Ciò che vedo con la mente è invisibile agli occhi

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Rettangoli di Memoria

Siccità

Renella

Era un’annata come questa, di quelle che nella “memoria d’uomo” non se ne ricordano mai, di quelle che “i cambiamenti climatici irreversibili”, di quelle che “il buco dell’ozono è sempre più largo. Era un’annata come questa… e come le tante altre che verranno con e senza buchi dell’ozono “che poi noi non lo abbiamo mai visto e se fosse vero che è così largo dovrebbe pure vedersi quando non ci sono le nuvole”. E non ne voleva sapere di piovere…ormai erano mesi. E Don Peppino ormai tutte le sere aspettava il mai troppo lodato Colonnello Edmondo Bernacca che non si voleva decidere a fare andar via sto anticiclone delle Azzorre che era la colpa di tutto sto sfacelo di asciuttura. Eppure bastava poco, una piccola nuvola sulla Calabria che poi ci pensava la Madonna a farla diventare più grande e carica d’acqua. E finalmente la nuvola comparve sul meraviglioso 14 pollici del Grundig in bianco e nero della canonica e la signorina Pina quasi si lascia sfuggire un urlo di gioia come se Don Peppino non fosse stato fin troppo categorico: nessuno deve sapere che alla televisione hanno previsto la pioggia. Il miracolo lo deve fare tutto la Madonna e magari proprio quando la processione sta tornando dalla Renella. E se poi saranno solo quattro gocce non ci formalizziamo di certo: l’importante è il “segno” che le preghiere sono state accolte, il resto sta tutto nei misteri gaudiosi della fede. Intanto, almeno per un giorno facciamo il miracolo di far portare il Quadro a quei bestemmiatori e peccatori di uomini che non si confessano mai…pua accurriandu prigandu e ringraziamu a pruvvidijanza!

Cartoline

Ci sono nel mio archivio cimeli che hanno una importanza documentale di valore inestimabile in prospettiva storica. Questa cartolina, una pittografia del 1942, mostra alcuni particolari che la memoria degli uomini non potrebbe mantenere senza un riferimento visivo. Per molti dei sessantenni di oggi il campanile con la piccola campana è presente nella parte più recondita della loro memoria ma nessuno di loro saprebbe riprodurlo su carta senza l’ausilio di un’immagine. Tutti risponderebbero con la nostra espressione tipica: “Mu ricuardu cumi nu suannu”. Ecco la bellezza della fotografia: riportare le cose nella loro dimensione reale togliendole dall’evanescenza del sogno; in questo consiste quello che in “Rettangoli di memoria” descrivevo come il suo farsi dovumento, fonte certa, necessità fondativa per la nostra comunita. Ho trovato immagini del nostro passato nella spazzatura, ho rovistato le discariche come un affamato in cerca di cibo. Ho provato un senso di smarrimento di fronte alla colposa ignoranza di coloro che avevano buttato la memoria della loro famiglia e della comunità nella spazzatura. Bisogna costruire la cultura della memoria che sappia distinguere il materiale dell’immaginario e sappia promuovere ogni più piccolo particolare come un necessario tassello per la composizione del mosaico. Una cartolina, una fotografia, una lettera, sono elementi “Matrioska”, che contengono al loro interno nodi di una rete informativa troppo preziosa per diventare un rifiuto. Ognuno può essere “nodo” di questa rete semplicemente conservandole, o più attivamente, pubblicandole.

Assolate giornate d’agosto

Piazza del Popolo
Piazza del popolo

Assolate giornate agosto. Sempre le stesse, la piazza sempre vuota con i sedili che si riempiono piano piano seguendo il criterio del fresco: “a matina a ru siattu i Liviu e ra sira a ra scala i Peppina i Petruzza”. E gli occupanti rimangono eternamente gli stessi dal punto di vista generazionale: niente giovani, loro vanno a stare al fresco sotto l’ombrellone. Non cambia niente nelle costanti di sempre, nemmeno i discorsi: “n’ annata cumi chissa ija mo è parecchjiu c’ u ra vìdjia! Le case, la forma delle macchine, particolari transitori e utili solo dal punto di vista della storia personale o locale; il resto no, Il resto è immutabile in un eterno ritorno o dell’ uguale che se la ride della nostra memoria individuale. Eppure tutto questo, per la prima volta nella storia, è destinato a finire insieme alla storia millenaria della cultura contadina: nella civiltà virtuale dei social network il fresco dei condizionatori prende il posto dei sedili in piazza e le generazioni si dividono nelle chat private, ma i discorsi no; i discorsi rimangono gli stessi: Un caldo così non si è mai visto.
E le pietre se la ridono della scarsa memoria degli uomini!

Ritorno al futuro

Saremo ricordati come la generazione che ha distrutto la millenaria cultura contadina dei nostri padri… abbiamo il dovere morale di segnare con le nostre “memorie” il posto dove l’abbiamo seppellita, perché altri,  migliori di noi,  possano riportarla alla luce. Ogni più piccola traccia di memoria può essere la mollica di pane che indica la strada.

A scirchijatu a terra…

Ha scirchijatu a terra… guardava la terra che calpestata e mormorava parole che avevano un suono e un senso atavico e familiare ma di un tempo troppo lontano per me, o forse soltanto segno di reminiscenze troppo in fretta messe in disparte. Parole come cornici contenenti stampe ingiallite e macchiate dal tempo ma ancora comprensibili solo a chi quei posti o quelle storie le ha viste e le ha vissute anche soltanto come inconsapevole spettatore… forse colpevolmente inconsapevole! “L’alivi stanu carricandu e serva l’acqua”…E la frase che, detta dopo un tempo interminabile rispetto alla prima, sembra senza senso, ma riporta a un tempo che ha le lancette dell’orologio  sintonizzate sulle necessità della terra prima che sulle nostre. Un orologio perpetuo che segue è non anticipa l’eterno ritorno dell’uguale…l’orologio del rito che rende ridicolo quello delle previsioni. La terra, la pianta, il frutto …. e poi l’uomo che finalmente osserva consapevole della sua caducità e della sua provvisorietà tutto quello che era veramente importante. Avrei voluto fare mille domande e a tutte avrei ricevuto una risposta ma non volevo rubare il tempo a che di tempo sente sempre di averne di meno del necessario… o forse mi rendevo conto che non sarebbe bastato il nostro tempo per dare risposte a tutte le domande. O, forse, la risposta era tutta nell’arsura che potevo vedere nei suoi occhi. Un’arsura di un’acqua che si beve solo con gli occhi e con la mente e la cui fonte è aperta solo il tempo che ci è concesso per catturarne il liquido con lo sguardo. “Chista è amarena” e “chisti su i lassani” … e con un gesto della mano le raccoglie per estirpare con l’altra la pianta rimasta… “Lassani e amareni” li dove i miei occhi da primitivo digitale vedevano solo piante e fiori da fotografare o da scansare: in fondo è tutto racchiuso qui il senso di estraneità che mi pervade quando vedo la loro appartenenza e capisco il senso della parola “coltivare” che non è solo lavoro ma è soprattutto “cura”. Cura della terra che ti cura|…Sarebbe bello come slogan ecologico per le nuove generazioni. Ha scirchijatu a terra… poi ci penso e mi viene da dire che “ha scirchijatu” la bestia uomo che avrebbe bisogno di tutta quella sapienza antica che sta scomparendo per sempre…. e “l’alivu carrica sempri i menu!”  E il passo si fa pesante, lo sguardo si volge verso il basso e tutta la malinconia traspare dal tremolio della voce che mormora soltanto un “jamunindi Cì”

U Zzu Rusaru

zzurusaru

Questa volta Gino è soltanto il mio inconsapevole complice di una delle operazioni fotografiche più difficili: fotografare “un zzu Rusaru”. Stava volentieri con me ed era sempre disponibile a rispondere alle mie insaziabile domande… una memoria da elefante e un modo tagliente e secco di raccontare che riuscivo ogni volta a invidiare. Era capace di raccontarmi una persona a con un aggettivo e riusciva a ricrearmi una scena con lo stretto necessario per orizzontarmi….e quando non avevo tempo di fermarmi bastava il suo sorriso e il suo saluto con due dita per supplire alle parole non dette. Seduto da solo al sedile della piazza sembrava allontanare i seccatori soltanto con il viso corrucciato ed era bellissimo vedere quell’inarcarzsi impercettibile delle labra che sfociando in un sorriso appena abbozzato diventavano un invito privilegiato al dialogo. Molte delle notizie circa le lotte contadine degli anni 50 che ho avuto il privilegio di ascoltare dalla viva voce del compianto Ciccio Caruso avevano poi il degno complemento nella vivida memoria “i du zzu Rusaru”. Molti dei fatti che hanno caratterizzato la storia del primo dopoguerra Sammaurese, molto spesso percepiti soltanto a pezzi ammantati di mistero, diventavano nei momenti trascorsi accanto a lui racconti vividi, concisi e precisi. E non che fosse un chiacchierone, tutt’altro, ma era questo che io intendevo per privilegio: le mie domande servivano da detonatore della sua memoria…era come se le considerasse degne di risposta…era questo che mi riempiva di orgoglio e soddisfazione ed era questa mia disposizione che forse me lo rendeva vicino, disponibile meno schivo. Su una cosa non transigeva: dovevo riporre la macchina fotografica, non voleva essere fotografato,. Me lo diceva con la gentilezza di sempre, con il suo solito sorriso, ma con una fermezza della voce che non lasciava illusioni circa le sue intenzioni…è io avrei voluto fargli capire che fotografare il suo volto scavato, i suoi occhi, le sue espressioni sarebbe stato dal punto di vista fotografico quanto di meglio un fotografo potesse avere a disposizione. La sua risposta era: “profissò, u vvi cci ha pijiati, ma a macchina astutatila”….e sorideva. E allora fotografare Gino è stato l’unico modo per non farmi dire di no…anche se, come in altre occasioni, con un “profissò, profissò”, mi faceva intendere che aveva capito.