Ciò che vedo con la mente è invisibile agli occhi

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Rettangoli di Memoria

U Zzu Rusaru

zzurusaru

Questa volta Gino è soltanto il mio inconsapevole complice di una delle operazioni fotografiche più difficili: fotografare “un zzu Rusaru”. Stava volentieri con me ed era sempre disponibile a rispondere alle mie insaziabile domande… una memoria da elefante e un modo tagliente e secco di raccontare che riuscivo ogni volta a invidiare. Era capace di raccontarmi una persona a con un aggettivo e riusciva a ricrearmi una scena con lo stretto necessario per orizzontarmi….e quando non avevo tempo di fermarmi bastava il suo sorriso e il suo saluto con due dita per supplire alle parole non dette. Seduto da solo al sedile della piazza sembrava allontanare i seccatori soltanto con il viso corrucciato ed era bellissimo vedere quell’inarcarzsi impercettibile delle labra che sfociando in un sorriso appena abbozzato diventavano un invito privilegiato al dialogo. Molte delle notizie circa le lotte contadine degli anni 50 che ho avuto il privilegio di ascoltare dalla viva voce del compianto Ciccio Caruso avevano poi il degno complemento nella vivida memoria “i du zzu Rusaru”. Molti dei fatti che hanno caratterizzato la storia del primo dopoguerra Sammaurese, molto spesso percepiti soltanto a pezzi ammantati di mistero, diventavano nei momenti trascorsi accanto a lui racconti vividi, concisi e precisi. E non che fosse un chiacchierone, tutt’altro, ma era questo che io intendevo per privilegio: le mie domande servivano da detonatore della sua memoria…era come se le considerasse degne di risposta…era questo che mi riempiva di orgoglio e soddisfazione ed era questa mia disposizione che forse me lo rendeva vicino, disponibile meno schivo. Su una cosa non transigeva: dovevo riporre la macchina fotografica, non voleva essere fotografato,. Me lo diceva con la gentilezza di sempre, con il suo solito sorriso, ma con una fermezza della voce che non lasciava illusioni circa le sue intenzioni…è io avrei voluto fargli capire che fotografare il suo volto scavato, i suoi occhi, le sue espressioni sarebbe stato dal punto di vista fotografico quanto di meglio un fotografo potesse avere a disposizione. La sua risposta era: “profissò, u vvi cci ha pijiati, ma a macchina astutatila”….e sorideva. E allora fotografare Gino è stato l’unico modo per non farmi dire di no…anche se, come in altre occasioni, con un “profissò, profissò”, mi faceva intendere che aveva capito.

La storia cancellata

Una delle cose più stupide che siano mai state concepite a Crotone è  sicuramente il tentativo, riuscito, di far sparire qualsiasi traccia della realtà industriale del 900. Quasi fosse una vergogna avere soltanto pensato di avere un sia pur minimo barlume di volontà di riscatt0 dall’atretratezza e dalla schiavitù della terra. Ma forse questa cancellazione è la certificazione di una non cultura industriale che ha reso la Montedison solo un paravento dietro il quale nascondere la propria insipienza  e l’atavica incapacità. L’abbiamo fatta chiudere senza che il territorio ne ottenesse nulla in cambio…l’abbiamo demolita senza che rimanesse traccia… ma nel deserto che rimane anche tutti coloro che di questo scempio hanno goduto rimarranno a trionfare sul nulla! E pulcinella penserà di essere diventato generale soltanto perché qualcuno gli ha regalato una divisa….

Tutte donne… o quasi

 

Tutte donne
Gruppo di donne alla fine degli anni 50 fotografate nella piazzetta, attuale Largo San Nicola, dietro la Chiesa Matrice

Ancora una delle foto della serie antropologica:
Qui, con l’esclusione dei due bambini in primo piano, il gruppo è composto di sole donne, tutte giovanissime o addirittura bambine. E’ una foto che io ritengo eccezionale anche dal punto di vista documentale: pochi fotografi documentaristi si possono vantare di aver messo insieme così tante donne in una fotografia degli anni 50 e in un paese del Sud in modo particolare. Chi ha scattato e organizzato la fotografia, (molto probabilmente un prete) doveva avere un intento che solo alcuni grandi fotografi sardi o antropologi come Lombardi Satriani potevano avere. E’ grazie alla sua lungimiranza che possiamo oggi vedere il nostro passato senza il filtro degli sfondi finti dei fotografi ambulanti o il vestito buono della domenica indossato apposta per la posa. In ogni caso, per tutti noi può essere un meraviglioso e utile attestato di appartenenza, un modo per uscire dall’anonimato della grande storia delle nazioni ed entrare di diritto in quella dei popoli. E’ nella fotografia che la dimensione locale della storia si riprende quel ruolo che la globalizzazione avrebbe voluto ridurre al silenzio. Molte di queste persone sono oggi nonne, alcune non ci sono più, ma molti dei nipoti potrebbero riconoscersi in alcune di loro: la fisiognomica delle persone in fondo è una dote genetica.

 

Scorci nascosti

Scorcio dietro la chiesa dell'Immacolata in una casa diroccata accanto al locale ex Scuola Media

Ci sono scorci di San Mauro che hanno qualcosa di magico sempre, ma in alcuni momenti, quando la luce del sole li coglie secondo particolari angolazioni, diventano anche visioni irripetibili di situazioni emozionali difficilmente descrivibili con il limitato bagaglio di parole disponibili. Riverberi di scene viste in film famosi, immagini di letture dimenticate, scene di sogni ad occhi aperti che raccontano di cortili nascosti e di spazi di intimità aperti però su orizzonti sconfinati. Avere il tempo e la possibilità di raccontarli in sequenze di luce diverse sarebbe anche un modo di raccontare un paese diverso dal solito è lontano dalle immagini stereotipate della cartoline paesaggistiche. C’è un paese delle case, c’è un paese delle persone ma c’è anche un paese delle emozioni di cui ognuno di noi ha il privilegio dell’esclusiva e del copyright.

 

A vineddra

Foto di gruppo di fine anni 50 dell'archivio Don Peppino
Foto di gruppo di fine anni 50 dell’archivio Don Peppino

Ancora una delle foto “Antropologiche”. Una di quelle foto dove forse è più evidente la caratteristica fondamentale delle comunità rurali dove lo spirito di gruppo era il motore della sopravvivenza. “A vineddra” non era soltanto l’indirizzo postale ma il crogiolo di una serie di rapporti che travalicando quelli familiari si intersecavano sul tracciato del bisogno e della solidarietà. Non avevi bisogno di congelare niente delle piccole cose necessarie per cucinare: Quello che non avevi in casa lo aveva sicuramente “a cummari Peppina” e se avevi finito l’olio per quel giorno “Anciuluzza facìa nu sacrificiu” . Certo non era tutto rose e fiori; l’agiografia del ci volevamo tutti un mondo di bene può servire a scrivere romanzi o nei ricordi di Facebocco ma non per ricostruire la storia sociale di un paese. Gli attriti però erano ben nascosti dietro il paravento del rispetto e delle necessità imposte da un’economia di sussistenza che non ti permetteva di sopravvivere isolato. In questa foto si riconoscono una serie di persone di cui non ricordo il nome ma tra tutti spicca, la seconda da destra in piedi, “a zza Maria i Mari Mattia, una delle “chiocce” di Largo San Nicola.

A cìpia i du “Scifu”

C’è stato un tempo in cui la storia a San Mauro sembrava essersi fermata…mentre in altre parti del mondo si vendevano figoriferi, lavatrici e televisori, a San Mauro era ancora di moda “a vucata” che affondava le radici nella preistoria della civiltá contadina. Condizione essenziale per questa usanza obbligatoria e necessaria era la “cìpia” e tutto il contorno che questa presupponeva: un prato intorno per stendere la biancheria, una “caseddra” dove rifugiarsi e riparare la biancheria in caso di acquazzoni improvvisi, uno spiazzo o un camino dove far bollire “a quadara” e soprattutto l’essere vicina al paese per poter trasportare la biancheria sulla testa e sulle spalle se non si avevano animali a disposizione. “U Scìfu”, “Massu”, “Mastru Firranti”, “l’acqua i Bartulu” e altre fonti minori erano le lavanderie pubbliche-private della comunità Sammaurese. Solo chi ha partecipato almeno una volta al rito della “vucata”, come semplice spettatori (i ragazzini) o come lavandaia, può sapere come era facile trasformare una fatica immane in un momento di divertimento e di spensieratezza. Solo chi ha avuto la fortuna di assistere da ragazzino a questo rito può sapere come era facile che ragazze e donne di eta avanzata, pudiche e morigerate spose e madri di famiglia si trsformavano in impudiche narratrici di racconti porno e fatti sconci che solo alla “cipia” era possibile ascoltare. Era il luogo dell’ “educazione sentimentale” contadina e del pettegolezzo più sfrenato dove le donne, da sole tra donne, potevano liberarsi di tutti i freni inibitori che il chiuso delle case e della morale contadina imponeva. Era il salone delle donne in assenza del negozio di parrucchiere, era la piazza delle donne visto che quella del popolo era proibita. La memoria riporta purtroppo, o forse meno male,  soltanto risolini e risate liberatorie, ammiccamenti e gestualità sconce, nomi e “paranumi” che non si riesce a legare a fatti con nessi logici e comprensibili. La memoria però ricorda benissimo che il ragazzino di allora riusciva capire tutte quelle parole e quei gesti che diventavano oggetto di racconti, gesti e ammiccamenti tra ragazzi all’angolo della “ruha” alla sera prima di essere richiamati imperiosamente per andare a letto. E la “cìpia” diventava quasi un premio a cui aspirare alla prossima “vucata”. Della “cìpia” come piscina olimpionica dei “bambinichenonavevanomaivistoilmare” proveró a parlare una prossima volta.

Fenomenologia dell’immagine

Chiamo fenomenologia dell’immagine quella situazione in cui un oggetto ben definito come una fotografia evoca sensazioni, emozioni, stati d’animo e reazioni che vanno al di la delle condizioni materiali dell’oggetto. Una fotografia è tale per tutte le persone che vivono la civiltà dellimmagine ma ognuna di esse ha una relazione diversa con la scena che questa rappresenta, e quel che più conta, nessuna di queste relazioni potrà mai essere clonata. Il rapporto individuale con l’immagine è esclusivo, originale e non riproducibile. L’immagine sopra può essere emblematica a questo riguardo: le persone rappresentate sono per molti della mia età abbastanza note, Don Peppino, Carmelino Lucia, Pierino Ierardi, Raffaele Iuliano con la sigaretta in bocca, due persone che sono ben impresse nella mia memoria, un marito e una moglie e alcuni bambini che ricordo come se fosse ieri ma un po più  grandi nella mia mente. L’unico che a me non dice niente è il prete accovacciato sulla sinistra che da ricerche fatte risulta il proprietario della macchina fotografica. Ecco, quello che a me racconta questa fotografia è ovviamente una storia completamente diversa da qualunque altra storia che verrà evocata da ognuno di voi, da tutti coloro che la guarderanno da adesso non poi. Penso alle mogli ai figli e ai parenti di Pierino e Melino, penso a tutti coloro che ha vissuto 50 anni della loro vita insieme a Don Peppino. Ma penso anche a quelle persone che immediatamente assoceranno ai bambini e al marito e alla moglie un nome e un cognome. E perché non parlare di tutte quelle persone che ricorderanno un particolare, un maglione, un corpetto, un cappello che avevano del tutto dimenticato. La fotografia cessa di essere un semplice oggetto, un manufatto della ci viltà dei mass media e diventa un fenomeno, qualcosa che trascende la realtà materiale e diventa un transfert verso un tempo e uno spazio che esiste solo e soltanto dentro di noi e non potremmo riprodurlo per nessun altro, neanche per tutto l’oro del mondo. È questo il fascino della fotografia….tutto il resto è cartolina… Tutto il resto e Instagram e i suoi selfie.

40 anni di fotografia

40 anni di fotografie…Una seconda vita… una storia infinita di fotogrammi che scandiscono come un orologio di celluloide e di pixel ogni giorno di questi lunghi 40 anni. Ho nella testa una lanterna magica che gira continuamente illuminando lo schermo della memoria come un vecchio carosello diaporama degli anni 70. La lanterna gira continuamente facendo scorrere momenti e storie che solo io riesco a distinguere senza bisogno di rallentare il vortice che altri non potrebbero sopportare… e poi, come in una proiezione dia,  il telecomando si aziona per fermare la sequenza su quel fotogramma che mi riporta indietro nel tempo… In fondo la fotografia è una macchina temporale individuale dove la realtà storica si fa tutt’uno con il film impresso nella memoria. Ed in questi momenti che la macchina fotografica cessa di esistere lasciando il posto alla macchina virtuale presente nella mente del fotografo. Senza questa macchina mentale l’immagine fotografica sarebbe soltanto la riproduzione di un istante qualsiasi di un’esistenza qualsiasi,  in un mondo qualsiasi. Fotografare è un assicurarsi un ritorno… e un dipanare il filo d’Arianna che ti aiuta a ritrovare la strada percorsa nel labirinto ingannevole della memoria. Ogni fotografia è un viaggio a ritroso nel passato ma solo per il fotografo rappresenta una sosta della propria macchina del tempo. E senza saperlo il fotografo si dota di meccanismi che renderanno più agevoli questi viaggi anche se la motivazione immediata è quella di perfezionare la cattura dell’istante e nient’altro distrae da quest’obbiettivo. 40 anni di albe e tramonti, di appostamenti e colpi di fortuna, di volti e personaggi, di ricerca di luci e di ombre, di strade, terre e cose che non esistono più se non nel mio carosello. E allora questi 40 anni sono serviti a costruirmi quel palcoscenico dove io solo sono mago e spettatore, di uno spettacolo a cui ogni tanto decido di invitare qualcuno… all’inizio, infatti, questo era lo spettacolo della lanterna magica… e poi fu il cinema!

S’il fato o lo disio

S’il fato o lo disio
quivi han portato
lo vostro peregrino
andar ne la rete,
laissate un signo,
sì, ch’io possa saper,
non quanti vi entran…
ma chi vi passa!

Lo scriver non sia grave
o genti tanto brave,
s’il loco visitato
il cor v’ha rallegrato.
Non altra speme avea
l’autor del suo dettato,
ch’il dar a voi contezza
del piacer da lui provato.

Nomatevi allor con signi,
mostratevi benigni
o navigatori insigni,
laissate al lavor nostro
orma del favor vostro!

Disordine

C’era una volta un re, il cui nome nessuno poteva nominare, e neppure scrivere, e men che meno pensare.
A dispetto di ciò egli esisteva, egli viveva, egli faceva sentire la propria presenza, rendeva concreto ogni indizio del suo essere, fugava ogni dubbio sulla propria illusoria figura, imponeva nei confronti di sé stesso un crescente rispetto.
Ma le lapidi non lo ricordavano, i libri non lo descrivevano, le poesie non lo cantavano, gli affreschi non lo ritraevano, le statue non lo raffiguravano, gli elenchi non lo catalogavano, i giudici non lo chiamavano a testimonio, i saggi non lo presentavano a modello, i miseri non lo imploravano, le dottrine non lo contemplavano, le profezie non lo incontravano, le teorie non lo asserivano.
Tutti ne sapevano l’essenza, tutti non potevano negarne in alcun nodo l’essere e l’esistere, al di là di ogni altra congettura scettica o problematica. Ma non esisteva memoria – e per memoria si intende la funzione fisica, concreta, materiale del ricordare – di lui, della sua presenza, del suo agire, degli effetti da lui causati.
Alcuni studiosi, invero, intuendone ingenuamente la presenza, come di fronte a qualsivoglia altro fenomeno, avevano cercato di arrivare ad una sua rappresentazione, o meglio si erano avventurati sulla strada dell’ipotesi scientifica – che cosa sia scienza è un altro mistero – di un “se” a cui però non era mai potuto seguire un “allora”.
Altri avevano anche coniato il binomio “genio e sregolatezza”, ma nessuno capiva quale nesso ci fosse con il re, di cui nessuno parlava, di cui nessuno scriveva, di cui nessuno ritraeva l’immagine, di cui le lodi non erano contenute in nessun verso o in nessuna canzone.
Le cose, che tutti conoscono come concrete e della cui esistenza parrebbe a chiunque cosa assurda dubitare, anch’esse esistevano in funzione di lui, ma non ne riuscivano a dimostrare coerentemente e soprattutto razionalmente l’esistenza.
La razionalità – il dubbio sulla sua efficacia sempre più si accresceva – pareva portare alla conclusione che tutte le conclusioni si sarebbero confuse in un’unica conclusiva confusione.
Egli, a dispetto di tutto, come a tutti era noto, esisteva.
Il nome del re era Disordine.

Vittorio Marchis
Miti postindustriali

L’arpa di Pay Ya

Nel burrone di Lung Men tanto, tanto tempo fa c’era un albero di nome Kiri, un vero re della foresta. Un potente mago costruì con il legno di quest’albero un’arpa meravigliosa, il cui spirito non poteva essere domato nemmeno dal più grande dei musicisti.
Per molto tempo quest’arpa fu custodita insieme ai tesori dell’imperatore della Cina senza che nessuno, tra tutti coloro che avevano tentato, fosse riuscito ad estrarre una melodia dallo straordinario strumento. Infine arrivò Pai Ya, il più bravo di tutti gli artisti. Accarezzò l’arpa con mano leggera, quindi prese a pizzicare leggermente le corde dello strumento. Pai Ya cantò la natura e le stagioni, le alte vette delle montagne e le tumultuose acque dei fiumi e tutti i ricordi dell’albero si risvegliarono. Incantato il Signore del celeste Impero volle conoscere il segreto che aveva permesso a Pai Ya di avere ragione della resistenza dell’arpa. “Maestà – rispose il musicista alle domande dell’imperatore – coloro che mi hanno preceduto nel tentativo di suonare questo strumento hanno fallito perché non cantavano che essi stessi. Io, invece, ho lasciato che l’arpa scegliesse da sola la sua sinfonia e non sapevo bene se l’arpa fosse Pai Ya o Pai Ya fosse l’arpa”…..

Un sorriso come regalo

cicciugiuanniemicu

Cicciu, u zzu Micu e ru zzu Giuanni, un trio che si faceva un baffo dei comici che impazzavano sul tubo catodico… una comicità naturale, una capacità istintiva di rispondere ” aru cugghjuniamiantu” che poteva produrre sketch di ore dal nulla. “U siattu i d’ Annina i mastru Maida era il palcoscenico naturale della loro ironia ma anche della loro bonomia che, per le persone che sapevano ascoltare, era anche la parte migliore di loro. E Ciccio, che sa giocare, oltre che ascoltare, riusciva a essere la loro spalla migliore. Tutto questo è solo nella nostra memoria e la fotografia rimane l’unico modo per farlo diventare documento: queste fotografie rappresentano quello che io definisco il legame tra il materiale e l’immaginario del nostro patrimonio culturale.
La foto mi è stata concessa da Ciccio Cosco… che ovviamente ringrazio facendogli presente che, come al solito, io sono già andato!

 

Le stazioni della memoria

Vecchie stazioni della Calabro Lucane sulla tratta Crotone Petilia Policastro
Vecchie stazioni della Calabro Lucane sulla tratta Crotone Petilia Policastro

Ci sono stazioni nella memoria e della memoria: quelle nella memoria riportano indietro nel tempo e fanno rivivere storie dimenticate e destinate all’oblio dell’irrilevanza… cosa vuoi che importi al mondo del primo viaggio di un bimbo di 5 anni sulla littorina che da Crotone portava a Petilia Policastro. E anche il bambino diventato adulto non ritiene importante quel viaggio che portava in una campagna che non avrebbe mai più rivisto. E invece ecco che la stazione nella memoria diventa una stazione della memoria da dove partire per un viaggio a ritroso in una rete ferroviaria dei ricordi le cui destinazioni sono persone, cose, avvenimenti che diventano stazioni da visitare e da recuperare al tempo presente. Le stazioni nella memoria diventano un punto ideale dove fermarsi a guardare i treni dei ricordi che diventano sempre più nitidi al loro arrivo e sempre più sfumati al loro allontanarsi… un bambino e sua nonna, i suoi zii, i cugini, una lepre catturata, cucinata e mangiata, il vecchio dottore che vuole sapere come ti chiami, un salone pieno di trofei di caccia e di fucili, e il ritorno carichi di frutta e di ortaggi, e di nuovo la stazione nella memoria che adesso è soltanto il punto finale di una giornata particolare in cui la littorina e la stazione stessa sono la cosa meno importante da ricordare…

Si cc’è, CC’È …si u cc’è, u CC’È!

Ogni tanto leggo su alcuni stati facebocco parole di meraviglia e in alcuni casi di assoluto sconcerto relative alla constatazione che ancora oggi esistano imbecilli, stupidi,  cazzoni,   tamarri, maleducati, zzozzoni, e magari anche cretini. La meraviglia ancora più grande è legata al fatto che questi si possano trovare su facebocco…facendo trasparire un pregiudizio di fondo difficile da estirpare: se uno sa leggere e scrivere non può essere tutte o alcune delle cose elencate sopra! E con questo si evidenzia un pregiudizio ancora peggiore che esisteva ancora  prima dell’invenzione  di facebocco: la maleducazione e la tamarria come figlie dell’ignoranza!

Assolutamente falso… e basta osservare bene il mondo per scoprire che è pieno di dottori cazzoni e di contadini analfabeti ma educatissimi!

I nostri nonni carcagnuti ma fini, del resto lo hanno sempre detto: A signuria u ra fanu ne ri scoli e ne ri sordi…..a signuria nescia ddi  d’intra ….e chira si cc’è, CC’È …si u cc’è, u CC’È!

I vecchi

Una volta i vecchi, anche i grandi vecchi, avevano la saggezza di ascoltare e consigliare: Non avendo più i muscoli per lavorare usavano l’unico ancora funzionante per consigliare attraverso aforismi che si concludevano quasi sempre con un “parabula significa”. Oggi i vecchi, convinti che la medicina li farà vivere per sempre aspettano sempre di invecchiare e intanto spintonano per continuare a comandare. Ma il cervello invecchia comunque e la demenza senile è un male inesorabile solo che non essendo un muscolo qualsiasi ed essendo nascosto da quella che ci ostiniamo a chiamare testa, non rende evidente, soprattutto a se stessi, il suo inesorabile deterioramento. La testa di sopra segue lo stesso inesorabile destino di quella di sotto, solo che per quella di sopra non ci sono ancora pilloline azzurre.

E allora, per favore, quelli che hanno governato, male, ci facciano il piacere di andarsene a fare in c….lo nel posto dove sono stati mandati dal popolo italiano!
“Parabula significa”.

C’era una volta….

C‘era una volta…  Quando?…  Dove?…

…E’ sconvolgente come due opportune domande rivolte al narratore in modo logico e opportuno, magari da un ragazzino anche ben disposto ad ascoltare, riescano ad interrompere, come in un corto circuito elettrico, la buone disposizione al racconto del narratore di turno. E’ pur vero che nell’antica tradizione dei racconti accanto al focolare, il nonno o comunque la persona anziana aveva affinato la tecnica per superare questi momenti disarmanti.

“Tanto tempo fa”, “in un tempo molto lontano”, “nei tempi dei tempi”, oppure, “in un posto molto lontano da qui”, “nel paese del re curioso”, “nel mondo dei ragazzi che sanno farsi i fatti propri”, erano alcune delle risposte che facevano si che il racconto potesse riprendere tra le risate generali e l’apparente appagamento della curiosità del ragazzino.

Ma se riflettiamo bene sulle domande impertinenti, ci rendiamo conto che esse non sono altro che un grimaldello che il ragazzino tenta di usare per inserire quella storia, fin dall’inizio in precise coordinate spaziali e temporali.

Nel suo elementare quadro spaziale e temporale, prima e dopo, lontano vicino, ha pur sempre bisogno di coordinate che lo aiutino a capire. Tanto più se la fonte del racconto, il nonno, rappresenta la principale figura di riferimento nell’economia della tradizione orale.

D’altra parte, il vecchio contadino ha bisogno di rimanere nel vago non tanto perché non ci sono dei dove e dei quando precisi nella sua storia, ma fondamentalmente perché è proprio nell’assoluta indeterminatezza che si fonda il mistero e il fascino della sua narrazione. E’ lui solo a conoscenza del dove e del quando, solo lui può, se vuole, svelarlo, solo lui deciderà quando farlo. E’ nello stesso tempo negazione di privilegi e promessa di un futuro di complicità.

Il ragazzino non può sapere che quel “c’era una volta” garantisce la veridicità della storia a prova di confutazione storica e logica. “C’era una volta” è garanzia di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e garanzia di coerenza col tempo e con i luoghi reali dell’ascoltatore. Ma, nello stesso tempo, diventa l’attributo fondamentale dell’universalità dei tempi e dei luoghi favorendo la creazione di un non-luogo e non-tempo dove quella storia può avvenire senza perdere i connotati logici che un luogo e un tempo definiti renderebbero problematici.

“C’era una volta” diventa anche la frase iniziale distintiva tra la storia fantastica e la storia reale, un marcatore che rimane nella nostra memoria, un segnale posto sul confine tra la storia reale e la storia immaginaria.

Le domande impertinenti del ragazzino ci costringono a riflettere sulla non casualità delle formule narrative, su come l’arte della narrazione nella tradizione orale abbia saputo creare, nella sua lunga storia rispetto alla scrittura, formule “magiche” risolutive rispetto alle sue effettive potenzialità. Le ridotte capacità della memoria del singolo si esaltano, attraverso queste formule magiche, nella memoria collettiva che esse riesco a creare.

Il carattere evocativo delle formule iniziali rende l’ascoltatore soggetto attivo della storia e lo costringe a sforzarsi di trovare nei luoghi della sua fantasia la dimensione dei luoghi e dei tempi della storia. E’ in questo modo che l’intrinseca volatilità della memoria umana si trasforma in  patrimonio culturale indelebile. In questo senso la tradizione orale ha rappresentato, per millenni, il fondamento di tutte le civiltà “pre-storiche”.

La scrittura non ha eliminato questo fondamento, e per certi versi lo ha esaltato, ma con la sua aumentata trasmissibilità, ha ridotto a fenomeno elitario quello che era un patrimonio planetario.

 

Continua

Pirandello è nato a Crotone

Si… dev’essere sicuramente nato a Crotone, o, quantomeno deve averci vissuto tanto da poter lasciare una discendenza…. Ne ho le prove!
Solo una mente intrisa del DNA di Pirandello poteva inventarsi un modello di delega a se stesso.
Come dire:
“Tu non lo sai, ma noi sappiamo che non sei tu, o almeno non sei solo tu!”
“Tu in effetti fai parte di almeno due persone che pensano di essere una ma in effetti è soltanto una.”
Adesso, siccome noi non possiamo sapere quale dei due tu sei… perchè ovviamente sui documenti questo non sta scritto… noi ti obblighiamo a firmare un documento in cui tu deleghi te stesso a rappresentarti… un domani dovesse comparire l’altro che sei tu e vuole avere ragione,  noi  gli stampiamo il documento da te firmato in faccia così lui, che poi sei tu che non ti ricordi di essere stato tu, non può avere nulla a che pretendere da noi!”
Furbi noi… non ci facciamo imbrogliare da nessuno… per niente siamo quelli che si sono “Magnati la Grecia”, che per questo poi ci hanno chiamato “Magna Grecia”.
I furbi in questione sono quelli della ASL di Crotone:
Se volete protocollare un documento dovete delegarvi a presentarlo… “voi, istesso, propriamente voi medesimo”!
Guardare la foto per credere.

Delega per se stesso

Nebbie

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C’è un mondo dove le forme perdono i contorni e tutto diventa evanescente, inafferrabile e pure presente. È  il mondo delle nebbie che rende fantastici e misteriosi paesaggi consuetudinari e ripetitivi fino alla noia. Sono i luoghi che non guardiamo quasi mai perché, impressi nella nostra memoria con una forma precostituita, diventano “già  visti”, “sempre gli stessi”. E invece niente è  mai lo stesso, niente si ripete nel tempo… tutto merita di essere guardato come se fosse, e come in effetti è, la prima volta. Tutto merita di essere cercato, atteso,…..trovato!

Quando San Mauro stava peggio di Messina

Autobotte

C’è stato un tempo, neanche tanto tempo fa, in cui i disagi di oggi a Messina erano quasi un eufemismo per gli abitanti di San Mauro che avevano turni di approviggionamento acqua di 23, 24 giorni. Sembra quasi surreale raccontarlo, ma le immagini che vedete a corredo di questo articolo si riferiscono al momento in cui abbiamo battuto io record: 27 giorni! Furono costretti finalmente a mandare le autobotti perchè si rischiava ormai il colera.

Autobotte

Serbatoi di 50 q.li o interi scantinati di case adibiti a serbatoi, non bastavano a far fronte  a tutti questi giorni di mancata erogazione. Persone che con le case finite in paese affittavano la casa al mare per farsi la doccia. persone che facevano coincidere le loro ferie con il loro turno dell’acqua e, se gli andava bene, riuscivano a vedere i loro rubinetti funzionanti una sola volta in un mese. Ai “biviari” con i bidoni bisognava prendere il numero come alle ASL e le liti erano all’ordine del giorno.

Autobotte

L’unica cosa puntuale era la bolletta dell’acqua che inesorabilmente registrava il consumo di aria come acqua e, quasi come un film del surrealismo russo, ti invitava perentoriamente a pagare.
Oggi il calcare si mangia le mie apparecchiature idriche e i serbatoi mi servono a far decantare la sabbia e le impurità che mi fanno pagare come acqua…. Ma almeno mi lavo!

U puarcu

 

U Zzu Giuvanni e ru puarcu

Ho una lunga serie di immagini che riprendono tutte le fase della “festa del maiale”. Si perchè per le persone della mia generazione e di tutte quelle precedenti l’uccisione del maiale era veramente la vera festa dell’anno. Evito di pubblicarle perchè potrei urtare la sensibilità di animalisti, vegani, vegetariani e piccoli amanti di questi graziosi animaletti che adesso sono diventati animali di compagnia. Anche noi gli volevamo bene a questi animaletti… li andavamo a trovare tutti i giorni e gli portavamo a “vrudata”, che non era un pappa a cinque stelle ma era una vera vitamina per i prosciutti. Gli andavamo ad accarezzare ogni giorno il pelo e gli cantavamo le canzoncine che inneggiavano alla loro crescita sana e magra. Li facevamo “grastare quando era il momento” e per questo i nostri genitori spendevano soldi che avevano messo da parte proprio per questo evento, o, “favaluari e ciciri” appositamente “ammucciati”. La salute di questi animaletti era una cambiale in bianco firmata a garanzia del mangiare di tutto l’anno e non di rado si ricorreva “a ra zza Micuzza” per stipulare una polizza assicurativa “cuntramaluacchjiu”.
Il giorno fatidico, poi finalmente arrivava: Alle quattro del mattino ci si alzava per riempire “u zirru” e dargli fuoco “ccu l’alò siccati” raccolti sul ciglio delle strade. Il giorno prima si recuperava “subbu u chjiancatu u gambaruni” e si erano affilavano i coltelli: “u scannaturu, i curteddra ppi pilari, i curteddruzzi ppi ri stintina e ra gaccia ppi ra spaccata e ppi l’ossa”. Le donne avevano preparato “i salaturi ppi ri piazzi e ru grassu, i cisteddri ppi ri stintini, i cannati, i cannatiaddri, a limba ppi ra carna i di supprissati e ri maiddri ppi ppi ru salatu, a cassalora ppi ru sangu e ra tinagghjia ppi l’ugni. I limoni e il sale ma soprattutto il vino per brindare alla festa e per scaldare i corpi gelati dal vento di tramontana o di grecale, perchè lo scirocco non era indicato.
Il grazioso animale, ormai diventato grande e forte veniva ammansito con carezze sulla schiena mentre il capofamiglia gli infilava “u rumaniaddru”, legato a nodo scorsoio dentro le fauci aperte, e con appena stretto il nodo lo si spingeva “delicatamente” ma decisamente verso un comodo tavolaccio dove altrettanto gentilmente veniva invitato a distendersi da due uomini forzuti che tenendolo per i “gambaruni” si sdraiavano addirittura sulla sua pancia “in segno di affetto”. Al più piccolo dei bambini toccava l’onore di tenerlo per la coda e al primogenito l’onore di assistere il capofamiglia con i coltelli e le “mappine”.
Poi tutto si svolgeva con un caotico ordine derivato dalla velocità che richiedevano le varie operazioni in un successione ordinata e metodica che una tradizione millenaria aveva conservato perfino nel DNA dei partecipanti.
la coltellata alla gola, la donna con la casseruola col manico lungo che rimesta i fiotti di sangue che escono in modo violento e imprevedibile, le urla degli astanti e dei “tenituri” come ad esorcizzare le urla disperate del “dante carne” che non riusciva a rendersi conto del perchè gli umani che lo amavano tanto gli facevano adesso questo servizio: ed io che provavo ogni volta a figurarmi quali interrogativi dovevano attraversare la testa di questo animale in merito alle possibili colpe che aveva magari involontariamente commesso. Forse se avesse saputo che la sua morte era l’inizio della nostra vita non avrebbe urlato così tanto e non avrebbe “strippitiato” con quella forza e quella violenza.
C’è da dire che gli uomini e le donne che gli stavano intorno non facevano niente per tranquillizzarlo e anzi lo provocavano a essere ancora più resistente con racconti su maiali scappati dalla “maiddra” dopo pelati o con non lusinghieri dubbi sul suo possibile peso netto alla fine. Lui, in fondo aveva fatto di tutto per ingrassare e aveva svolto il suo ruolo di “beato porco” nel più canonico dei modi previsti.
Poi, “u scannaturu” che si infila ruotando nella carotide provoca l’uscita dell’ultimo violento fiotto di sangue e piano piano le dita dei piedi si distendono decretando l’inizio del suo essere cibo per tutti. Una cannata di acqua calda nell’orecchio per sincerarsi della fine e poi uno sforzo all’unisono per metterlo nella “maiddra” per la pelatura…. le cannate che trasportano acqua, i coltelli che radono e scorticano i limoni che lo profumano e il sale che lo disinfetta appena viene appeso alla trave del tetto… e poi la testa che viene staccata e le due parti che vengono sezionate subito dopo aver messo da parte ogni piccola o grande parte degli organi interni non senza prima aver assolto al rito del gonfiamento della “vissica” con il corollario di commenti sulle labbra sporche di sangue e i possibili rifiuti delle donne invitate a pur leciti baci.
le donne “ari stintina” e ” a ra cucina”,  gli uomini alle faccende di tutti i giorni perchè la carne deve riposare e l’unica carne che si può maneggiare è quella per la “frissurata”.
Tutto il resto nella prossima puntata… Ma spero che la foto “i du Zzu Giuvanni Borda” e le mie parole vi abbiano fatto capire quanto anche noi abbiamo amato il porco!