Chi sono

Sono un docente delle scuole medie e superiori che negli anni ha insegnato prima lettere nelle Scuole Medie e poi Psicologia, Pedagogia, Sociologia e poi in ultimo Filosofia e Storia nei Licei.
In pensione da ormai 5 anni, ho superato solo adesso una crisi di rigetto del computer che mi ha impedito di rimettermi a scrivere come avevo fatto negli anni dedicati all’insegnamento.
Questo non mi ha impedito comunque di continuare la mia attività di ricerca nel mondo delle nostre tradizioni e nello studio di quello che ancora rimane della civiltà contadina in questa parte dello Jonio Magno Greco; così come non ho mai smesso di fotografare i volti e gli ambienti di questo brodo culturale in cui sono nato e cresciuto e che, ne sono convinto, mi ha reso quello che sono, nel bene e nel male.
Ho sempre affermato, e i miei alunni possono testimoniarlo, che in fondo io ho sempre fatto il fotografo di professione, non pagato, e il professore per hobby, però pagato. Non sono certo io a poter giudicare se ho fatto bene le due cose, ma sono sicuro di poter affermare di averli fatti entrambi per passione e mai per tornaconto personale.


Le mie origini, e gli studi di carattere antropologico e etnografico che avevo fatto nel mio corso di laurea, mi hanno portato naturalmente a occuparmi di questi temi appena tornato nella mia terra di origine. Riscoprire attraverso le fotografie recuperate, prima ancora che attraverso i documenti ufficiali, quel mondo che mi aveva dato i natali, mi ha portato ad interrogarmi, e soprattutto ad interrogare gli ultimi testimoni rimasti di una tradizione orale definitivamente scomparsa che ha come testimoni mute ormai solo le pietre.
In questo facilitato dal fatto che ho avuto la fortuna di crescere da bambino in un ambiente che non comprendeva la televisione e, lontano dai centri di produzione della cultura della modernità, vedeva la sopravvivenza di quello che rimaneva di una cultura basata sull’oralità e sulla tradizione. Sentire i racconti e le storie degli ultimi affabulatori rimasti ha portato la mia mente verso la creazione delle storie piuttosto che alla visione passiva.
La stessa spinta l’ho ritrovata, appena ho imparato a leggere, enormemente amplificata nei libri che maestri meravigliosi mi spingevano a leggere. Accanto a tutto questo, la fortuna di vivere un ambiente familiare dove il mito era di casa, e il fatto di aver potuto conoscere i miei trisnonni e tutti nonni materni e paterni mi ha creato dentro un humus che sarebbe esploso nel contatto con civiltà contadine, geograficamente lontane ma perfettamente sovrapponibili sotto il profilo culturale, sociale ed economico. Gli studi di Storia Medioevale, di Storia Agraria Medioevale e l’incontro con i libri di Marc Bloch e di Jaques Le Goff e Carlo Ginzburg ha fatto il resto.


Accanto ai tasselli riconducibili ai ricordi di bambino, dei racconti che ascoltavo sui sedili della piazza o accanto al focolare la sera, ho cominciato ad accostare i riscontri che cercavo nei documenti antichi che riuscivo reperire, usando come guida quel meraviglioso monumento archivistico, quale l’ho sempre considerato, che è la raccolta “Siberene” pubblicata da Giovanni Battista Scalise verso la fine degli anni 70, e tutti i libri di storia locale che riuscivo a reperire nelle nostre biblioteche e buon ultimo, ma non certo per importanza, il libro del Dottore Vittorio Frandina su San Mauro.
E da parte mia del resto, ogni volta che ho fotografato qualcosa, oppure ho interrogato un anziano, ho sempre tenuto presente il suo carattere di testimonianza prima che la sua dimensione artistica o aneddotica.
Spero di aver raccolto un volume di testimonianze che riesca a compensare almeno in parte quei tasselli mancanti che riscontravo nelle fotografie antiche che i mie compaesani mi hanno sempre generosamente messo a disposizione e nei pochi documenti reperibili nel mio pese.


Sotto il profilo specificamente fotografico, un solo segmento mi è stato quasi interamente precluso, e penso che sia anche giusto, per le implicazioni che questo poteva avere nei rapporti sociali e consuetudinari della comunità: Gli album fotografici dei matrimoni.
Questi, che io chiamo scrigni di sentimenti, per una piccola comunità come la nostra rappresentano un archivio inestimabile di informazioni che le generazioni future avranno a disposizione se avranno voglia di esplorarli, sperando quelli che verranno dopo di noi abbiano la sensibilità necessaria per dedicarsi alla loro custodia, come gli amanuensi lo hanno fatto con le fonti della cultura occidentale. Soprattutto in un mondo in cui ormai il culto dell’effimero ha preso definitivamente il sopravvento.
Voglio qui ricordare come monito e, senza nessuna intenzione polemica, quale tesoro della nostra comunità sia andato semplicemente disperso nella spazzatura o nelle macerie delle ristrutturazioni di case antiche e posso dirlo in qualità di testimone oculare.
In queta estate rovente del 2026, con l’aiuto di mio figlio Davide, ho cominciato col metter in ordine il sito ricostruendo e sistematizzando gli indici e le tematiche di ricerca fino a queto momento pubblicati con il proposito di fare la stessa cosa con lo sterminato archivio di negativi, dia e fotografie analogiche e digitali che ho prodotto da quando ho cominciato con la mia prima Zenit M.
Nella pagina raggiungibile cliccando su “Cos’è FraSqui” potete trovare un indice ragionato del sito e della sua genesi nei menù in Home potete trovare gli indici per titolo e per tag.
Buona lettura


