I ficundiani

Mi sono divertito a seguire le mosse di “Turuzzu” mentre, con una perizia frutto di un’abitudine consolidata negli anni, si dedicava a “mundari nu piattu i ficundiani”. Con una videocamera avrei potuto riprendere tutti i movimenti, anche quelli di parti del corpo non direttamente interessate all’azione come le gambe, la testa e i piedi che, come per un riflesso condizionato, partecipavano armonicamente alla “mundatina”. Avrei potuto farlo… ma la fluidità delle immagini in movimento avrebbe relegato in secondo piano quei particolari che ritengo invece fondamentali per comprendere l’arte di “Mundari i ficundiani”.
Certo che se i fichidindia li avete conosciuti solo nelle cassette delle bancarelle di frutta e verdura, belle ripulite dalle spine, e magari anche con una spruzzata di brillantina sopra, allora voi non avete mai avuto la necessità di imparare a sbucciarle con la destrezza che quelle naturali, ricoperte di spine, richiedono. Ma non è soltanto destrezza: questa da sola non basta a garantire alle nostre mani il salvacondotto verso una serata tranquilla, non funestata dalla fastidiosissima sensazione di una o più spine invisibili conficcate nella pelle e nei posti più sensibili.

Chi non ha mai provato le spine di “ficundiana” non riuscirà mai a capire di quale tortura si sta parlando… le ore passate a cercare di individuarle prima, e i tentativi di toglierle senza spezzarle, sono degne delle migliori scene del cinema comico… per coloro che ne sono stati soltanto spettatori. E allora, alla destrezza e all’abitudine, è necessario abbinare dita callose e indurite dalla fatica dei campi, e in assenza di queste, di un robusto paio di guanti che, per quanto duri, non sono garantite dalle case costruttrici contro le spine di fichidindia. Tutto questo, ovviamente, è relativo solo all’operazione di “mundamiantu”, saltando quindi a piè pari l’operazione di raccolta che vi lascio immaginare, non essendo il mio teleobiettivo abbastanza potente dal garantirmi contro le spine volatili. “Turuzzu” le sbuccia per tutta la famiglia, e specialmente per le donne e i bambini. Lo fa con naturalezza, assolve un compito mai imposto da nessuno, ma frutto di una cultura contadina in cui ruoli vengono conquistati prima che assegnati; espressione di un potere di divisione ed assegnazione in un periodo in cui questo prima che un frutto era cibo.

I “ficundiani” che adesso si lasciano marcire sulle “palette”, venivano raccolte ad una una per essere mangiate come pranzo e come cena e per essere conservate “subba u chjiancatu” fino a Natale. E allora le spine diventavano un fastidioso ostacolo verso il piacere. “Turuzzu ndi munda” solo una quantità limitata, tanti quanto bastano per non trasformare il piacere in sofferenza: conosce benissimo le conseguenze di un abuso di questo frutto così succoso e traditore. “U mpittamiantu è in agguato e le urla di dolore dei ragazzi ingordi che ne avevano abusato sono ancora nelle orecchie di coloro che hanno più di cinquant’anni. Le mosse necessarie per “mundarle alla perfezione sono effettivamente meno di 12, sono 5 per la precisione, ma avrei scattato centinaia di fotografie a quelle mani per riuscire a coglierne non la perizia, ma ciò che rappresentano nella memoria di chi a mani come quelle deve tutto; e forse la mia non era soltanto curiosità fotografica ma il pagamento riconoscente di un debito contratto tanto, tanto tempo fa.

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