
Poveri in un mondo di ricchi
Volevo fotografare la festa; non avevo voglia di cose tristi; non volevo vedere il lato scuro dell’esistenza e per giunta posto dallo stesso lato: Era festa e doveva esserlo nonostante tutto.
La processione stava passando al solito posto dove potevo riprenderla dall’alto, li, sotto la piazza principale, dove tutto è in vista e tutto è messo in modo da essere visibile. Ma le panchine sono li solo provvisoriamente per fare spazio al palco della festa e il venditore ambulante che dorme sotto quelle coperte non aveva certo voglia di sottilizzare sul posto: una panchina è una panchina comunque, in qualsiasi posto si trovi.
Non volevo fare questa fotografia. Penso che anche su una panchina di una pubblica piazza un uomo che dorme debba essere rispettato come se fosse nella sua camera da letto. Ma mi ha incoraggiato il volto che non si vedeva e il ricordo di altri tempi e altri venditori ambulanti.
Negli anni 50 a San Mauro c’era la fame. Il 70 % della popolazione non sapeva cosa fosse un pasto completo e molti di loro vedevano la carne solo a Natale… Ma i bancarellari della festa venivano ospitati in casa, magari nella stalla o nel ripostiglio, ma sotto un tetto…. Poveri che riconoscevano i poveri e sapevano bene cosa fosse la carità. Oggi, nel nostro mondo di ricchi, la carità si chiama uno per mille e i poveri dormono fuori sulle panchine….. Quando gli va bene!
Nella mia mente persone sconosciute che arrivavano nella casa di mio nonno e abbracciavano i miei e venivano abbracciate dai miei come fossero parenti tornati da un lungo viaggio. Volti che diventavano familiari subito dopo, quando li vedevo nelle loro bancarelle o nelle loro mercanzie esposte per terra ai bordi della piazza, e poi quando li vedevo seduti al tavolo di casa a mangiare le nostre stesse cose come vedevo fare solo a natale. E poi con gli anni di questa familiarità beneficiavo anch’io, quando al loro arrivo mi sentivo chiamare da loro per nome. E mi da ancora una felicità enorme il ricordo dell’emozione che provavo nel sentire che si ricordavano di me come uno di famiglia. E poi vederli ripartire, con quelle enormi coperte legate con un nodo alle punte dei quattro angoli e sistemate sulle spalle, o con le sporte sulla testa delle donne come grandi corone del regno della fatica; con la certezza che li avrei rivisti di nuovo alla fine di maggio dell’anno prossimo, come un rito nel rito di cui io però facevo ormai parte.
U “surdu”, giocatore di dadi col suo banchetto e i suoi “zaraffi” conclamati di anno in anno; U “Caramellaru” col suo laboratorio portatile per l’impasto del caramello; U “pignataru” con le sue ceramiche lavorate durante l’inverno; e ru “scarparu” che se ne tornava a Napoli senza mercanzia perché quella che non riusciva vendere perché formata da scarpe spaiate o con numeri troppo grandi la lasciava tutta a mia nonno a un costo irrisorio per ricavarne “anime” di cuoio o tomaie da risuolare. Tutti a dormire per tre notti su giacigli di fortuna e a dividere con i miei nonni il poco che avevano a disposizione.
Ho conosciuto persone di cui non ho una foto e di loro non ricordo il nome ma ricordo perfettamente i loro racconti sulla vita che facevano, sui luoghi di origine, sui loro dolori e le loro gioie. Ho nella mente la descrizione dei loro paesi e delle loro terre, e nella testa il suono dei loro dialetti che poi ho ritrovato in molti dei miei compagni di università e con i quali ero in grado di ragionare di cose che mi erano familiari, facendomi sentire sempre a casa o in famiglia anche nella casa dello studente di Genova.
Io che facevo parte della famiglia che accoglieva, mi sentivo orgoglioso non del gesto generoso di mio nonno ma dell’essere accolto da loro nella loro grande famiglia di girovaghi delle feste e delle fiere.
Un senso appagante di appartenenza che mi accompagna ancora adesso e che mi è costato soltanto un atto di condivisione di un tetto sopra la testa per riposare!
Qualcuno ogni tanto se ne esce con l’espressione consolatoria e, forse espiatoria, che “quel mondo non esiste più”. Basterebbe soltanto guardare meglio, o meglio togliersi i paraocchi del benessere, per accorgersi che quel mondo esiste ancora ed ha cambiato soltanto il colore della pelle dei protagonisti.




