A vineddra

Foto di gruppo di fine anni 50 dell'archivio Don Peppino
Foto di gruppo di fine anni 50 dell’archivio Don Peppino

Ancora una delle foto “Antropologiche”. Una di quelle foto dove forse è più evidente la caratteristica fondamentale delle comunità rurali dove lo spirito di gruppo era il motore della sopravvivenza. “A vineddra” non era soltanto l’indirizzo postale ma il crogiolo di una serie di rapporti che travalicando quelli familiari si intersecavano sul tracciato del bisogno e della solidarietà. Non avevi bisogno di congelare niente delle piccole cose necessarie per cucinare: Quello che non avevi in casa lo aveva sicuramente “a cummari Peppina” e se avevi finito l’olio per quel giorno “Anciuluzza facìa nu sacrificiu” . Certo non era tutto rose e fiori; l’agiografia del ci volevamo tutti un mondo di bene può servire a scrivere romanzi o nei ricordi di Facebocco ma non per ricostruire la storia sociale di un paese. Gli attriti però erano ben nascosti dietro il paravento del rispetto e delle necessità imposte da un’economia di sussistenza che non ti permetteva di sopravvivere isolato. In questa foto si riconoscono una serie di persone di cui non ricordo il nome ma tra tutti spicca, la seconda da destra in piedi, “a zza Maria i Mari Mattia, una delle “chiocce” di Largo San Nicola.

Quando San Mauro stava peggio di Messina

Autobotte

C’è stato un tempo, neanche tanto tempo fa, in cui i disagi di oggi a Messina erano quasi un eufemismo per gli abitanti di San Mauro che avevano turni di approviggionamento acqua di 23, 24 giorni. Sembra quasi surreale raccontarlo, ma le immagini che vedete a corredo di questo articolo si riferiscono al momento in cui abbiamo battuto io record: 27 giorni! Furono costretti finalmente a mandare le autobotti perchè si rischiava ormai il colera.

Autobotte

Serbatoi di 50 q.li o interi scantinati di case adibiti a serbatoi, non bastavano a far fronte  a tutti questi giorni di mancata erogazione. Persone che con le case finite in paese affittavano la casa al mare per farsi la doccia. persone che facevano coincidere le loro ferie con il loro turno dell’acqua e, se gli andava bene, riuscivano a vedere i loro rubinetti funzionanti una sola volta in un mese. Ai “biviari” con i bidoni bisognava prendere il numero come alle ASL e le liti erano all’ordine del giorno.

Autobotte

L’unica cosa puntuale era la bolletta dell’acqua che inesorabilmente registrava il consumo di aria come acqua e, quasi come un film del surrealismo russo, ti invitava perentoriamente a pagare.
Oggi il calcare si mangia le mie apparecchiature idriche e i serbatoi mi servono a far decantare la sabbia e le impurità che mi fanno pagare come acqua…. Ma almeno mi lavo!

U puarcu

 

U Zzu Giuvanni e ru puarcu

Ho una lunga serie di immagini che riprendono tutte le fase della “festa del maiale”. Si perchè per le persone della mia generazione e di tutte quelle precedenti l’uccisione del maiale era veramente la vera festa dell’anno. Evito di pubblicarle perchè potrei urtare la sensibilità di animalisti, vegani, vegetariani e piccoli amanti di questi graziosi animaletti che adesso sono diventati animali di compagnia. Anche noi gli volevamo bene a questi animaletti… li andavamo a trovare tutti i giorni e gli portavamo a “vrudata”, che non era un pappa a cinque stelle ma era una vera vitamina per i prosciutti. Gli andavamo ad accarezzare ogni giorno il pelo e gli cantavamo le canzoncine che inneggiavano alla loro crescita sana e magra. Li facevamo “grastare quando era il momento” e per questo i nostri genitori spendevano soldi che avevano messo da parte proprio per questo evento, o, “favaluari e ciciri” appositamente “ammucciati”. La salute di questi animaletti era una cambiale in bianco firmata a garanzia del mangiare di tutto l’anno e non di rado si ricorreva “a ra zza Micuzza” per stipulare una polizza assicurativa “cuntramaluacchjiu”.
Il giorno fatidico, poi finalmente arrivava: Alle quattro del mattino ci si alzava per riempire “u zirru” e dargli fuoco “ccu l’alò siccati” raccolti sul ciglio delle strade. Il giorno prima si recuperava “subbu u chjiancatu u gambaruni” e si erano affilavano i coltelli: “u scannaturu, i curteddra ppi pilari, i curteddruzzi ppi ri stintina e ra gaccia ppi ra spaccata e ppi l’ossa”. Le donne avevano preparato “i salaturi ppi ri piazzi e ru grassu, i cisteddri ppi ri stintini, i cannati, i cannatiaddri, a limba ppi ra carna i di supprissati e ri maiddri ppi ppi ru salatu, a cassalora ppi ru sangu e ra tinagghjia ppi l’ugni. I limoni e il sale ma soprattutto il vino per brindare alla festa e per scaldare i corpi gelati dal vento di tramontana o di grecale, perchè lo scirocco non era indicato.
Il grazioso animale, ormai diventato grande e forte veniva ammansito con carezze sulla schiena mentre il capofamiglia gli infilava “u rumaniaddru”, legato a nodo scorsoio dentro le fauci aperte, e con appena stretto il nodo lo si spingeva “delicatamente” ma decisamente verso un comodo tavolaccio dove altrettanto gentilmente veniva invitato a distendersi da due uomini forzuti che tenendolo per i “gambaruni” si sdraiavano addirittura sulla sua pancia “in segno di affetto”. Al più piccolo dei bambini toccava l’onore di tenerlo per la coda e al primogenito l’onore di assistere il capofamiglia con i coltelli e le “mappine”.
Poi tutto si svolgeva con un caotico ordine derivato dalla velocità che richiedevano le varie operazioni in un successione ordinata e metodica che una tradizione millenaria aveva conservato perfino nel DNA dei partecipanti.
la coltellata alla gola, la donna con la casseruola col manico lungo che rimesta i fiotti di sangue che escono in modo violento e imprevedibile, le urla degli astanti e dei “tenituri” come ad esorcizzare le urla disperate del “dante carne” che non riusciva a rendersi conto del perchè gli umani che lo amavano tanto gli facevano adesso questo servizio: ed io che provavo ogni volta a figurarmi quali interrogativi dovevano attraversare la testa di questo animale in merito alle possibili colpe che aveva magari involontariamente commesso. Forse se avesse saputo che la sua morte era l’inizio della nostra vita non avrebbe urlato così tanto e non avrebbe “strippitiato” con quella forza e quella violenza.
C’è da dire che gli uomini e le donne che gli stavano intorno non facevano niente per tranquillizzarlo e anzi lo provocavano a essere ancora più resistente con racconti su maiali scappati dalla “maiddra” dopo pelati o con non lusinghieri dubbi sul suo possibile peso netto alla fine. Lui, in fondo aveva fatto di tutto per ingrassare e aveva svolto il suo ruolo di “beato porco” nel più canonico dei modi previsti.
Poi, “u scannaturu” che si infila ruotando nella carotide provoca l’uscita dell’ultimo violento fiotto di sangue e piano piano le dita dei piedi si distendono decretando l’inizio del suo essere cibo per tutti. Una cannata di acqua calda nell’orecchio per sincerarsi della fine e poi uno sforzo all’unisono per metterlo nella “maiddra” per la pelatura…. le cannate che trasportano acqua, i coltelli che radono e scorticano i limoni che lo profumano e il sale che lo disinfetta appena viene appeso alla trave del tetto… e poi la testa che viene staccata e le due parti che vengono sezionate subito dopo aver messo da parte ogni piccola o grande parte degli organi interni non senza prima aver assolto al rito del gonfiamento della “vissica” con il corollario di commenti sulle labbra sporche di sangue e i possibili rifiuti delle donne invitate a pur leciti baci.
le donne “ari stintina” e ” a ra cucina”,  gli uomini alle faccende di tutti i giorni perchè la carne deve riposare e l’unica carne che si può maneggiare è quella per la “frissurata”.
Tutto il resto nella prossima puntata… Ma spero che la foto “i du Zzu Giuvanni Borda” e le mie parole vi abbiano fatto capire quanto anche noi abbiamo amato il porco!