Amara chira casa duvi u cappiaddru u trasa!

Sfortunata è quella casa dove non entra l’uomo!
Più che una massima, questa sembra un’amara constatazione della condizione familiare nel nostro territorio e in modo particolare, della condizione della donna.
La famiglia è destinata alla distruzione o comunque a una vita di stenti se priva dell’uomo.
La condizione di vedovanza era una delle condizioni peggiori che potevano colpire la donna: il riferimento al cappello, simbolo dell’autorità maschile è anche il segno di quale importanza veniva assegnata al ruolo del maschio nella tenuta della coesione familiare.
Nella maggior parte dei casi era la donna a reggere le sorti della famiglia ma, per il gioco dei ruoli della società contadina, essa poteva farlo solo con la presenza dell’uomo senza il quale veniva meno il senso stesso della società patriarcale.
Ma la massima si riferisce comunque alla donna anche quando non riusciva a dare al mondo il figlio maschio che garantiva la prosecuzione della stirpe.
C’era un certo che di masochismo atavico nella gioia delle sorelle che celebravano la nascita del loro dominatore, ma l’alternativa era la fame e la sventura.

Anima tua, coscienza tua!

Come a dire: “Se lo dici tu?”
Oppure come dire: Se stai dicendo il falso, te la vedrai con la tua coscienza.
Era l’espressione tipica delle donne che volevano troncare un discorso che non gli conveniva. Era un modo di non dare ragione all’altra, di fargli capire che non potendo controbattere alle tesi della controparte per mancanza di informazioni sicure e provate, rimetteva alla sua coscienza le eventuali conclusioni.
L’espressione era usata dalle donne anche nel confronto con l’uomo che nella nostre zone pretendeva il ruolo di dominatore e non accettava di essere contraddetto, soprattutto dalla donna, sottoposta per definizione. Così quando la donna si rendeva conto di essere arrivata troppo oltre nella difesa delle proprie ragioni, lanciava questa massima che lasciava l’uomo con la sensazione frustrante di aver vinto solo formalmente.
Era quasi sempre uno strumento subdolo di falsa adulazione che lasciava all’interlocutore la responsabilità intera della decisione.
Era una delle tante armi che la donna aveva affinato nei secoli per sopravvivere ai soprusi e alle sopraffazioni di una società radicata nel maschilismo e nella legge del più forte. 

Ad Aprili u tti scuviriri ed a a Maju u canciari saju!

Nel mese di aprile non ti devi scoprire e a maggio non devi cambiare abito!
Una delle tante massime che le nostre nonne utilizzavano per prevenire le intemperanze modaiole dei più giovani che ai primi calori primaverili tentavano di togliere gli abiti dell’inverno e soprattutto quelle fastidiosissime e pungenti maglie di lana. Così come fastidiosi erano il resto degli indumenti intimi come le calze di lana o i mutandoni “i pilusetta”. I malanni erano però in agguato e in quei tempi non c’era la mutua che copriva il mancato guadagno. Gli ammalati avevano un costo in tutti i sensi: il dottore, le medicine, ma soprattutto, gli ammalati non lavoravano e due braccia in meno, molto spesso erano determinanti per la stessa sopravvivenza. Non era quindi soltanto l’amore materno che faceva dire alle nostre nonne queste parole, ma le passate esperienze della brutta incidenza della malattia sul bilancio familiare, già di per sé magro. C’era poi una motivazione molto meno salutista ma non per questo meno importante. La mancanza di soldi aveva ridotto le stagioni della moda a due soltanto: estate e inverno. Eravamo ancora lontani dall’invenzione delle mezze stagioni che erano conosciute soltanto dai signori e da chi comunque se lo poteva permettere.
Per il contadino: o “cuvirutu” o “scuvirutu”. La lotta era comunque sempre impari a scapito delle nonne che nulla potevano contro il fastidio che quegli indumenti di lana grezza provocavano sulla pelle di chi, per la giovane età, non si era ancora indurito al punto di non sentirne l’irritazione. Se d’inverno, il freddo, dentro e fuori le case, aiutava a sopportarli, ai primi calori primaverili, toglierli diventava il primo pensiero.