Il tempo della memoria – A mia madre

Il tempo della memoria on Flickr.

La stagione del tuo amore
non è più la primavera
ma nei giorni del tuo autunno
hai la dolcezza della sera
se un mattino fra i capelli
troverai un po’ di neve
nel giardino del tuo amore
verrò a raccogliere il bucaneve

passa il tempo sopra il tempo
ma non devi aver paura
sembra correre come il vento
però il tempo non ha premura
piangi e ridi come allora
ridi e piangi e ridi ancora
ogni gioia ogni dolore
poi ritrovarli nella luce di un’ora

Fabrizio De Andre

Straviantu

Straviantu on Flickr.

Il meteo l’aveva detto:
“Aria fredda proveniente dai balcani…”
Tradotto in questa parte sperduta delle Calabrie:
“Viantu friddu i Santu Nicola…”
La piazza già deserta nei giorni di caldo, diventa impraticabile quando bisogna camminare sfidando la “tramontana” o il “grecale”.
Troppo esposta al vorticare del vento che penetra dai “pertusi” laterali una volta chiamate “Ruhe”.
Ma il sole almeno, sorge in favore di vento, e il sedile di pietra sembra fatto apposta al riparo dal vento.
Forse riusciamo persino a scaldarci e a scambiare due parole senza che il vento ce le respinga in gola.
Il meteo dice che questa domenica, per noi anziani, forse è meglio non uscire di casa…
Ma il meteo non sa dell’esistenza dei “siatti a ru straviantu”

A mio padre

Mio padre on Flickr.

Uno sguardo che non ammetteva repliche, ma che suppliva anche a inutili discussioni sulle cose da fare… del resto lui era il Capofamiglia e questo voleva ancora dire qualcosa in un mondo fondato sulla rigida osservanza delle gerarchie familiari così come lui le aveva imparate da suo padre… e suo padre da suo padre.
Uno sguardo che diceva molto sulla perdita di tempo che l’arte della fotografia rappresentava in un mondo ancora fondato sui muscoli delle braccia e sulla resistenza ai piegamenti della spina dorsale.
La fotografia era un passatempo dei giorni di festa quando il vestito nuovo riusciva a nascondere la stanchezza di una vita dedicata al lavoro, e i suoni e le luci riuscivano a mascherare le preoccupazioni per il domani che non mancavano mai davanti alla precarietà del futuro.
Uno sguardo che infondeva però sicurezza e che in ogni momento sembrava ripeterti la frase che avresti voluto ascoltare ma che detta con il linguaggio degli occhi assumeva un valore più profondo e rassicurante: “vai avanti… ci sono io vicino… non ti preoccupare… vai… puoi farcela se vuoi!”
Troppa poesia in forma di parole… aiuto concreto se dette con lo sguardo.
Ma il liguaggio degli occhi non si impara a scuola e solo il tempo o gli atteggiamenti conseguenti riuscivano a dirci se avevamo compreso il giusto senso del messaggio.
Ma quell‘“io ci sono” c’era sempre, e sarebbe utile ci fosse sempre, anche oggi, nel mondo della “comunicazione”!