Facciamo un gioco….

Vorrei inaugurare una sezione nuova del sito: Com’era
Ogni volta pubblicherò una immagine di un posto o di un particolare di San Mauro e dintorni che nella realtà non esiste più, perchè distrutto o profondamente modificato… un modo per giocare con la memoria e con le emozioni di ognuno di noi.
I giovani possono invece scoprire una parte del paese che loro non vedranno più.
questa è la prima:

Pc_Snapseed

Ditegli sempre di si

image

Ogni tanto mi vengono davanti le immagini della commedia di Eduardo che con una notevole dose d’incoscienza un giorno di tanti anni fa, un gruppo di giovani pieni di voglia di fare e un giovane laureato pieno di belle speranze, decisero di mettere in scena su un palcoscenico di fortuna con una scenografia degna delle baraccopoli metropolitane. Ma, tanté,  fu un successo per quei masochisti che ardirono di vederla, ma soprattutto per i protagonisti che iniziarono da qui una stagione di attività che sono entrate a buon diritto nella memoria sociale di San Mauro. Parlo ovviamente di coloro che la memoria la coltivano e ne fanno buon uso. Ogni volta che rivedo le immagini di quella esperienza mi viene tristemente da ridere sulla mia ingenuità di allora che mi portava a vedere nel personaggio principale un assurdo non riproducibile nella realtà. E allora ogni volta che ne ho incontrato uno mi sono sempre in testardo a cercare di convincerlo dell’assurdità delle tesi che proponeva. … solo ora mi rendo conto che aveva ragione Eduardo…nln avrei perso inutilmente del tempo… non avrei sprecato preziosisdimo fiato…avrei dovuto semplicemente dirgli di si!
P.s
Di quella stagione mi rimane una documentazione fotografica meravigliosa che piano piano metterò a disposizione dei protagonisti e di tutti coloro che amano coltivare il dono della memoria.

Il Bar dell'Angolo

image

C’è stato un tempo in cui persino i bar si distinguevano dal punto di vista generazionale: Al Bar dell’Angolo tutti i giovani,  e il resto negli altri bar di San Mauro. In quel tempo l’animazione giovanile del paese ruotava intorno all’angolo tra Via Roma e Piazza del Popolo e tutti gli scalini dislocati nei dintorni diventarono poltrone del salotto giovanile.

Quelli della 285

vecchie011-001

C’è stato un tempo in cui se si voleva avere un lavoro, o quantomeno sperare di averne uno, si doveva accettare di essere catalogati con un numero: quello della legge con la quale si veniva assunti e della relativa graduatoria.
Nella maggior parte dei casi erano solo palliativi… una specie di reddito di cittadinanza ante litteram… ma servivano a dare un po di sollievo economico a quei giovani che per un motivo o per l’altro non avevano ancora deciso di scegliere l’unica strada veramente possibile per i giovani meridionali: l’emigrazione.
Erano però forme di aggregazione che rendevano viva San Mauro facendo nascere, quasi per reazione una serie di iniziative che niente avevano a che fare con la legge istitutiva ma che rendevano il nostro paese abitabile e vivibile….
io non so se quelli delle foto che pubblico sotto sono della 285 o della 286 o della  n elevata alla settima ma di sicuro erano legati a un numero.

vecchie011-002

Quante storie in una immagine

image
Piazza del Popolo poco prima della demolizione

Un’immagine come tante di una demolizione, un’immagine senza senso artistico e per il 99,9999% della popolazione del mondo anche dal punto di vista documentaristico. Ma per molti di coloro che accederanno a questa pagina, questa immagine rappresenta un agglomerato di ricordi, di emozioni e di aneddoti che difficilmente si potrebbe ritrovare in un’altra immagine. Ognuna di queste porte  potrebbe raccontare tante storie quanti sono le persone che le hanno varcate moltiplicate per buona parte dei giorni della loro vita …. e quante storie hanno ascoltato i sedili in travertino che ancora si intravvedono dietro le inferriate di protezione… Sulla destra a putiga i du vinu per i più anziani…e poi il bar di Livio negli anni 60/70….Sulla sinistra la porta della merceria di Maria i Papale. …ma per molti giovanissimi sessantottini la prima sezione della FGCI e del PCI prima del trasferimento al piano superiore….e immediatamente sopra il balcone dei comizi rigorosamente di sinistra con tutti gli annessi e connessi che sarebbe impossibile raccontare in un solo volume anche abbastanza corposo. Bisognerebbe raccontare quello che avveniva su quel balcone,  ma ancora più interessante quello che avveniva dentro e soprattutto quello che avveniva sul balcone di fronte. …e poi sulla destra, non visibile nella foto, la scala delle combriccole nottambule e per i più anziani il forno a legna.
Una sola foto, miglia, milioni di flash nella memoria….
E poi un’altra immagine e tutto questo scompare, e per quelli che vengono dopo  tutto quanto ho raccontato prima diventa una storia sola: la storia del giorno che hanno allargato la piazza!

image
Completamento della demolzione

Il verde pubblico negli anni 80

image

C’è stato un tempo in cui gli amministratori comunali decisero che il verde pubblico scarseggia va entro i confini del borgo e la mano d’opera anche…e allora perché non unire le forze e creare un po d’ombra negli angoli del paese più desolati…. Assessori, consiglieri, forestali ed operatori ecologici uniti verso l’obiettivo del verde pubblico. ..E allora….

Amidé e Totonni

image

Giuanni. …

image

Biasi

image

e Lorenzu.

Una vecchia stalla

Vecchia stalla

Ci sono oggetti, cose, luoghi che esistono solo nella nostra memoria e quando ci capita di ritrovarne qualcuno ancora intatto e come un tuffo nel nostro passato con tutto quel che ne consegue rispetto alle emozioni, le sensazioni, e le percezioni sensoriali.
Una stalla nell’immaginario collettivo è un posto destinato agli animali e basta.
Per quelli della mia generazione era in vece un mondo in cui gli animali erano soltanto una piccola parte anche se comunque importante. La stalla era la “dependance” dei contadini, e come tale, e con la stessa cura di una vera dependance signorile, veniva curata con riti, attività e orari che erano scanditi dalle stagioni e dalla meteorologia. L’odore del fieno (i mattuli) appena scaricato dal basto e depositato nell’angolo più asciutto si confondeva con gli odori degli escrementi animali che attendevano di essere raccolti per diventare il concime più prezioso e più sano. Non sono mai riuscito a capire se fosse una favola metropolitana quella delle esalazioni della stalla come cura contro le malattie respiratorie; sono sicuro però che la Bayer non ha mai venduto aspirine negli anni 50 e, a parte la penicillina, il nostro antibiotico naturale e gratis si trovava vicino la mangiatoia.
Quando ho fatto questa fotografia mi sono sentito impotente con la mia reflex: la parte più bella di ciò che mi circondava non era possibile riprenderla…Una macchina per la riproduzione dei ricordi non l’hanno ancora inventata.

I luoghi della memoria

Arco Salerno con vista su uno scorcio che non esiste più...
Arco Salerno con vista su uno scorcio che non esiste più…

I luoghi della memoria sono luoghi che esistono solo dentro di te e svaniscono dal mondo reale un istante dopo che tu li hai visitati: Lo spazio e il tempo che noi abbiamo registrato rimangono incastrati in un istante codificato che sarà contenuto soltanto nella nostra mente e nessun altro potrà mai più visualizzarlo. Ecco perchè è importante raccontare ed è essenziale lasciare traccia dei nostri luoghi della memoria; ecco perchè l’uso sempre più raffinato dei linguaggi diventano fondamento della società moderna; ecco perchè noi siamo importanti nel tempo e nello spazio che ci è dato vivere: spezzare il canale della memoria, interrompere il flusso delle trasmissioni, significa relegare questi luoghi nella dimensione dell’oblio per sempre.

Soccorso 2015

Entrata
Vorrei riuscire a raccontare con le immagini il rapporto tra la gente di San Mauro e il “Quadro”.
Vorrei riuscire a raccontarlo fotografando gli occhi e le espressioni delle persone mentre passa, quando vi si avvicinano anche solo per salutarlo, quando ogni gesto, nel toccarlo, mostra sacralità e devozione.
vorrei riuscire a raccontarlo fotografando l’aria che si respira intorno al santuario un attimo prima che il “Quadro” esca per iniziare la processione: Raccontare di un rito millenario che per pochi istanti ci sbalza in una dimensione senza tempo carichi della responsabilità di perpetuarlo per coloro che verranno.
Non credo che siano molti quelli che riflettono sul nostro essere tasselli di un mosaico che travalica il disegno di una vita, ma penso che in tutti sia presente, anche inconsciamente, l’esaltazione di essere protagonisti di un avvenimento che ci sarà ancora… oltre noi!
Non so se riesco a raccontare tutto questo…le emozioni che le immagini trasmettono sono sempre soggettive e non predeterminabili, ma la mia ricerca delle inquadrature, dei momenti, delle espressioni, è finalizzata a questo…io ci provo!

Opificio

OpificioQuesta fotografia reperita in stampa su carta molto consumata dal tempo e dalle condizioni climatiche in cui era stata tenuta, non esiste più perchè il proprietario l’ha persa. La sua riproduzione a scanner, per fortuna in un formato molto grande, è conservata nei mie archivi.
Dalla storia che mi è stata raccontata, per le persone coinvolte e per la probabile datazione ritengo che si tratti di una delle poche immagini delle maestranze del concio della liquirizia che si trovava sotto San Mauro Marchesato verso la fine dell’ottocento e all’inizio del secolo scorso.
Ovviamente la mia è una pura ipotesi e non ho al momento nessun documento che possa suffragarla.

I braccianti e gli studenti di San Mauro a Roma nel 1982

Manifestazione di braccianti calabresi
Manifestazione a Roma di braccianti calabresi il 25 giugno 1982 – 33 anni dopo, colori un po sbiaditi, look diversi ma le stesse parole d’ordine, le stesse aspettative, la stessa rabbia…
Molti dei ragazzi dietro lo striscione sono adesso padri di famiglia, alcuni addirittura nonni, e qualcuno come Pasquale Liberti non ci sono più.

Ci sono altre 3 foto… per vederle cliccate sulla foto e proseguite nella navigazione in Flickr.

Cugghjiandri

Macari ccu ra miandula…
E’ uno degli ultimi eredi di una tradizione onorevole che ha forgiato centinai di affamati alla conquista del cibo e, quando non di questo, all’esercizio del potere del più forte all’interno del “branco”. Ma, una volta, questo esercizio atavico dei bambini, sotto tutte le latitudini e in tutte le epoche, aveva come premio “U Cugghjiandru”, (il confetto) e il comando del gruppo sulla base delle quantità raccolte.
Erano molte di più le braccia predatrici, delle mani elargitrici; Erano poche le donne che si potevano permettere di buttare “cugghjiandri ccù ra miandula” e molte invece quelle che usavano quelle con la pasta, agri riciclando quelli che i figli avevano raccolto alla cerimonia precedente.
E, del resto, era proprio la conoscenza della geografia della ricchezza del paese a rendere alcuni ragazzi più scaltri e meno usi all’insuccesso:
Sapere in anticipo davanti a quale porta o balcone era conveniente concentrare le forze, aiutava, nel risultato finale, ad acquisire quel prestigio che solo il raccolto di qualità poteva assicurare. Accanto ai più piccoli, che si sfiancavano davanti tutte le “guantiere”, (vassoi), era normale trovare i grandi che con navigata sufficienza si facevano largo a suon di spintoni davanti alle “guantiere” di peso.
– Ohi cumpà, sutta chiru mbarcuni cc’è sicuru a sustanza – chira l’è zziana a ra zzita!
E ssì, addi d’essiri accussì, ddrà macari cci su puru sordi – è miagghjiu u ghjiamu!
Ma intanto Micu, che ormai era quasi pronto per la leva, si faceva scorrere il film di quanti parenti erano passati sotto quel balcone ricevendo confetti che soltanto i maiali mangiavano volentieri. E ru fattu stessu ca era zziana subba u mbarcuni e nnò ddi spilata, a dicìa longa subbu u beni chi curria tra zziana e niputi.
Dialoghi e riflessioni di un tempo in cui la forma era sostanza e in cui gli aspetti simbolici andavano al di là del mero significato evidente.
Un tempo in cui il confetto era una delle poche occasioni di fare incetta di zuccheri senza temere per il colesterolo, anzi, alimentando ospiti indesiderati di corpi denutriti a cui avrebbe poi dato una risposta soltanto una robusta dose di aglio crudo.
Oggi invece, altri sono i… “premi” e altri i… “riferimenti” da conquistare.
E forse per questo, la beata innocenza di un gesto antico è stato colto da un occhio che aspettava con ansia, magari soltanto di riviverlo, senza la pretesa di riuscire ad immortalarlo attraverso la sua protesi …”digitale”.

U furgiaru – U gommista i na vota

u-gommista-i-na-vota
u-gommista-i-na-vota

Il maniscalco (U Furgiaru) era l’artigiano che esercitava l’arte di ferrare gli equini. Il progresso ha inciso negativamente sulla sua opera e oggi la sua prestazione è molto limitata a causa delle nuove tecnologie, della comparsa di nuovi mezzi di trazione e in alcune zone interne è scomparsa del tutto. A San Mauro è rimasto soltanto Mastru Giuganni u furgiaru (Giovanni Lonetto) che continua a fornire questo servizio alle poche persone che ancora possiedono un asino o un cavallo.
La ferratura consiste nel ricoprire con un cerchio di ferro l’orlo dello zoccolo per impedire che il consumo dell’unghia sia maggiore delta sua crescita ed evitare, di conseguenza, gravi danni alle delicate parti interne dello zoccolo.
Inoltre, la ferratura dell’animale è di massima importanza per la sua buona conservazione in salute ed il maggiore rendimento fisico; serve anche per correggere certi difetti del piede a rendere possibile la deambulazione (il movimento alterno e ritmico dell’ animale).
Nei paesi dove esistono piccoli appezzamenti di terreno e dove il trattore non è in uso, l’aratura viene effettuata con l’aratro a vomere aggiogato ad un mulo o ad un asino e, in occasione della preparazione delta terra per la semina, il contadino ricorre al maniscalco per farsi ferrare il suo animale affinché gli zoccoli siano efficienti e permettano un buon rendimento fisico dell’animale oltre che, naturalmente per provvedere a “strairi” (affilare) il vomere stesso.
In passato, quando la scuola dell’obbligo era limitata alle classi elementari, i genitori mandavano alla bottega del “mastro” il proprio figlio che non mostrava inclinazione per lo studio.
L’apprendista maniscalco quasi sempre non veniva pagato per la sua collaborazione, tranne qualche regalia a Pasqua e a Natale come premio per la sua assiduità.
In realtà questo accadeva dopo molti anni di duro lavoro al mantice che alimentava la fucina. Solo in un secondo tempo poteva essere impiegato nell’azione della battitura del ferro sull’incudine che richiedeva precisione e forza. Difficilmente però si riusciva a superare questo stadio e passare a quello successivo della posatura del ferro sull’unghia.
Il ragazzo volenteroso faceva tesoro dell’arte del maestro a imparava a riconoscere i vari stadi di colorazione del ferro a contatto con la fiamma: rosso, rosso ciliegia, bianco. Solo allora il ferro poteva essere tolto dal fuoco e lavorato secondo le esigenze.
II ragazzo poco incline al lavoro veniva inevitabilmente allontanato e difficilmente trovava accoglienza altrove.
Le ore serali erano le ore di maggior afflusso verso le “forge” che si animavano come per incanto e diventavano il luogo di discussione privilegiato dei contadini. L’occasione era buon per parlare del lavoro nei campi o delle prestazioni degli animali legati in attesa della ferratura, ed era anche un momento di confronto che risultava molto utile in un momento successivo quando, alla fiera, si andava ad acquistare il nuovo animale.
Ricordo ancora l’odore caratteristico del fumo che si sprigionava nel contatto tra il ferro arroventato e l’unghia dell’animale, e il suono cadenzato e ritmico della battitura del ferro sull’incudine. Le tre prove successive, prima della apposizione definitiva del ferro, il lavoro di modellamento dell’unghia con gli attrezzi taglienti, la chiodatura finale con le “”tacce”“, erano cadenzati da odori e rumori caratteristici che avevano sempre la stessa scansione. Il rito della presa della zampa da parte del padrone, del sostegno di questa con il ginocchio, e i discorsi e i motti che questa operazione suscitavano nei presenti, dava a questo lavoro quel senso quasi liturgico che pure nell’antichità aveva avuto. Un senso ancora più accentuato dal potere assoluto dell’artigiano nelle decisioni sul lavoro: la sua parola non si poteva discutere e le modalità di ferratura restavano una sua esclusiva prerogativa. Si poteva cambiare “”u furgiaru”“, ma non si poteva discutere il suo modo di fare il mestiere.

Atmosfere

Atmosfere on Flickr.

La stavo aspettando, quella foschia che rende uniformi i colori e copre i particolari… Lo stavo aspettando, quel velo pietoso che mi permette di provare l’emozione di un paesaggio senza tempo che rimane a dispetto dell’arrogante padrone del mondo…
La stavo aspettando, quella nebbia rarefatta che mi trasporta nella leggerezza dell’esistenza alleggerita della zavorra della vita…
L’aspetto. ogni volta che la stanchezza diventa dolore e il vivere assume la dimensione della… fatica!

Scarponi

Scarponi on Flickr.

Tanti anni fa, 36 per la precisione, alla fiera di Mulerà (Rocca Bernarda – KR), con la mia vecchia Zenit M mi divertivo a cercare inquadrature insolite, provando a imitare in modo alquanto bislacco grandi autori della fotografia italiana e meridionale in particolare.
Il vecchietto che vendeva gli scarponi militari, ridendo, mi disse che era la prima volta che i suoi anfibi provavano l’emozione della fotografia, ma in fondo era un suo modo per coprire la sua vera sensazione che era più attinente alla mia sanità mentale.
Io avevo capito il lato nascosto della risata ma rimasi colpito dal garbo col quale il commerciante mi aveva dato del matto.
Continuai a girare per la fiera con l’euforia di chi indossa un abito nuovo e scopre che gli sta benissimo addosso….il fotografo in fondo è un matto che si illude di fermare il mondo!
Il vecchietto è rimasto sempre impresso nella mia memoria come una bella persona e gli anfibi sono stati sempre il filo di Arianna che mi conduceva a lui.

Poi, quest’anno, alla stessa fiera ho rivisto gli anfibi e mi sono avvicinato per fotografarli… ma una voce sgradevole mi ha immediatamente apostrofato chiedendomi di qualificarmi… con tono minaccioso mi ha chiesto comi mi ero potuto permettere di fotografare le sue scarpe…..

Che il mondo cambi è nelle cose del mondo stesso… ma che cambi in peggio non è proprio una bella prospettiva….

Mi sono immediatamente allontanato dalla fiera e non ho visto l’ora di riprendere la mia macchina per andarmene… io non ci sarò tra 35 anni ma in ogni caso il ricordo di questo episodio sarà impresso nella mia memoria come uno dei più sgradevoli e stupidi del mio passaggi su questo mondo!