U puarcu

 

U Zzu Giuvanni e ru puarcu

Ho una lunga serie di immagini che riprendono tutte le fase della “festa del maiale”. Si perchè per le persone della mia generazione e di tutte quelle precedenti l’uccisione del maiale era veramente la vera festa dell’anno. Evito di pubblicarle perchè potrei urtare la sensibilità di animalisti, vegani, vegetariani e piccoli amanti di questi graziosi animaletti che adesso sono diventati animali di compagnia. Anche noi gli volevamo bene a questi animaletti… li andavamo a trovare tutti i giorni e gli portavamo a “vrudata”, che non era un pappa a cinque stelle ma era una vera vitamina per i prosciutti. Gli andavamo ad accarezzare ogni giorno il pelo e gli cantavamo le canzoncine che inneggiavano alla loro crescita sana e magra. Li facevamo “grastare quando era il momento” e per questo i nostri genitori spendevano soldi che avevano messo da parte proprio per questo evento, o, “favaluari e ciciri” appositamente “ammucciati”. La salute di questi animaletti era una cambiale in bianco firmata a garanzia del mangiare di tutto l’anno e non di rado si ricorreva “a ra zza Micuzza” per stipulare una polizza assicurativa “cuntramaluacchjiu”.
Il giorno fatidico, poi finalmente arrivava: Alle quattro del mattino ci si alzava per riempire “u zirru” e dargli fuoco “ccu l’alò siccati” raccolti sul ciglio delle strade. Il giorno prima si recuperava “subbu u chjiancatu u gambaruni” e si erano affilavano i coltelli: “u scannaturu, i curteddra ppi pilari, i curteddruzzi ppi ri stintina e ra gaccia ppi ra spaccata e ppi l’ossa”. Le donne avevano preparato “i salaturi ppi ri piazzi e ru grassu, i cisteddri ppi ri stintini, i cannati, i cannatiaddri, a limba ppi ra carna i di supprissati e ri maiddri ppi ppi ru salatu, a cassalora ppi ru sangu e ra tinagghjia ppi l’ugni. I limoni e il sale ma soprattutto il vino per brindare alla festa e per scaldare i corpi gelati dal vento di tramontana o di grecale, perchè lo scirocco non era indicato.
Il grazioso animale, ormai diventato grande e forte veniva ammansito con carezze sulla schiena mentre il capofamiglia gli infilava “u rumaniaddru”, legato a nodo scorsoio dentro le fauci aperte, e con appena stretto il nodo lo si spingeva “delicatamente” ma decisamente verso un comodo tavolaccio dove altrettanto gentilmente veniva invitato a distendersi da due uomini forzuti che tenendolo per i “gambaruni” si sdraiavano addirittura sulla sua pancia “in segno di affetto”. Al più piccolo dei bambini toccava l’onore di tenerlo per la coda e al primogenito l’onore di assistere il capofamiglia con i coltelli e le “mappine”.
Poi tutto si svolgeva con un caotico ordine derivato dalla velocità che richiedevano le varie operazioni in un successione ordinata e metodica che una tradizione millenaria aveva conservato perfino nel DNA dei partecipanti.
la coltellata alla gola, la donna con la casseruola col manico lungo che rimesta i fiotti di sangue che escono in modo violento e imprevedibile, le urla degli astanti e dei “tenituri” come ad esorcizzare le urla disperate del “dante carne” che non riusciva a rendersi conto del perchè gli umani che lo amavano tanto gli facevano adesso questo servizio: ed io che provavo ogni volta a figurarmi quali interrogativi dovevano attraversare la testa di questo animale in merito alle possibili colpe che aveva magari involontariamente commesso. Forse se avesse saputo che la sua morte era l’inizio della nostra vita non avrebbe urlato così tanto e non avrebbe “strippitiato” con quella forza e quella violenza.
C’è da dire che gli uomini e le donne che gli stavano intorno non facevano niente per tranquillizzarlo e anzi lo provocavano a essere ancora più resistente con racconti su maiali scappati dalla “maiddra” dopo pelati o con non lusinghieri dubbi sul suo possibile peso netto alla fine. Lui, in fondo aveva fatto di tutto per ingrassare e aveva svolto il suo ruolo di “beato porco” nel più canonico dei modi previsti.
Poi, “u scannaturu” che si infila ruotando nella carotide provoca l’uscita dell’ultimo violento fiotto di sangue e piano piano le dita dei piedi si distendono decretando l’inizio del suo essere cibo per tutti. Una cannata di acqua calda nell’orecchio per sincerarsi della fine e poi uno sforzo all’unisono per metterlo nella “maiddra” per la pelatura…. le cannate che trasportano acqua, i coltelli che radono e scorticano i limoni che lo profumano e il sale che lo disinfetta appena viene appeso alla trave del tetto… e poi la testa che viene staccata e le due parti che vengono sezionate subito dopo aver messo da parte ogni piccola o grande parte degli organi interni non senza prima aver assolto al rito del gonfiamento della “vissica” con il corollario di commenti sulle labbra sporche di sangue e i possibili rifiuti delle donne invitate a pur leciti baci.
le donne “ari stintina” e ” a ra cucina”,  gli uomini alle faccende di tutti i giorni perchè la carne deve riposare e l’unica carne che si può maneggiare è quella per la “frissurata”.
Tutto il resto nella prossima puntata… Ma spero che la foto “i du Zzu Giuvanni Borda” e le mie parole vi abbiano fatto capire quanto anche noi abbiamo amato il porco!

 

Scarponi

Scarponi on Flickr.

Tanti anni fa, 36 per la precisione, alla fiera di Mulerà (Rocca Bernarda – KR), con la mia vecchia Zenit M mi divertivo a cercare inquadrature insolite, provando a imitare in modo alquanto bislacco grandi autori della fotografia italiana e meridionale in particolare.
Il vecchietto che vendeva gli scarponi militari, ridendo, mi disse che era la prima volta che i suoi anfibi provavano l’emozione della fotografia, ma in fondo era un suo modo per coprire la sua vera sensazione che era più attinente alla mia sanità mentale.
Io avevo capito il lato nascosto della risata ma rimasi colpito dal garbo col quale il commerciante mi aveva dato del matto.
Continuai a girare per la fiera con l’euforia di chi indossa un abito nuovo e scopre che gli sta benissimo addosso….il fotografo in fondo è un matto che si illude di fermare il mondo!
Il vecchietto è rimasto sempre impresso nella mia memoria come una bella persona e gli anfibi sono stati sempre il filo di Arianna che mi conduceva a lui.

Poi, quest’anno, alla stessa fiera ho rivisto gli anfibi e mi sono avvicinato per fotografarli… ma una voce sgradevole mi ha immediatamente apostrofato chiedendomi di qualificarmi… con tono minaccioso mi ha chiesto comi mi ero potuto permettere di fotografare le sue scarpe…..

Che il mondo cambi è nelle cose del mondo stesso… ma che cambi in peggio non è proprio una bella prospettiva….

Mi sono immediatamente allontanato dalla fiera e non ho visto l’ora di riprendere la mia macchina per andarmene… io non ci sarò tra 35 anni ma in ogni caso il ricordo di questo episodio sarà impresso nella mia memoria come uno dei più sgradevoli e stupidi del mio passaggi su questo mondo!

Certe sere in Calabria…

Certe sere in Calabria… on Flickr.

Certe sere in Calabria sembra che la natura voglia prendersi gioco di noi, sembra imprimere nel cielo un timbro a colori per certificare che la vita, in fondo, è bella. Sembra divertirsi a coprire di sera quello che di giorno ci illumina spietata con un riflettore di miliardi di watt. Sembra lo faccia apposta: di giorno ci fa vergognare di noi stessi e poi la sera ci riempie il cuore di speranza. E la mattina continua al risveglio come a dirci che non era solo un sogno e che, se avessimo voluto, avremmo potuto continuare a godere della bellezza della nostra terra. Se solo avessimo voluto…. infatti!

Gabbiani 2007

Gabbiani 2007 on Flickr.

Sulla spiaggia di Steccato di Cutro – KR

Avrebbe voluto volare libero sul mare,
Lo Scirocco impetuoso si divertiva a respingerlo tra gli uomini,
Esseri che stanno ancorati alla terra:
Quale dialogo è mai possibile con esseri così lontani dal cielo?

Aspettava prima di riprovare,
I suoi compagni erano riusciti a trovare il verso giusto del vento
Mentre quel bipede informe si avvicinava 
Con uno strato tubo nero tra le mani.

Meglio rischiare, piuttosto che il contatto ravvicinato…
con l’uomo! 

Il ritorno dei pescatori

Il ritorno de pescatori on Flickr.

La notte era stata fruttosa,le reti erano piene, e la stanchezza aveva lasciato il posto
all’ebbrezza della soddisfazione.
I riflessi del sole, sul mare appludivano il ritorno dei tre giovani pescatori.
Sulla spiaggia, ad attenderli, nonne mattiniere, moderne baby-sitter, e insonni fotografi a caccia di riflessi e atmosfere,lontane dalla canea del giorno.
La pace dell’alba è un momento unico che molti non godono, sopraffatti dalla frenesia della notte.

Andersen 2000

Andersen 2000 on Flickr.

Qualcuno mi ha detto che è bella, altri mi hanno fatto notare che forse è triste, altri ancora mi hanno chiesto cosa significa.
non lo so.
Forse la sua bellezza è nella sua “tristezza”, è nel suo non significare niente, è tutto il contrario di niente.
quando scatto o rielaboro una fotografia, non sono mai motivato dal desiderio di dargli un senso.
Mi affascianano le atmosfere che le immagini riescono ad evocare.
La pace, la vita, il silenzio, il colore, la geometria, il contrasto, le sfumature: fanno tutte parte dell’immagine e il loro peso, nella combianzione che riusciamo a -vedere-, determina il significato che ognuno, in base alla proria sensibilità, vorrà dargli.

Carrette del mare

Carrette-del-mare11 on Flickr.

Sono uno spettacolo solo dal punto di vista fotografico. Vederle da vicino riesce però solo in parte a dare l’idea delle storie che potrebbero raccontare.
Vorrei riuscire a capire quanti di noi avrebbero il coraggio o l’incoscienza di tentare una traversata con queste carrette, se non per pura disperazione.
Le facce degli immigrati che sbarcano sulle nostre spiagge non riescono a dare l’idea di questa disperazione, quanto la vista dei rottami da cui scendono.

U panariaddru

Le palme on Flickr.

U panariaddru:
Mani antiche affaccendate in atti antichi!
Sono le uniche mani purtroppo a dedicarsi a cose semplici, retaggio di un passato fatto di povertà ma anche di dignitosa industriosità.
Tempi in cui ogni bambino aspettava le Palme per poter dimostrare al proprio nonno i progressi compiuti nell’arte di intrecciare le foglie di palma per farne uscire panariaddri, pira, crucetti, scaliceddri.
Era anche il tempo delle gare a chi portava il fascio più grande di rami d’ulivo.
Erano altri tempi, e per certi versi non sicuramente migliori di oggi, ma quanta amarezza nel vedere i bambini di oggi con in mano le composizioni di palma comprate dal fioraio.
O forse questa nostalgia nasconde soltanto una difficoltà di vivere pienamente un mondo che abbiamo contribuito a costruire, ma nel quale non riusciamo a riconoscerci appieno.
Oppure è soltanto il rammarico di non aver saputo coservare la parte buona di quel mondo.
O, molto più semplicemente, è soltanto la sensazione insopportabile di “aver buttato via anche il bambino, insieme con l’acqua sporca”!

A varvirija 2

Il salone on Flickr.

Da Carlo si va su prenotazione se è per la rasatura o per lo shampoo… se però l’intento è quello di occupare la seconda poltrona, quella di riserva…. allora si può farne anche a meno, ma bisogna fare i conti con i tempi di Raffaele.
Se è nei suoi orari allora ti tocca la sedia di attesa… molto meno comoda.

Il balletto

Il balletto on Flickr.

Fotografare uno spettacolo di danza è coinvolgente e appassionante:
Riuscire a cogliere la tensione dei muscoli che liberano la loro forza in modo armonico e nascondono la loro potenza nella delicatezza dei movimenti, fermare l’attimo in cui gli occhi fissano il vuoto perchè nessuna distrazione distolga gli altri sensi dal compito che gli è stato assegnato, congelare le mani nell’attimo del volteggio o della presa, cogliere il momento della concentrazione massima nascosto dietro un sorriso e la soddisfazione dipinta sul volto del danzatore che è riuscito concludere il movimento imposto dalla musica, impressionare il fotogramma con gli effetti del movimento che si amalgama con i colori dei costumi e delle luci fondendosi in una tavolozza di colori che sono degni di un pittore, carpire la sensualità del gesto e la passionalità dei movimenti, registrare il patos dell’entrata in scena sul volto degli artisti impegnati e degli altri che aspettano il loro turno….
Tutto questo è possibile solo fotografando uno spettacolo di danza e per il fotografo è come scolpire una materia già “piena” di forma plasmandola in uno spettacolo nello spettacolo che finisce soltanto con la stampadelle fotografie.
E’ possibile raggiungere gli stessi risultati, separatamente, in molti modi e in tanti altri mondi dell’arte, ma in nessuno di questi in modo così completo e ricco di particolari come nel balletto.

I tre Mimmi

I tre Mimmi on Flickr.

Della serie: ”Gesù Cristu i fà e ru Diavulu l’accucchjia”

Tre inguaribili ottimisti, o, a scelta, tre incoscienti, tre furbastri, o ancora, soltanto tre che sono stati costretti a imparare a vivere in un mondo in cui la lotta per la sopravvivenza si fa sempre più dura. Hanno parecchie cose in comune: Intanto si chiamano tutti e tre Mimmo, Sono tutti e tre commercianti e hanno il negozio su Piazza Carrera a San Mauro Marchesato (kr). Il primo a sinistra fa il fruttivendolo, il secondo al al centro fa il macellaio e il terzo a destra fa il panettiere. Ma anche riguardo al mestiere hanno una cosa in comune: Tutti e tre sono specializzati in settori assolutamente diversi dalla loro professione. Il primo a destra, il fornaio, avrebbe potuto tranquillamente fare il sarto: Come sa usare le forbici lui, pochi nel circondario, e se provi a stargli vicino un po di più è capace di cucire, in pochi attimi, un abito intero sul corpo del malcapitato passante. Il primo a sinistra, il fruttivendolo, si potrebbe tranquillamente dare al giornalismo d’assalto: Sa sempre tutto in anteprima ma smista le news col contagocce e soltanto al migliore offerente, dosando gli omissis nella giusta dose rispetto all’ascoltatore. Quello al centro, il macellaio, è la summa degli altri due: Riesce infatti con maestria a dare il giusto “taglio alle news e alle confidenze dei primi due costruendo intorno a una notizia da niente, romanzi completi a beneficio dei clienti. Non sono nati con queste doti, hanno dovuto costruirsele nei lunghi momenti di pausa del loro commercio alquanto saltuario. Una voce, non so quanto attendibile, che gira nel paese, vuole che i nostri abbiano avuto in comune anche un sogno giovanile purtroppo non esaudito ella forma che loro avrebbero voluto: Fare i giudici! Visto però la rapidità con cui riescono ad emettere le loro sentenze, ci possiamo giurare che se fossero riusciti nel loro intento, oggi i tribunali italiani sarebbero meno intasati e il ministro Alfano avrebbe avuto un problema in meno. Nelle lunghe pause tra un cliente e l’altro si sono industriati a trovarsi un’occupazione alternativa per non morire di noia, e col tempo si sono specializzati nelle occupazioni riempitive che, visto come sono frequentati i loro “salotti”, sono diventati un’attrattiva non solo per i loro clienti. Se la “Carrera” non è ancora il “Deserto dei Tartari”, il merito è soprattutto da attribuire a loro.