Cartoline

Ci sono nel mio archivio cimeli che hanno una importanza documentale di valore inestimabile in prospettiva storica. Questa cartolina, una pittografia del 1942, mostra alcuni particolari che la memoria degli uomini non potrebbe mantenere senza un riferimento visivo. Per molti dei sessantenni di oggi il campanile con la piccola campana è presente nella parte più recondita della loro memoria ma nessuno di loro saprebbe riprodurlo su carta senza l’ausilio di un’immagine. Tutti risponderebbero con la nostra espressione tipica: “Mu ricuardu cumi nu suannu”. Ecco la bellezza della fotografia: riportare le cose nella loro dimensione reale togliendole dall’evanescenza del sogno; in questo consiste quello che in “Rettangoli di memoria” descrivevo come il suo farsi dovumento, fonte certa, necessità fondativa per la nostra comunita. Ho trovato immagini del nostro passato nella spazzatura, ho rovistato le discariche come un affamato in cerca di cibo. Ho provato un senso di smarrimento di fronte alla colposa ignoranza di coloro che avevano buttato la memoria della loro famiglia e della comunità nella spazzatura. Bisogna costruire la cultura della memoria che sappia distinguere il materiale dell’immaginario e sappia promuovere ogni più piccolo particolare come un necessario tassello per la composizione del mosaico. Una cartolina, una fotografia, una lettera, sono elementi “Matrioska”, che contengono al loro interno nodi di una rete informativa troppo preziosa per diventare un rifiuto. Ognuno può essere “nodo” di questa rete semplicemente conservandole, o più attivamente, pubblicandole.

C’era una volta….

C‘era una volta…  Quando?…  Dove?…

…E’ sconvolgente come due opportune domande rivolte al narratore in modo logico e opportuno, magari da un ragazzino anche ben disposto ad ascoltare, riescano ad interrompere, come in un corto circuito elettrico, la buone disposizione al racconto del narratore di turno. E’ pur vero che nell’antica tradizione dei racconti accanto al focolare, il nonno o comunque la persona anziana aveva affinato la tecnica per superare questi momenti disarmanti.

“Tanto tempo fa”, “in un tempo molto lontano”, “nei tempi dei tempi”, oppure, “in un posto molto lontano da qui”, “nel paese del re curioso”, “nel mondo dei ragazzi che sanno farsi i fatti propri”, erano alcune delle risposte che facevano si che il racconto potesse riprendere tra le risate generali e l’apparente appagamento della curiosità del ragazzino.

Ma se riflettiamo bene sulle domande impertinenti, ci rendiamo conto che esse non sono altro che un grimaldello che il ragazzino tenta di usare per inserire quella storia, fin dall’inizio in precise coordinate spaziali e temporali.

Nel suo elementare quadro spaziale e temporale, prima e dopo, lontano vicino, ha pur sempre bisogno di coordinate che lo aiutino a capire. Tanto più se la fonte del racconto, il nonno, rappresenta la principale figura di riferimento nell’economia della tradizione orale.

D’altra parte, il vecchio contadino ha bisogno di rimanere nel vago non tanto perché non ci sono dei dove e dei quando precisi nella sua storia, ma fondamentalmente perché è proprio nell’assoluta indeterminatezza che si fonda il mistero e il fascino della sua narrazione. E’ lui solo a conoscenza del dove e del quando, solo lui può, se vuole, svelarlo, solo lui deciderà quando farlo. E’ nello stesso tempo negazione di privilegi e promessa di un futuro di complicità.

Il ragazzino non può sapere che quel “c’era una volta” garantisce la veridicità della storia a prova di confutazione storica e logica. “C’era una volta” è garanzia di tutti i tempi e di tutti i luoghi, e garanzia di coerenza col tempo e con i luoghi reali dell’ascoltatore. Ma, nello stesso tempo, diventa l’attributo fondamentale dell’universalità dei tempi e dei luoghi favorendo la creazione di un non-luogo e non-tempo dove quella storia può avvenire senza perdere i connotati logici che un luogo e un tempo definiti renderebbero problematici.

“C’era una volta” diventa anche la frase iniziale distintiva tra la storia fantastica e la storia reale, un marcatore che rimane nella nostra memoria, un segnale posto sul confine tra la storia reale e la storia immaginaria.

Le domande impertinenti del ragazzino ci costringono a riflettere sulla non casualità delle formule narrative, su come l’arte della narrazione nella tradizione orale abbia saputo creare, nella sua lunga storia rispetto alla scrittura, formule “magiche” risolutive rispetto alle sue effettive potenzialità. Le ridotte capacità della memoria del singolo si esaltano, attraverso queste formule magiche, nella memoria collettiva che esse riesco a creare.

Il carattere evocativo delle formule iniziali rende l’ascoltatore soggetto attivo della storia e lo costringe a sforzarsi di trovare nei luoghi della sua fantasia la dimensione dei luoghi e dei tempi della storia. E’ in questo modo che l’intrinseca volatilità della memoria umana si trasforma in  patrimonio culturale indelebile. In questo senso la tradizione orale ha rappresentato, per millenni, il fondamento di tutte le civiltà “pre-storiche”.

La scrittura non ha eliminato questo fondamento, e per certi versi lo ha esaltato, ma con la sua aumentata trasmissibilità, ha ridotto a fenomeno elitario quello che era un patrimonio planetario.

 

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