Rizza

Rizza on Flickr.

Mi guardava tra il divertito e il condiscendente, con un aria di compatimento che si riserva a coloro che non sono proprio tanto giusti di cervello ma anche con quella benevolenza che si deve accordare ai vecchi compagni di scuola… in fondo non era mica colpa sua se poi io mi ero ridotto a fare fotografie nei bar del paese!
Un grande grazie per avermi dato il permesso di pubblicarla.

Elogio della mitezza

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Questa non è mia, nel senso che la foto l’ha scattata un mio alunno, Cesare; e nel senso che anche il soggetto lo ha scelto lui…. questa foto non avrebbe mai dovuto essere qui tra le mie foto!

Ma il racconto si!

Nel senso che la composizione, il taglio, e la storia che questo frammento racconta, è invece mio!

Non è un tentativo di rivendicare una proprietà intellettuale che rimane nella disponibilità dell’autore della foto…

Non è nemmeno una giustificazione del “furto”.

E’ soltanto un modo diverso per riaffermare la centralità del pensiero rispetto al braccio… della mente rispetto alla macchina!

La macchina coglie un frammento di esistenza che, in quanto frammento, rimane isolata dalla storia e acquista un senso solo per colui che conosce, o riesce ad inventare, l’intero.

altri riusciranno a riconoscere nel frammento una trama acora più definita e coerente se conoscono il contenuto del libro e la persona che lo sta legendo.

Per tutti gli altri, lo sguardo e il titolo possono diventare l’incipit di una delle infinite storie possibili.

Era troppo bella per lasciarla nella triste dimensione della realtà!

Il tempo della memoria – A mia madre

Il tempo della memoria on Flickr.

La stagione del tuo amore
non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno
hai la dolcezza della sera
se un mattino fra i capelli
troverai un po’ di neve
nel giardino del tuo amore
verrò a raccogliere il bucaneve

passa il tempo sopra il tempo
ma non devi aver paura
sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura
piangi e ridi come allora
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore
poi ritrovarli nella luce di un’ora

Fabrizio De Andre

Africa tra noi (Siccità)

Africa tra noi on Flickr.

Ci sono immagini che evocano realtà e situazioni lontanissime da noi. Quando ho visto questa scena ho immediatamente realizzato le coordinate fotografiche senza pensare ai riferimenti geografici, ambientali e culturali che questa avrebbe potuto rappresentare nel momento della riflessione successiva. Ma succede sempre così:
E’ la mente che riesce a vedere con largo anticipo quello che gli occhi percepiscono nell’immediatezza.
E la mia mente aveva già visto che quello che stavo osservando con gli occhi era il Neto; che gli animali che vi si specchiavano erano il risultato della trasformazione di quello che una volta era il fiume con la più grande portata d’acqua in Calabria, in un rigagnolo fantasma che ristagna in un letto mostruosamente grande; che tutto questo non era il risultato di una volontà soprannaturale maligna e vendicativa, ma delle azioni di uomini senza scrupoli e senza nessun altro scopo se non quello del proprio tornaconto personale; che siamo governati da gente che non riesce minimamente a ragionare in termini di razionalizzazione delle risorse, ma solo in termini di convenienza politica delle scelte o, in molti casi, in termini di soluzioni contingenti dell’emergenza:
Vista la scena, è proprio il caso di dire, “quando ormai anche questi buoi sono scappati”!
E allora forse anche il titolo è sbagliato:
Non è l‘“Africa tra noi”, che sottintende una trasformazione climatica irreversibile e un destino cinico e baro che sfoga su di noi un rancore millenario.
Sarebbe forse molto più adatto “La bellezza nonostante gli stolti”, che sottintende la vendetta di una natura che continua ad offrire visioni meravigliose nonostante la pervicacia degli imbecilli che fanno di tutto per distruggerla.
Forse è proprio questa struggente malinconia che la mia mente ha registrato prima ancora dei riflessi sull’acqua, dell’effetto specchio, del grigio uniforme, del senso di placida calma che trasmettevano gli animali nella luce del tramonto.
Forse è per questo che ho realizzato la scena in bianco e nero:
Anche la minima traccia di colore mi sarebbe sembrata un cedimento a un barlume di speranza che, purtroppo, non riesco a concedere ai miei simili…. Purtroppo!

I tre Mimmi

I tre Mimmi on Flickr.

Della serie: ”Gesù Cristu i fà e ru Diavulu l’accucchjia”

Tre inguaribili ottimisti, o, a scelta, tre incoscienti, tre furbastri, o ancora, soltanto tre che sono stati costretti a imparare a vivere in un mondo in cui la lotta per la sopravvivenza si fa sempre più dura. Hanno parecchie cose in comune: Intanto si chiamano tutti e tre Mimmo, Sono tutti e tre commercianti e hanno il negozio su Piazza Carrera a San Mauro Marchesato (kr). Il primo a sinistra fa il fruttivendolo, il secondo al al centro fa il macellaio e il terzo a destra fa il panettiere. Ma anche riguardo al mestiere hanno una cosa in comune: Tutti e tre sono specializzati in settori assolutamente diversi dalla loro professione. Il primo a destra, il fornaio, avrebbe potuto tranquillamente fare il sarto: Come sa usare le forbici lui, pochi nel circondario, e se provi a stargli vicino un po di più è capace di cucire, in pochi attimi, un abito intero sul corpo del malcapitato passante. Il primo a sinistra, il fruttivendolo, si potrebbe tranquillamente dare al giornalismo d’assalto: Sa sempre tutto in anteprima ma smista le news col contagocce e soltanto al migliore offerente, dosando gli omissis nella giusta dose rispetto all’ascoltatore. Quello al centro, il macellaio, è la summa degli altri due: Riesce infatti con maestria a dare il giusto “taglio alle news e alle confidenze dei primi due costruendo intorno a una notizia da niente, romanzi completi a beneficio dei clienti. Non sono nati con queste doti, hanno dovuto costruirsele nei lunghi momenti di pausa del loro commercio alquanto saltuario. Una voce, non so quanto attendibile, che gira nel paese, vuole che i nostri abbiano avuto in comune anche un sogno giovanile purtroppo non esaudito ella forma che loro avrebbero voluto: Fare i giudici! Visto però la rapidità con cui riescono ad emettere le loro sentenze, ci possiamo giurare che se fossero riusciti nel loro intento, oggi i tribunali italiani sarebbero meno intasati e il ministro Alfano avrebbe avuto un problema in meno. Nelle lunghe pause tra un cliente e l’altro si sono industriati a trovarsi un’occupazione alternativa per non morire di noia, e col tempo si sono specializzati nelle occupazioni riempitive che, visto come sono frequentati i loro “salotti”, sono diventati un’attrattiva non solo per i loro clienti. Se la “Carrera” non è ancora il “Deserto dei Tartari”, il merito è soprattutto da attribuire a loro.

Peppino

Peppi on Flickr.

Gli avevo chiesto il permesso di fotografarlo e Peppino, disponibilissimo come il solito suo in tutte le cose, mi aveva detto subito di si.
Ci ho provato con il flash ma non riuscivo a cogliere di lui quegli aspetti che me lo riportavano alla memoria.
Ho rischiato il mosso, ho però ottenuto quella spontaneità che volevo, quella di un uomo buono che risciva a far fare ai bambini la cosa pù terribile: la puntura.
Con il suo sorriso da finto burbero, con la sicurezza che ostentava in ogni gesto, con il suo modo di parlare calmo in ogni frangente, con il suo ridicolizzare l’oggetto della paura, la siringa, riusciva a far apparire la puntura una cosa sopportabile.
Lavorava come infermiere dal medico condotto del paese e suo malgrado aveva dovuto diventare l’uomo dela siringa, ma era riuscito ad imprimere nella nostra memoria di bambini, molto di più la sua risata finale che non l’ago minaccioso.

Zanek

Zenon (Zanek) on Flickr.

L’ho conosciuto poco, troppo poco per apprezzarlo del tutto…
Ho parlato poco con lui, non parlava la mia lingua…
Parlava poco, anche con quelli che parlavano la sua lingua…
I suoi silenzi parlavano di una terra lontana, diversa da quella che lo ospitava…
I suoi silenzi, e i suoi occhi nordici raccontavano il suo mondo…
Un mondo della memoria, che i suoi occhi non avrebbero più rivisto…
Se n’è andato in silenzio… portando con se parole non dette e storie ancora da raccontare…
La realtà, purtroppo, è fatta di troppe storie non raccontate…
La realtà è fatta di storie che non hanno mai un lieto fine…

Corvo – Scifo

Corvo Scifo 90 on Flickr.

Quando San Mauro faceva più del doppio degli abitanti di adesso, i giovani speravano ancora in un futuro nel proprio paese e gli emigrati speravano ancora in un ritorno agiato per loro e le proprie famiglie.
Poi venne il progresso… e i treni per il nord furono senza ritorno!
E poi venne il nuovo millennio… e dei treni non si sente manco più il bisogno… tanto non c’è più nessuno che può partire!

Danilo Montenegro

Danilo Montenegro on Flickr.

Un populu
mittitulu a catina
spugghiatulu
attuppatici a vucca,
è ancora libiru.

Livatici u travagghiu
u passaportu
a tavola unni mancia
u lettu unni dormi
è ancora riccu.

Un populu,
diventa poviru e servu
quannu ci arribbanu a lingua
addutata di patri:
è persu pi sempri.

Diventa poviru e servu
quannu i paroli non figghianu paroli
e si manciunu tra d’iddi.

Minn’addugnu ora,
mentri accordu a chitarra du dialettu
ca perdi na corda lu jornu.

Mentri arripezzu
a tila camulata
chi tesseru i nostri avi
cu lana di pecuri siciliani
e sugnu poviru
haiu i dinari
e non li pozzu spènniri,
i giuielli
e non li pozzu rigalari;
u cantu,
nta gaggia
cu l’ali tagghati

U poviru,
c’addatta nte minni strippi
da matri putativa,
chi u chiama figghiu pi nciuria.

Nuàtri l’avevamu a matri,
nni l’arrubbaru;
aveva i minni a funtani di latti
e ci vippiru tutti,
ora ci sputanu.

Nni ristò a vuci d’idda,
a cadenza,
a nota vascia
du sonu e du lamentu:
chissi non nni ponnu rubari.

Nni ristò a sumigghianza,
l’annatura,
i gesti,
i lampi nta l’occhi:
chissi non ni ponnu rubari.

Non nni ponnu rubari,
ma ristamu poviri
e orfani u stissu.

Ignazio Butitta

E’ il testo di Ignazio Butitta con cui Danilo Montenegro inizia tutti i suoi spettacoli fatti di musica e parole intrise di Calabresità e di Meridione in genere, nel solco della nostra migliore tradizione.
Pochi, come lui, riescono ancora a farci sentire orgogliosi di essere Calabresi, eredi di una tradizione poetica e musicale che seppure poco valorizzata, è pur sempre il risultato di quel miscuglio di culture mediterranee di cui, volontariamente e involontariamente, siamo stati il crogiuolo.

Stanchezza

Stanchezza on Flickr.

Quella ciocca di capelli che sfuggiva alla forma contenuta nel cappellino elegante, rendeva surreale il passaggio di quel volto in quella spiaggia affollata.
La stanchezza dell’ennesimo passaggio tra quegli ombrelloni traspariva dal filo di voce con cui la venditrice offriva la sua merce.
Gli occhi poi dicevano tutto… anche il contrario di quello che il sorriso imposto dalla circostanza avrebbe voluto esprimere.
Tutto era fuori posto su quel volto… come la ciocca di capelli fuori dal cappellino.

In attesa

In attesa on Flickr.

Stavano li in attesa di un destino programmato prima ancora che nascessero… il loro dover essere spose e madri prima che donne.
La speranza inconfessabile di poter sposare quel giovane che si era dichiarato con gli occhi senza aver ancora varcato lo scalino di casa.
Le preghiere sottovoce perchè questo accadesse prima che altri trovassero aperta quella porta… prima che altri potessero scegliere per loro.
Quel tenersi per mano in cerca di un sostegno nella paura dell’altra… in cerca di quel coraggio che sapevano non avere.
In tutti quegli occhi la speranza di una vita migliore di quella che vivevano nel loro presente.
Nel loro sorriso un unico nascosto desiderio:
Non rimanere zitelle.

A Discipula

A Discipula on Flickr.

Le mani della “Discipula”.
Mani meno intarsiate dall’azione del tempo, un’agilità di movimento di un’età che ha vissuto abbastanza per rendere automatici i movimenti necessari all’uso sapiente del ferro.
Mani mosse dalla passione per un’arte faticosamente appresa… ma quasi presaghe di essere il termine ultimo dell’arte.
Mani in grado di mostrare le meraviglie create…ma non più in condizione di insegnare… non ci sono più “discipule”!

A Mastra

A Mastra on Flickr.

Nastasia è la “Mastra”… le sue mani intessono i nodi con i ferri del ricamo, dell’uncinetto, della calza da più di ottanta anni… le sue dita eseguono le varie operazioni richieste con un ritmo sempre costante…le pause sono solo esplicative… gli occhi hanno il diritto di controllare il risultato, anche se queste dita sarebbero capaci di lavorare con precisione senza la guida degli occhi.
Il tempo non riesce ad avere ragione di queste mani… ogni movimento è guidato dalla memoria… una memoria troppo allenata per farsi mettere da parte dall’invecchiamento esteriore.
Una memoria che le parole non riescono a conservare.

Sussidiarietà

Sussidiarietà on Flickr.

Peppi è arrivato fino alla discesa a cavallo dell’asino che lo ha trasportato rassegnato in quel breve tragitto dalla stalla alla fine del paese. Ne avrebbe fatto volentieri a meno, soprattutto oggi che è domenica, non certo perchè è festa, ma perchè esiste anche nel mondo degli asini il diritto a una giornata di riposo alla settimana.
Ma la discesa di cemento no! Lo saprà bene quel sant’uomo di Peppi che in discesa, sul cemento, si scivola con i piedi ferrati…
Va bene – gli ha usato la cortesia di scendere – ma l’ha fatto anche per salvarsi la schiena in caso di più che probabile scivolata… non è per essere irriconoscente ma la discesa proprio non gli va di farla… anche senza carico, e poi la prospettiva della risalita, con il basto carico, non è delle più allettanti.
Gli uomini sono delle strane creature:
Fanno le strade comode per le loro scarpe e per i pneumatici dei loro fuoristrada, e poi si ostinano a farci passare anche i poveri asini con i ferri adatti allo sterrato e al fango.
Peppi avrebbe voluto spiegargli che non è colpa sua se la maggioranza dei proprietari di quelle campagne si era motorizzato e aveva voluto la strada di cemento.
Certo, avrebbe potuto pure lui comprarsi l’ape vendendolo per carne da mortadella, ma non se l’era sentita di rinchiudersi in quelle trappole viaggianti. Ne aveva avuto la capacità di spiegare a chi di dovere che se esistevano ancora gli asini e i muli nel paese era giusto costruire una corsia anche per loro:
gli avrebbero risposto che il progresso non può tenere conto degli asini e dei muli, e che se lo vendesse quell’asino decrepito, buono ormai solo per il macello… te lo immagini se ancora, nel secondo millennio, ci mettiamo a pensare agli asini.
– Il progresso, caro Peppi, è nella velocità e rifiuta tutto ciò che è lento – così gli avrebbero risposto!
E allora, l’unica è scendere facendo attenzione a non scivolare… e ringrazia che sono sceso per darti una mano, che avresti potuto incappare in un padrone meno comprensivo e più egoista, e allora la discesa te la facevi anche col carico…
E’ tutti i giorni la stessa storia… io cerco di fargli capire le ragioni degli asini e lui duro… e poi dicono che noi asini siamo testardi…. gli uomini!

Sul molo

Sul molo on Flickr.

Negli anni 80, in una delle prime mostre di pittura organizzate nel castello di S. Severina, forse la prima in assoluto, tra le altre opere rimasi estasiato da quella di un pittore di cui non ricordo neanche il nome.
Erano soltanto due blocchi di cemento di quelli che vengono usati come frangiflutti, visti in prospettiva dal basso stagliati contro il mare in un paesaggio notturno.
Il colore del cemento che si fondeva con il colore del mare e del cielo non impediva ai due blocchi di stagliarsi con prepotenza sull’abisso marino, delineando un confine metafisico tra la realtà della pietra e la profondità dell’orizzonte visibile.
Avevo la sensazione, guardando quel quadro, di quanto fosse labile l’ancoraggio che mi legava ai due blocchi rispetto al richiamo irresistibile del precipizio che riuscivo a scorgere.
Ma, nello stesso tempo, ero esaltato dall’essere passeggero di una zattera così imponente, in un mare così oscuro e minaccioso, ma anche così irresistibilmente attraente nel suo confondersi con il cielo.
Ogni volta che mi ritrovo su un molo difeso da blocchi di cemento, o comunque in posti dove la “materia artificiale” si staglia nettamente al confine col cielo e con il mare, cerco di riprodurre quel colore del quadro… Qell’atmosfera…. Quelle domande…..
Ma, forse, il quadro è soltanto una scusa per non dover giustificare una curiosità ancestrale dai risvolti molto meno ludici di un esercizio fotografico.