degli anni 60. Le quantità d’acqua contenute mediamente nei serbatoi delle case la dicono lunga sul livello di igiene personale che gli abitanti hanno mantenuto in quegli anni. Come nel periodo precedente all’acquedotto, la parola d’ordine delle donne ridiventa quella del risparmio: si controlla il livello d’acqua nella vasca da bagno e nel lavabo, e si cronometra il tempo di
permanenza sotto la doccia.
Nella seconda metà degli anni 80 si decide comunque di eliminare uno dei due “luoghi di culto” e il vecchio “biviari i da Madonna” viene distrutto e ricostruito sotto forma di fontana pochi metri più lontano dal santuario, quasi a voler marcare la distanza tra questi due luoghi. Del resto la scomparsa di quasi tutti i ciucci rende inutile una vasca così capiente, anche perché i motocarri vanno a benzina, e comunque quello che serve non è la vasca ma i rubinetti. La stessa fine avevano già fatto gli altri “biviari” alla Carrera e a San Leonardo. Intanto i provvede a tentare di rianimare “Massu” e “Guiarci” che erano stati abbandonati sull’onda dell’euforia per l’acquedotto. Bisogna però arrivare alla fine degli anni novanta per arrivare a una soluzione definitiva del problema: per colmo d’ironia la soluzione viene dai pozzi sotto Scandale. Il scolo passato potrebbe quindi essere ricordato come il periodo del passaggio dall’acqua delle fonti, a quella dei pozzi. La costruzione di un nuovo serbatoio molto più alto e avveniristico – peccato che perda – e l’approvvigionamento ai pozzi, ha reso meno drammatica la situazione ma non tolto importanza alla nuova fontana del Soccorso e alle fontanine nel paese: ancora oggi come un secolo fa, l’acqua da bere e per cucinare, bisogna andare a prenderla li. Il problema, all’alba del 2000, sembrerebbe risolto, ma il condizionale è d’obbligo perché non ho ancora saputo di una massiccia rottamazione di serbatoi, motorini e autoclavi. La memoria storica della sete è più forte della fiducia nella tecnologia e passeranno molti anni prima che la gente decida di assegnare a qualche altro suppellettile il posto d’onore per tanti anno occupato dai serbatoi.
Una considerazione finale in tema di risparmio energetico: ae si desse la sicurezza dell’approvvigionamento costante, l’eliminazione di motorini e autoclavi darebbe un contributo notevole al risparmio energetico del nostro paese.
Le foto le potete vedere nell’album Storie d’acqua

A mia nonna – Le donne di una volta

Nonna Rosa on Flickr.

Il vento non favoriva le pose volute ma mia nonna non era di certo ben disposta a porsi davanti all’obiettivo, soprattutto con l’abbigliamento da lavoro.
Non era certo un problema di trucco ne di acconciatura, che l’ordine tra i capelli era sempre il primo pensiero del mattino e l’unico cosmetico era la saponetta, rigorosamente “Camay”.
Era unvece un senso dell’ordine che era prima di tutto predisposizione a…
C’era un tempo per ogni cosa e la fotografia non era compresa nelle attività importanti… era un vezzo da lasciare a giovani donne in cerca di “zzitu” o da momenti di inattività… che del resto non erano neanche mentalmente programmabili.
Non si annoiava di certo mia nonna e la giornata aveva sempre meno ore delle necessarie ma, del resto, il vocabolo “stress” non era diventato ancora di moda, e il “tempo libero” non è mai entrato nel suo vocabolario.
Un corpo esile, asciutto, minuto, per nulla provato dalle tante stagioni che aveva avuto la ventura di sopportare, e che non lasciava trasparire neanche lontanamente l’eroica resistenza che vi era contenuta. Che si trattasse di salire ripidi e scoscesi sentieri di campagna con in testa il paniere carico di frutta oppure di passare giornate intere “aru crivu”, non lasciava trasparire stanchezza, che era un disonore dichiararsi “doma” agli occhi dei vicini e degli uomini di casa.
Convinzioni granitiche sulla direzione da seguire e sul fatto che il mondo girasse sempre nella stessa direzione, pronta a chiudere occhi e orecchie ai venti di novità apportatori di disgrazie e perdizioni, ma disponibile all’ascolto ogni volta che ci si affidava alla saggezza dei padri.
Ho avuto la fortuna di essere testimone dell’ultima generazione di donne della civiltà contadina, che se non erano il simbolo della felicità e dell’emancipazione, avevano sicuramente molte più cose da dire nel mondo della concretezza di quante oggi siamo disposti a riconoscere nel mondo dell’effimero.
Forse tutto è dovuto alla mia incipiente vecchiaia, ma non riesco più a trovare negli occhi che mi circondano le stesse scintille di vitalità che pure osservavo nei piccoli occhi di mia nonna.