U Capillaru

I mercanti di un tempo non possedevano apparecchiature elettroniche per avvisare del loro arrivo ma usavano la voce per urlare agli angoli delle strade che erano arrivati.Le loro urla risuonano nelle orecchie di tutti quelli che hanno vissuto l’epoca pre-elettronica e quando non ci si ricorda le parole, ci ritorna in mente la cadenza caratteristica di ognuno di loro. Chi dei cinquantenni di oggi non si ricorda di “”Giustinu”” che tutte le mattine richiamava intorno a se e ai suoi prodotti tutte le donne del nostro paese:

“”Pettini…Pettinissi…Rocchelli…Cromatina…Specchji..e…Nastri.
Chi, ancora, non si ricorda di “”Ndrija”” con il suo:
“”Uagghjiu…Varrilli..e…Segge.
Le urla caratteristiche dell’”“ombrellaro”“, del “”capillaru”“, del “”gumbularu”” risuonano nella memoria di un tempo in cui il poco era esaltato dalle necessità più che dall’apparire. ” ”
I soldi non erano un elemento importante tanto:
“”cangiamu ccu ciciri, favaluari,e favi”“
E persino i capelli e il ferrovecchio potevano servire per soddisfare il desiderio di una bambola da mettere sulla testa o sulla sedia del letto.
Un posto di rilievo nel panorama delle professioni che non esistono più, e degli strilloni di un tempo, lo occupa sicuramente “”U capillaru”” (Il commerciante di capelli). l’unico, tra l’altro, che con la sua presenza costante e duratura ha comportato una trasformazione nella pronuncia del suo nome da parte delle nostre donne. Quello che nel nostro dialetto sarebbe stato “”u capiddraru”” diventa invece, per tutti, “”u capillaru”” così come la sua cantilena ripeteva per tutti gli angoli del nostro paese.
“”U capillaru passa”“
In un periodo in cui il commercio si riduceva all’essenziale questo venditore ambulante rappresentava un fenomeno a se stante oltre che atipico rispetto a tutti gli altri. Come gli altri non voleva soldi ma rispetto agli altri aveva un originale moneta da richiedere per la sua mercanzia: capelli, capelli lunghi di donna.
Quei capelli che tutte le mattine rimanevano attaccati “”aru piattini strittu”” diventavano presto un gomitolo che poteva valere “”na spagnoletta”“, “”nu rocchellu”“, “”nu merlettu”“, “”nu jiritali”“, “”nu cerchiettu”“, “”na pettinissa”“, “”acura, o altro.
La cosa che più rimane impressa era la sua velocità nel descrivere, in perfetta rima, tutto il corredo di prodotti che dava in cambio, riuscendo nel contempo a farsi capire benissimo.
Lo si vedeva arrivare “”aru spuntuni”” quasi invisibile sotto l’enorme “”viartula”” nella quale teneva la cesta con la sua mercanzia: lui, che non era alto, anzi piuttosto tarchiato e tozzo, quasi scompariva sotto questo fardello. Ma a dispetto del fisico e delle apparenze, appena cominciava a parlare dimostrava una gentilezza di modi che, magari anche insita nel suo carattere, doveva però aver affinato con l’esperienza del contatto con tutte le donne del Marchesato.
A ripensarci, mi sembra quasi impossibile che non ci facesse senso vedere quelle mani che maneggiavano i capelli di tutte, bambine e anziane, come se maneggiassero stoffe o merce rara. La cosa diventa ancora più impressionante se pensiamo all’assenza di acqua potabile nelle case e agli ambienti in cui vivevamo. E rimane ancora per me un mistero la sua capacità di decidere il prezzo del baratto. Era una comica vedere con quanta pazienza teneva testa a tutte quelle donne che cercavano di ricavare dal loro “”tesoro”” il massimo possibile. – “” Mi vua mbrugghjiari, ccu tutti si capiddri u d’è possibili ca tindi vua niscìri sulu ccu dua spagnolretti… armenu deci acura mi l’ha dari!”” – “”Signò, vua criditi ancora ara bifana, dua spagnoletti su puru troppu ma giustu picchì u vuagghjiu ca cci ristati mali, haju fattu nu sfuarzu. Però su tti cumbena tenatilli, ija l’unica cosa chi puazzu fari è ca ticci rigalu n’acu, ma cchiù di chissu significa ca vua vuliti a morti mia…e nnu d’è giustu!”“.
Ma il momento che aspettavano tutti, massimamente le donne, era quando gli capitava di rifiutare un pugno di capelli che riteneva molto sporchi e quindi senza valore commerciale: a volte era solo un sistema per abbassarne il prezzo, ma no erano rari i casi in cui il rifiuto era categorico. Era quello in cui l’aggressività delle nostre donne emergeva in tutta la sua violenza con la malcapitata che inveiva contro di lui e contro le altre ree di non vedere la palese ingiustizia che stava subendo. In realtà questo era uno dei tanti sistemi per “”spubbricari”” una donna poco avvezza alla pulizia e le “”pulite”” non aspettavamo altro che questo per avere confermate le discussioni di vicinato.
Come in ogni commercio che si rispetti, anche in questo caso la qualità della merce era un requisito importantissimo nella valutazione del prezzo: i capelli delle ragazze o delle giovani donne avevano un valore commerciale molto superiore a quelli bianchi delle nonne che per forza di cose erano però più abbondanti. Un discorso a parte erano invece le rare occasioni in cui il “”capillaru”” riusciva a contrattare delle trecce di ragazze che decidevano di tagliare i capelli: quello era un affare che quasi sempre veniva trattato in privato, senza orecchie indiscrete, e il cui prezzo vero era difficile venire a sapere. “”U capiullaru”” taceva misteriosamente, e la contraente diceva in giro quanto aveva ottenuto: più alto il ricavato, più alto il prestigio presso il consesso femminile della “”ruha”“.
Nella maggior parte dei casi però, nei casi ordinari, la contrattazione si concludeva con il “”Capillaru”” che fingeva di aver concluso il peggior affare della sua vita e la donna che continua a protestare per il troppo poco ottenuto.
Ogni tanto, quando appoggiava per terra la mercanzia, si riusciva a dare uno sguardo al sacchetto dove infilava i capelli e allora era come vedere tutti capelli delle donne di San Mauro con una sensazione di mistero alimentata dalla reticenza che l’omino dimostrava sempre quando gli si domandava dove andassero a finire.
Era per noi bambini uno spunto per fantasticare su futuristici, per allora, trapianti di capelli o sulle tecniche per trasformare i capelli bianchi delle nonne in parrucche per le signore di città.
In effetti di misterioso c’era solo la nostra ignoranza che ci faceva vedere in questo mestiere della miseria risvolti di ricchezza che invece non c’erano. Misera era la mercanzia che dava in cambio ma misero era anche il guadagno, che la vendita dei capelli a qualche fabbrica di giocattoli, gli procurava.

Filastrocche per imparare e per ridere

L’esigenza di comunicare ma soprattutto di insegnare ai bambini elementi elementari della vita sociale veniva posta in essere attraverso il sistema delle filastrocche che avevano il pregio di essere orecchiabili e facilmente memorizzabili.
Era soprattutto, in un mondo privo della televisione e delle play station, un modo per comunicare ai ragazzi quell’affetto e quella vicinanza che i genitori, troppo oppressi dalla fatica della sopravvivenza, non sempre avevano il tempo e la voglia di dimostrare durante il giorno.
L’insieme di mimica, gestualità, ritmica e di linguaggio verbale, risultava quasi sempre efficace per allontanare paure, far scoppiare il riso e rinforzare il rapporto familiare o sociale.
Così alle prime piogge, immancabilmente si sentiva qualcuno che cominciava a declamare questa filastrocca il cui significato oscuro si perde nella notte dei tempi ma, che sappia io, non per questo meno ripetuta:

Chjiova, chjiova, chjiova
e ra gatta fria l’ova
e ru surici si marita
ccu `na cuappula ‘di sita

Molto educativi e con finalità di rimprovero alcune filastrocche che tendevano a mettere in luce comportamenti negativi o azioni da fare o non fare.
Al ragazzo che chiedeva:

cchi ura sù?
perché ancora non aveva imparato l’orologio, la mamma, immancabilmente rispondeva:

l’ura d’ajari a chist’ura,
ti cacciu ‘a vrigghjia
e ti mintu ‘a pastura,
e ppi d’esseri ciucciu
ti manca r’a cuda.

Ai ragazzi che non volevano radersi i capelli, il padre o la madre toccandogli la fronte, recitavano la seguente filastroccava:

Chissa è ra tavula parata, (la fronte)
chissi su ‘i finestreddri (gli occhi),
chissi su i pumiceddra; (zigomi),
chissa è ra vucca mancialora (bocca),
chissa è ra var va (il mento),
chissu è ru cuaddru,(la nuca)…

e facendo finta di allontanare con schifo la mano,

piducchjiusu!… picchì u tti carusi!

Il bimbo, inquieto sulle ginocchia, veniva strattonato a testa in giù:

jettalu intr’u puzzu
ca su pia nu purceddruzzu,
jettalu intra ‘u mari
ca su pia nu piscicani.

O veniva messo sul piede e, a mo’ di cavallo, dondolandolo su a giù, a gli si cantava:

Fò follarò,
cchi biaddru cavaddru
chi passa mò;
e passa carricatu
chjinu ‘i pumi e di patati,

Ancora gli si lisciava il viso con le sue stesse manine e:

Misci a ttia,
misci a mia,
dunaci pane ca sindi và,
sindi và d’ara bon’ura
pitti cavudi ccu patati!

Poi, iniziando dal pollice dei bambini a finendo al mi gnolo che veniva girato e rigirato, si declamava:

Chissu dicia ca vò pani, (il pollice)
chissu dicia ca ‘u nd’a vimu, (indice)
chissu dicia jamu ca l’arrubbamu, (medio)
chissu jamu ca ni mpindimu… (anulare)

Visto che il padre o la madre si fermavano il bambino immancabilmente domandava:

e chissu? (mignolo)

L’adulto a questo punto, rigirando il dito in un senso e poi nell’altro rispondeva:

piri piri , piri ddru,
portami a chiavi ca mindi pjiju,
mindi piju nu saccu chinu,
chinu i puma e di patati.

E quanti di noi, quando ci chiedevano:

cci viani?

avranno risposto inconsapevolmente

Duvi?

e si saranno sentiti rispondere:

Duvi cacànu i palumbi,
ca ti fanu tumbi tumbi.
Tu cci riasti tuttu cacatu…
usci, usci ca t’haiu gabbatu”“.

Per quelli che si chiamavano CICCIO era una vera tortura:
dovevano sorbirsi con una regolarità esasperante la filastrocca a loro espressamente dedicata:

Cicciu pasticciu
ccu l’ova a ru culu,
mancia patati e….
vva pijialu ‘nculu!

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