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“U mbastaru” non era di San Mauro ma proveniva da Petilia Policastro.
Si chiamava Pace di cognome, e lui lo ricordava abbastanza volentieri con un intercalare molto simpatico che è rimasto impresso a molti di noi: “Pace me chjiamu e pace mintu”
Il mestiere di “”mbastaru”“, veniva tramandato di padre in figlio e c’era una certa resistenza ad insegnare l’attività a persone estranee alla famiglia. Così avveniva anche per i “cisteddrari” (cestai), i “furgiari” (fabbri), i “varrilari” (barillai), i “seggiari” (seggiolai), ecc…
Lo scheletro del basto è formato da quattro curve di legno, incastonate a coppie in modo da formare due arcate leggermente schiacciate alle estremità.
Il legno adoperato dai nostri bastai era di “fagu” (faggio), di “ticine” (ontano montano) o carpine, alberi di cui sono ricche le montagne della presila crotonese.
Tali tipi di legno, duri e compatti, sono molto usati in falegnameria e stagionati diventano leggeri e resistenti nello stesso tempo, ideali quindi per la costruzione dei basti, purchè privi di “cagni” (nodi) nelle parti usate dai bastai.
I “mbastari” dovendosi fornire del legname necessario al loro lavoro, andavano alla ricerca di quelle piante ricurve alla base. Di solito gli alberi con questa caratteristica, si trovavano nelle zone più impervie di montagna, presso burroni e “trempi” ( pendii scoscesi), “a mancu” (esposizione del terreno a nord). Prima del taglio, l’albero veniva scavato intorno alla base per ottenere un tronchetto con una curva più accentuata. Il diametro di queste piante, alla base, variava dai 15 ai 30 cm.
Il taglio della pianta avveniva con lo “struncaturu” (segone, di circa un metro) e la “gaccia” (scure), e partendo dalla base si ricavava un tronchetto lungo circa 120 cm. Il resto della pianta veniva abbandonato nel bosco per essere utilizzato da chiunque, come legna da ardere.
Il periodo migliore per fare la provvista del legname era tra ottobre e novembre, quando gli alberi non vegetano più, al minimo di luna, e le montagne non sono ancora innevate. In caso di necessità il taglio delle piante avveniva in qualsiasi periodo dell’anno. Per il taglio delle piante ci si riuniva in gruppi di 3-4 artigiani e ci si aiutava a vicenda, dovendo tra l’altro lavorare in zone di montagna molto impervie.
I tronchetti tagliati venivano tolti dalla macchia, sulle spalle e ammassati su una radura; quindi si procedeva alla divisione degli stessi fra i soci e poi ogni artigiano proseguiva il lavoro individualmente. Sul posto avveniva la squadratura dei tronchetti, con la scure, in modo da alleggerire il carico alle cavalcature (bestie da soma) che trasportavano a casa il legname La squadratura del legno consiste nello sfaccettare il tronchetto in modo da ottenere quattro facce.
Durante il periodo autunnale, come già ricordato, tutti gli artigiani salivano in montagna per le operazioni del taglio degli alberi occorrenti a ciascuno; siccome il tragitto da compiere era lungo e non esistevano mezzi meccanici di trasporto, si pernottava per 5 o 6 giorni alla volta, nelle numerose segherie presenti all’epoca (tra gli anni ‘30 e gli anni ‘50) tra i boschi della Sila, sempre in prossimità dei corsi d’acqua. Mbastari, seggiari, varrilari ecc. salivano insieme in montagna e si ritrovavano la sera a dormire nello stesso rifugio. Ognuno portava con sé le provviste sufficienti per una settimana di lavoro: pane, pasta, patate, lardo,ecc. Durante il giorno gli artigiani consumavano una colazione fugace, mentre la sera preparavano una vivanda calda.
Il legname squadrato e portato a casa, veniva fatto stagionare per un periodo di 2 o 3 mesi. Trascorso tale periodo ogni tronchetto, già sfaccettato, veniva segato longitudinalmente a pezzi di 3,5 cm. di spessore, ottenendo a seconda della grossezza del legno, da 2 a 4 curve. Queste venivano ancora lasciate stagionare per un altro mese per essere poi rifinite e utilizzate nella costruzione del basto.

Per costruire un basto occorrono quattro curve che vengono unite a coppia per formare due arcate, leggermente schiacciate agli estremi.
Dette arcate formano l’impalcatura del basto. Con un pezzo di legno a curva, già stagionato, digrossato e squadrato, dallo spessore, all’origine di circa 30 cm., si ottengono 4 curve, il giusto numero per fare un basto. Il legno, veniva segato longitudinalmente con la sega grande dopo essere stato incuneato al centro di un apposito banco da lavoro lungo due metri.
Dopo la segatura, operazione eseguita sempre da due persone, le curve venivano lavorare sul bancone con “” Ugacciuddru, i raspi, e ru scarpiaddru”“.
Per rifinire una curva occorrevano 3-4 ore. Per sgrossare e lisciare le quattro curve necessarie alla costruzione di un basto, si impiegava una giornata di lavoro. Le curve o mezze curve nel linguaggio degli artigiani, da una certa estremità erano lavorate in modo da formare, a coppia, incastri perfetti a maschio e femmina. Tali incasrti erano lunghi 20 cm.
La lavorazione originale, più resistente e più funzionale, era quella sopra descritta. Capitava però di dover adottare una tecnica diversa di congiunzione delle curve, detta ”“a mpacchiatura”“ (facendo combaciare, sovrapponendole, le parti da unire), ciò, o per le imperfezioni del legno o perché l’urgenza di consegnare il lavoro dettava la seconda soluzione che era di più veloce esecuzione. Previo digrossamento, per lunghezza di 20 cm. circa, di una parte terminale dell’una e dell’altra curva, entrambe venivano fatte combaciare insieme lo spessore di una sola curva (3,5 cm.). Preparati gli incastri venivano usati i sergenti per tenere unite le due mezze curve e quindi praticare sulle stesse i fori nei quali venivano inseriti i chiodi. Detti chiodi, con una testa di due cm., avevano forma quadrata, il che impediva agli stessi di fare movimento, garantendo una migliore stabilità alle parti congiunte. La lunghezza dei chiodi era di 6 cm., quindi la parte che fuoriusciva dai fori veniva piegata a U e ribattuta su legno.

Per costruire un basto, prima di tutto bisognava portare la cavalcatura dal bastaio, il quale prendeva la misura all’animale con degli appositi modelli di curva detti muaduli. Al momento della misurazione, il bastaio teneva con una mano il modello della curva alla distanza di 10-12 cm. dalla schiena dell’animale, nella parte inferiore (pancia), lo stesso infilava la mano con le dita aperte per verificare la distanza della curva dalla pancia.
Dopo essere state nchiovettate (unite per mezzo di chiodi) o imbullonate (per mezzo di di viti e dadi), sulle curve bisognava praticare tutti i fori necessari. L’arcata anteriore del basto aveva 8 buchi grandi (4 per ogni curva) e 6 piccoli. Questi ultimi servivano per nsagulare (legare con la sagola, funicella) il cuoio, che occupava la parte centrale del basto. Se questo buco non veniva centrato bene, il basto veniva storto, con conseguenze dannose per la bestia che lo doveva portare. I buchi dell’arcata posteriore erano 5, 3 grandi e 2 piccoli per ogni curva, più quello centrale detto sempre capeccierru. Detti fori venivano preparati con i virduli: quelli grandi hanno un diametro di 2,5 cm., quelli piccoli 1,6 cm. Per tutti i tipi di basto, i buchi avevano le misure suddette. Naturalmente nella foratura, all’inizio si usava un trapano a mano con la punta sottile, per poi continuare con quelli a punta più grossa. I buchi fatti con i virduli venivano poi lisciati con la raspa e con la lima per evitare che le corde, che qui successivamente prendevano posto, potessero essere consumate dalle asperità interne. Per controllare che l’interno dei fori fosse liscio, si usava infilare le dita dentro. La distanza tra un foro e l’altro era fissata ad occhio dal maestro artigiano, ormai esperto in tale pratica. Dopo aver fatto i buchi, le arcate venivano nsagulate al cuoio, e per mantenere la giusta distanza tra l’arcata anteriore e quella posteriore, si adoperavano dei piruni (chiodi di legno). Il cuoio che, era stato in ammollo per tre giorni, al momento dell’uso, veniva tagliato secondo le seguenti misure: 120 cm. di lunghezza per di larghezza.

A questo punto il basto andava prendendo forma e si procedeva alla costruzione di quella che i bastai chiamavano l’ossatura i du mbastu. L’ossatura non è altro che un imbottitura rigida fatta con paglia di jermanu (segale, grano di montagna) perché più lunga e più resistente, e con i fili, assai duttili dopo essere stati in ammollo, della vuda (sala).
Naturalmente gli artigiani dovevano procurarsi detto tipo di paglia raggiungendo le località montane della Sila seminate a segale. Mentre la sala veniva reperita lungo i fiumi nelle zone di marina (zone pianeggianti in prossimità del mare).
La paglia presa a mazzariaddri (fascetti) di 8-9 cm. di grossezza, veniva attorcigliata con la sala e contemporaneamente ammaccata col martello di legno. Così lavorando venivano costruiti dei cordoni lunghi 1,50 metri: due di questi erano sovrapposti, cuciti con lo spago e successivamente andavano ad occupare l’arcata anteriore seguendone l’intera lunghezza. Un altro di questi lunghi cordoni veniva posto sotto l’arcata superiore. La presenza di due cordoni di paglia sotto l’arcata posteriore, è giustificata dalla conformazione della schiena della cavalcatura, che nella parte presso le spalle, si presenta più sottile.
La costruzione dell’ossatura continua con la preparazione di altri 16 fascetti (8 per fiancata) leggermente più grossa dei primi e lunghi 30 cm. ciascuno. Questi fascetti corti venivano disposti orizzontalmente alle arcate, tra un cordone e l’ altro di quelli già preparati in precedenza, e cuciti sia tra di loro che con gli altri posti ad arco.

L’ossatura o imbottitura rigida , veniva applicata tramite cucitura con spago e zaccurafa all’impalcatura del basto, o meglio al cuoio sottostante le arcate, dopo essere stata costruita per intero. Tra le due fiancate del basto restava un vuoto di circa 20-30 cm nel rispetto della spina dorsale dell’animale. Tra il cuoio e i fasci lunghi di paglia che percorrono le arcate di legno, veniva cucito con lo spago u cuddraru ( collare). Si tratta di una fascia di pelle morbida, ricavata dagli utri (otri) disusati, contenitori adibiti allora, principalmente, al trasporto di olio.

Tale fascia funge da collettore tra il cuoio del centro e la tela che riveste tutta la parte interna del basto. Internamente il basto presenta due sacche che verranno riempite di paglia per ultimare l’imbottitura. La tela che riveste l’interno è detta pannieddru ed ha una larghezza di 65 cm. I bastai la compravano a balle di 100 metri di lunghezza. Per rivestire il basto di una grossa cavalcatura, occorrevano 130 cm di stoffa, mentre per il basto dell’asino erano sufficienti 110 cm. Quando detta tela non era ancora conosciuta, si usava ricoprire l’interno del basto con sacchi di canapa adibiti, allora, al trasporto dello zucchero sfuso. La tela veniva fermata al centro del basto in corrispondenza del foro detto capeccierru. Le cuciture avvenivano lungo i bordi, mentre nella parte inferiore si lasciavano due aperture, una per fiancata, attraverso le quali veniva inserita la paglia con un apposito attrezzo detto inchituru (asta di legno che serviva pure come unità di misura). Ad imbottitura ultimata, la tela veniva appuntata con lo spago nella parte inferiore del basto, diciamo a tre quarti della sua lunghezza, onde evitare la ricaduta della paglia verso il basso. Sopra questa cucitura, era praticato un taglio per fiancata in modo da formare due aperture per eventuali sostituzioni o aggiunta di paglia. Il basto a questo punto era pronto per essere consegnato. L’acquirente si preoccupava poi di guarnirlo di tutte le funi necessarie al trasporto dei carichi.

Nei diversi fori del basto, precedentemente descritti, andavano inserite tutte le seguenti funi.
1)Nei due fori superiori si infilava un pezzo di corda detta forte, annodata da una parte e dall’altra, all’interno dell’arcata, e serviva come aggancio, in modo da poter stringere con altre funi i carichi sul basto. Detto forte esisteva in tutte e due le arcate.
2) In questi stessi fori, però solo nell’arcata anteriore, venivano inserite due funi dette suste, che servivano a legare dall’alto in basso e viceversa tutti i carichi. Le suste erano le funi più lunghe del basto.
3)Nei fori più in basso venivano inseriti i carricaturi (funi usate a mò di cappio, a coppia per fiancata). L’ampiezza dei cappi era regolata dalla presenza di nodi fatti sulle stesse funi.
4)Nei fori inferiori veniva inserito un pezzo di fune, da una fiancata e dall’altra, che scendeva leggermente a penzoloni, unendo l’arcata anteriore a quella posteriore; era detta impropriamente staffa perché richiamava l’anello che nella sella funge da sostegno ai piedi del cavaliere. Anche questi pezzi di funi servivano come agganci per stringere i carichi sul basto con le altre corde. Il basto, per potersi reggere sulla schiena dell’animale e svolgere la funzione per la quale era stato costruito, veniva completato con i finimenti della bardatura. Infatti gli altri due fori presenti nell’arcata anteriore, uno sul lato destro e l’altro sul lato sinistro, servivano per attaccare una cintura detta petturale (pettorale), che passava sotto il collo della cavalcatura.
Nell’ arcata posteriore altre due coppie di fori, servivano per agganciare il corrieri (da curria cinghia di cuoio) largo circa 10 cm., che passava sotto la coda dell’animale e si reggeva tramite un’altra cinghia, sovrastante trasversalmente la groppa della bestia. A quest’ultima cinghia veniva cucito un altro pezzo di cuoio, nella perte centrale per finire agganciato al capeccierru, foro centrale del basto.
Un’altra cintura passava sotto la pancia dell’animale, abbracciava tutto il basto,passando tra le due arcate ed impediva al basto stesso di ruotare sulla schiena della bestia.

Per la costruzione di un basto, avendo il materiale già nel laboratorio occorreva circa una settimana di lavoro. I basti venivano costruiti su ordinazione. In occasione delle fiere, però, che si tenevano periodicamente nel circondario, gli artigiani costruivano basti di varia grandezza da vendere ai visitatori che facevano acquisto di animali sbardati (senza basto).
Intorno agli anni ’50, un basto costava tremila lire. Oggi ci vorrebbero dalle 300 alle 500 mila lire.

Gli attrezzi del bastaio erano tanti:
1)struncaturu, segone dalla lunghezza di un metro;
2)sega grande, lunga 120 cm;
3)sega piccola,di 60 cm;
4)serracchiu, sega libera dall’un dei capi;
5)muaduli, o modelli di curve per basti di asini, cavalli o muli;
6)virduli, trapani a mano , ogni virdulu era fornito di manico di legno costruito dallo stesso bastaio . Esistevano virduli a spirale per fare i buchi e virduli con la punta piatta per allargare detti buchi;
7)varrine, piccoli trapani a mano: veniva usata una serie di 4 varrine, la più lunga delle quali misurava 17 cm e la più corta 12. Le varrine servivano per fare i fori necessari a nchiuvare (inchiodare) le curve del basto una sull’altra. A questo proposito, i chiodi adatti a questa operazione venivano costruiti dai fabbri del luogo. Erano di forma quadrata, spessi 5 mm e lunghi 6 cm, mediamente. In un secondo tempo i chiodi verranno sostituiti da viti cilindriche fermate con dadi. Varrine e virduli venivano costruiti dagli zingari;
8)asce, con manico corto;
9)asciunieddi,asce curve, servivano per lavorare all’interno delle curve e rifinirle
10)gaccia, scure
11)raspa, serviva per allisciare le parti in legno del basto
12)raspinu zigrinatu, piccola raspa
13)facigghia, falce: era utilizzata per tagliare la vuda (sala, pianta acquatica)
14)scarpieddu, scalpello
15)mazza di legno ,
16)fuarfici, grosse forbici per il taglio del cuoio
17)tinagghia, tenaglia
18)serranti, o morsetti di falegname
19)maniciola, salvamano in cuoio e ferro per spingere i grossi aghi
20)zaccurafa,grossi aghi: ne esistevano di diverse misure. C’erano zaccurafe diritte e storte. Anche queste venivano fabbricate dagli zingari che portavano spesso, in paese, i loro prodotti. Anzi, tante volte, gli zingari forgiavano i loro manufatti, qui sul luogo. Gli zingari costruivano anche tripuadi (treppiedi), rasule (radimadia), spiti (spiedi), raspe, palette e commerciavano animali da soma.
21)cannieddu, custodia in legno per gli aghi, a forma di grossa canna
22)inchituru, asta di legno di oltre un metro di lunghezza, appuntita da una parte, adoperata per riempire il basto di paglia
23)pirune, grosso chiodo di legno, serviva per stringere la sagola (cordicella) durante la cucitura delle curve del cuoio.

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