Ciò che vedo con la mente è invisibile agli occhi

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U Zzu Rusaru

zzurusaru

Questa volta Gino è soltanto il mio inconsapevole complice di una delle operazioni fotografiche più difficili: fotografare “un zzu Rusaru”. Stava volentieri con me ed era sempre disponibile a rispondere alle mie insaziabile domande… una memoria da elefante e un modo tagliente e secco di raccontare che riuscivo ogni volta a invidiare. Era capace di raccontarmi una persona a con un aggettivo e riusciva a ricrearmi una scena con lo stretto necessario per orizzontarmi….e quando non avevo tempo di fermarmi bastava il suo sorriso e il suo saluto con due dita per supplire alle parole non dette. Seduto da solo al sedile della piazza sembrava allontanare i seccatori soltanto con il viso corrucciato ed era bellissimo vedere quell’inarcarzsi impercettibile delle labra che sfociando in un sorriso appena abbozzato diventavano un invito privilegiato al dialogo. Molte delle notizie circa le lotte contadine degli anni 50 che ho avuto il privilegio di ascoltare dalla viva voce del compianto Ciccio Caruso avevano poi il degno complemento nella vivida memoria “i du zzu Rusaru”. Molti dei fatti che hanno caratterizzato la storia del primo dopoguerra Sammaurese, molto spesso percepiti soltanto a pezzi ammantati di mistero, diventavano nei momenti trascorsi accanto a lui racconti vividi, concisi e precisi. E non che fosse un chiacchierone, tutt’altro, ma era questo che io intendevo per privilegio: le mie domande servivano da detonatore della sua memoria…era come se le considerasse degne di risposta…era questo che mi riempiva di orgoglio e soddisfazione ed era questa mia disposizione che forse me lo rendeva vicino, disponibile meno schivo. Su una cosa non transigeva: dovevo riporre la macchina fotografica, non voleva essere fotografato,. Me lo diceva con la gentilezza di sempre, con il suo solito sorriso, ma con una fermezza della voce che non lasciava illusioni circa le sue intenzioni…è io avrei voluto fargli capire che fotografare il suo volto scavato, i suoi occhi, le sue espressioni sarebbe stato dal punto di vista fotografico quanto di meglio un fotografo potesse avere a disposizione. La sua risposta era: “profissò, u vvi cci ha pijiati, ma a macchina astutatila”….e sorideva. E allora fotografare Gino è stato l’unico modo per non farmi dire di no…anche se, come in altre occasioni, con un “profissò, profissò”, mi faceva intendere che aveva capito.

La storia cancellata

Una delle cose più stupide che siano mai state concepite a Crotone è  sicuramente il tentativo, riuscito, di far sparire qualsiasi traccia della realtà industriale del 900. Quasi fosse una vergogna avere soltanto pensato di avere un sia pur minimo barlume di volontà di riscatt0 dall’atretratezza e dalla schiavitù della terra. Ma forse questa cancellazione è la certificazione di una non cultura industriale che ha reso la Montedison solo un paravento dietro il quale nascondere la propria insipienza  e l’atavica incapacità. L’abbiamo fatta chiudere senza che il territorio ne ottenesse nulla in cambio…l’abbiamo demolita senza che rimanesse traccia… ma nel deserto che rimane anche tutti coloro che di questo scempio hanno goduto rimarranno a trionfare sul nulla! E pulcinella penserà di essere diventato generale soltanto perché qualcuno gli ha regalato una divisa….

Tutte donne… o quasi

 

Tutte donne
Gruppo di donne alla fine degli anni 50 fotografate nella piazzetta, attuale Largo San Nicola, dietro la Chiesa Matrice

Ancora una delle foto della serie antropologica:
Qui, con l’esclusione dei due bambini in primo piano, il gruppo è composto di sole donne, tutte giovanissime o addirittura bambine. E’ una foto che io ritengo eccezionale anche dal punto di vista documentale: pochi fotografi documentaristi si possono vantare di aver messo insieme così tante donne in una fotografia degli anni 50 e in un paese del Sud in modo particolare. Chi ha scattato e organizzato la fotografia, (molto probabilmente un prete) doveva avere un intento che solo alcuni grandi fotografi sardi o antropologi come Lombardi Satriani potevano avere. E’ grazie alla sua lungimiranza che possiamo oggi vedere il nostro passato senza il filtro degli sfondi finti dei fotografi ambulanti o il vestito buono della domenica indossato apposta per la posa. In ogni caso, per tutti noi può essere un meraviglioso e utile attestato di appartenenza, un modo per uscire dall’anonimato della grande storia delle nazioni ed entrare di diritto in quella dei popoli. E’ nella fotografia che la dimensione locale della storia si riprende quel ruolo che la globalizzazione avrebbe voluto ridurre al silenzio. Molte di queste persone sono oggi nonne, alcune non ci sono più, ma molti dei nipoti potrebbero riconoscersi in alcune di loro: la fisiognomica delle persone in fondo è una dote genetica.

 

Scorci nascosti

Scorcio dietro la chiesa dell'Immacolata in una casa diroccata accanto al locale ex Scuola Media

Ci sono scorci di San Mauro che hanno qualcosa di magico sempre, ma in alcuni momenti, quando la luce del sole li coglie secondo particolari angolazioni, diventano anche visioni irripetibili di situazioni emozionali difficilmente descrivibili con il limitato bagaglio di parole disponibili. Riverberi di scene viste in film famosi, immagini di letture dimenticate, scene di sogni ad occhi aperti che raccontano di cortili nascosti e di spazi di intimità aperti però su orizzonti sconfinati. Avere il tempo e la possibilità di raccontarli in sequenze di luce diverse sarebbe anche un modo di raccontare un paese diverso dal solito è lontano dalle immagini stereotipate della cartoline paesaggistiche. C’è un paese delle case, c’è un paese delle persone ma c’è anche un paese delle emozioni di cui ognuno di noi ha il privilegio dell’esclusiva e del copyright.

 

A vineddra

Foto di gruppo di fine anni 50 dell'archivio Don Peppino
Foto di gruppo di fine anni 50 dell’archivio Don Peppino

Ancora una delle foto “Antropologiche”. Una di quelle foto dove forse è più evidente la caratteristica fondamentale delle comunità rurali dove lo spirito di gruppo era il motore della sopravvivenza. “A vineddra” non era soltanto l’indirizzo postale ma il crogiolo di una serie di rapporti che travalicando quelli familiari si intersecavano sul tracciato del bisogno e della solidarietà. Non avevi bisogno di congelare niente delle piccole cose necessarie per cucinare: Quello che non avevi in casa lo aveva sicuramente “a cummari Peppina” e se avevi finito l’olio per quel giorno “Anciuluzza facìa nu sacrificiu” . Certo non era tutto rose e fiori; l’agiografia del ci volevamo tutti un mondo di bene può servire a scrivere romanzi o nei ricordi di Facebocco ma non per ricostruire la storia sociale di un paese. Gli attriti però erano ben nascosti dietro il paravento del rispetto e delle necessità imposte da un’economia di sussistenza che non ti permetteva di sopravvivere isolato. In questa foto si riconoscono una serie di persone di cui non ricordo il nome ma tra tutti spicca, la seconda da destra in piedi, “a zza Maria i Mari Mattia, una delle “chiocce” di Largo San Nicola.

A cìpia i du “Scifu”

C’è stato un tempo in cui la storia a San Mauro sembrava essersi fermata…mentre in altre parti del mondo si vendevano figoriferi, lavatrici e televisori, a San Mauro era ancora di moda “a vucata” che affondava le radici nella preistoria della civiltá contadina. Condizione essenziale per questa usanza obbligatoria e necessaria era la “cìpia” e tutto il contorno che questa presupponeva: un prato intorno per stendere la biancheria, una “caseddra” dove rifugiarsi e riparare la biancheria in caso di acquazzoni improvvisi, uno spiazzo o un camino dove far bollire “a quadara” e soprattutto l’essere vicina al paese per poter trasportare la biancheria sulla testa e sulle spalle se non si avevano animali a disposizione. “U Scìfu”, “Massu”, “Mastru Firranti”, “l’acqua i Bartulu” e altre fonti minori erano le lavanderie pubbliche-private della comunità Sammaurese. Solo chi ha partecipato almeno una volta al rito della “vucata”, come semplice spettatori (i ragazzini) o come lavandaia, può sapere come era facile trasformare una fatica immane in un momento di divertimento e di spensieratezza. Solo chi ha avuto la fortuna di assistere da ragazzino a questo rito può sapere come era facile che ragazze e donne di eta avanzata, pudiche e morigerate spose e madri di famiglia si trsformavano in impudiche narratrici di racconti porno e fatti sconci che solo alla “cipia” era possibile ascoltare. Era il luogo dell’ “educazione sentimentale” contadina e del pettegolezzo più sfrenato dove le donne, da sole tra donne, potevano liberarsi di tutti i freni inibitori che il chiuso delle case e della morale contadina imponeva. Era il salone delle donne in assenza del negozio di parrucchiere, era la piazza delle donne visto che quella del popolo era proibita. La memoria riporta purtroppo, o forse meno male,  soltanto risolini e risate liberatorie, ammiccamenti e gestualità sconce, nomi e “paranumi” che non si riesce a legare a fatti con nessi logici e comprensibili. La memoria però ricorda benissimo che il ragazzino di allora riusciva capire tutte quelle parole e quei gesti che diventavano oggetto di racconti, gesti e ammiccamenti tra ragazzi all’angolo della “ruha” alla sera prima di essere richiamati imperiosamente per andare a letto. E la “cìpia” diventava quasi un premio a cui aspirare alla prossima “vucata”. Della “cìpia” come piscina olimpionica dei “bambinichenonavevanomaivistoilmare” proveró a parlare una prossima volta.