Come eravamo,  Rettangoli di memoria,  Riflessioni

U casalinu

Ci sono fotografie che mancano nel mio archivio fotografico e sono quelle che che si trovano invece nell’archivio fotografico della mia memoria. E sono nitide e chiare, più di quelle stampate o in diapositiva: sono quei fotogrammi di vita vissuta che popolano i ricordi della mia fanciullezza. Sono immagini nitide che mi impediscono di cullarmi nelle illusioni di una fantastica età dell’oro che sento invece vagheggiare da persone della mia età e che si possono riassumere nella locuzione più falsa che sia mai stata inventata: si stava meglio una volta!
Quando sento questa affermazione i fotogrammi di cui sopra si affollano davanti ai miei occhi e mi sbattono in faccia una dura realtà che di “meglio” aveva poco e niente, e di peggio invece tanto.

Fotogramma n. 1
Location: Casalino (per i più giovani, il precipizio alla fine di via Carlo Poerio) adesso chiuso da un ponte di cemento era allora accessibile attraverso un piccolissimo sentiero che dava accesso ad uno sperone di roccia con vista panoramica sui calanchi argillosi che separano San Mauro da Cutro e, più in fondo dal mare di Crotone.
Soggetti ripresi: un uomo anziano e allampanato, e un ragazzo di età compresa tra i 9 e i 10 anni.
La persona anziana indossa un paio di pantaloni di fustagno marrone e una giacca di panno nero sotto un manto di panno pure nero. Porta in testa un cappello di un colore indefinibile, corroso dal tempo e dalle intemperie e a larghe tese: calza un paio di scarponi chiodati fatti a mano.
Il ragazzo ha una maglia di lana grezza fatta a mano con i gomiti sfilacciati e un paio di pantaloni di fustagno rattoppati alle ginocchia e al sedere e anche lui calza un paio di scarponi chiodati ma vistosamente aperti sul davanti. Porta un copricapo a forma di coppola la cui grandezza non lascia dubbi sul fatto che si tratti di una eredità paterna.

Contesto scenografico:
Lo scoglio di cui sopra affiorante dal terreno, a forma di terrazzo sul precipizio, ricoperto di erbacce, fogli di giornale sporchi di escrementi e carte di vario genere con le stesse “contaminazioni”. Il tutto sparso tra escrementi umani più o meno induriti che lasciano poco spazio libero per provare a passarci in mezzo senza finirci dentro.
Una componente della scena che nessuna fotografia o ripresa cinematografica potrà mai riprodurre é l’odore nauseabondo che pervade il posto e che costringe il ragazzo a muoversi e agire in una apnea tanto forzata quanto inutile.
Il sonoro invece non serve se non per riprodurre il rumore naturale di due persone che sono lì per espletare i loro bisogni corporali. Il sonoro non prevede dialoghi: i due non si parlano. Lo sguardo invece é quanto di più espressivo possa esserci ed è carico di significati: raccontare cosa dicono quegli sguardi furtivi richiederebbe però una serie di altri fotogrammi ancora più mnemonici e poco riproducibili su negativo fotografico. In questo fotogramma registriamo soltanto il disagio del ragazzo e l’indifferenza dell’anziano che sono poi il risultato di un fotogramma ulteriore che racconta dell’educazione e della formazione nel mondo dove si stava “meglio”.

Fotogramma n. 2
Stessa scena, stessi personaggi, stesso situazione di prima. Cambia soltanto l’azione che racconta della ricerca affannosa di una foglia di erba o di un lembo di carta pulita per provvedere alle pulizie igieniche. E anche qui fotogrammi non riproducibili su carta che raccontano di una sensazione di incompiutezza igienica e di sofferenze intime legate più o meno al grado di abrasione causato dal precario supporto utilizzato per la “pulizia”
Ma… “una volta si stava meglio”!
Ecco! Ogni volta che sento questa frase mi sale irrefrenabile la voglia di prendere il soggetto che la sta convintamente dicendo e, con un salto temporale all’indietro, trasportarlo al “casalino”, quello degli anni 50. Ma siccome divento cattivo, la voglia non è solo quella di fargli fare il turista occasionale, ma quella di lasciarlo la… dove “si stava meglio!

Ps. Lo so, parlare di merda non è elegante ma non credo che l’eleganza debba nascondere, o peggio, negare la realtà. Del resto è questa l’essenza del mondo virtuale: la menzogna!

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