Come eravamo

I piriatti (le verruche)

La visione quantistica della storia: ovvero di come un fatto realmente avvenuto possa assumere un significato diverso sulla base di una informazione diversa e di come la visione dell’esistenza possa cambiare a seconda del significato assunto. Del resto è sempre stata questa la prospettiva storica corretta e non ci sarebbe stato bisogno di scomodare la quantistica, ma capire dopo 60 anni come le mie scelte, giuste o sbagliate, siano state determinate dal mio grado di ignoranza più che dal fatto scatenante non può che accentuare quel senso di precarietà della conoscenza che più vado avanti e più mina dalle fondamenta le mie radicate (sic) convinzioni.

L’antefatto:

Quando mio padre non era ancora diventato mastro Titta, era un valente bracciante agricolo che forte di un fisico adeguato si faceva valere sui campi di grano e con la falce in modo particolare. Durante il periodo invernale, nei giorni di pioggia che non terminavano mai, accanto al caminetto aveva intagliato le canne per costruire i ditali che usava per coprire le dita della mano che raccoglieva il fascio di spighe da tagliare con la falce affilata. Il meccanismo era semplice: la mano sinistra afferrava il fascio di spighe e la mano destra con un gesto a ruotare tagliava il fascio alla base. Due cose erano importanti, mi diceva mio padre, la velocità del taglio e la sicurezza della protezione delle dita dal taglio della lama. La forza e la prestanza del falciatore faceva il resto nel conquistare la testa dell'”anta” che ti garantiva il lavoro per la stagione. Andare a mietere senza ditali era una condizione di handicap non concepibile per chiunque ma ancora più intollerabile per un competitivo come “Titta u mericanu”.

Quell’anno, verso febbraio sulle mani di mio padre cominciarono a manifestarsi delle protuberanze dure che lui chiamava “piriatti”. Non erano dolorose ma rendevano la presa di qualsiasi oggetto molto difficoltosa anche perché si annidavano dovunque, tra le dita, sul palmo della mano, e più passava il tempo e più aumentavano di numero. Provava di tutto: u “spitu” infuocato per bruciarli, l’aceto sulla parte bruciata o intaccata con il coltello. Ogni sera tornava a casa con una soluzione nuova che lui prontamente metteva in pratica, che si trattasse di metodi cruenti o di semplici impacchi con tutti i prodotti naturali che gli venivano di volta in volta suggeriti. Niente; sembrava una maledizione, le sue mani erano diventate irriconoscibili e la sua disperazione si tramutava in caparbietà e in atti che avevano più le caratteristiche dell’autolesionismo che quelle di una possibile cura.

La cura

Agli inizi di marzo, in una serata che non preannunciava niente di diverso dalle altre sere passate al focolare, annunciò a me ed a mia madre che forse aveva trovato il modo di far sparire i “piriatti”: gli avevano indicato una persona, anziana, che era in grado con alcune formule segrete di fargli sparire questo tormento. La persona in questione non faceva questa operazione a pagamento ma a “simpatia” e questo non garantiva che sarebbe stato disponibile ad intervenire sulle mani di mio padre. La sera dopo tornò a casa tutto contento ma stranamente taciturno; ci disse soltanto che “u zzu Ntoni” aveva cominciato a lavorare sulle sue mani ma per quante suppliche e domande noi facessimo non volle dire una sola parola in più. Questa situazione si è ripetuta per quasi due settimane e il silenzio di mio padre era più ostinato che mai ma mia madre aveva notato che, Piano piano, sera dopo sera, i “piriatti” diventavano sempre meno evidenti e numerosi fino a scomparire del tutto alla fine della terza settimana. E fu allora che mio padre cominciò a raccontare, sempre in modo circospetto e misterioso de i maneggi particolari i du “zzu Ntoni” sulle sue mani. In pratica, diceva, gli aveva messo su ogni “piriattu” un unguento e tenuto premuto sopra un filo di “jinostra” (ginestra) e questo sempre su ognuno dei punti malati. E mentre faceva questa operazione recitava una litania che mio padre non riusciva a capire e quindi a ripetere. Fatto sta che i “piriatti” sparirono e non tornarono più e mio padre dopo un po’ di insistenze infruttuose per farsi insegnare la “cura” non ne parlò più salvo poi raccontare questo episodio della sua vita ogni volta che con parenti ed amici ci si trovava a discutere di cose misteriose o inspiegabili col piglio di colui che da buon meridionale e contadino miscredente ragionava secondo quella massima che “non è vero ma ci credo”.

Il mistero e la potenza della cultura contadina

Io dal canto mio mi ritrovavo una sera si e l’altra pure a contatto con questi ragionamenti che accanto alla luce fioca della fiamma del focolare “i da zza Micuzza” erano il menù fisso delle mie serate senza la televisione insieme ovviamente alle mirabolanti avventure dei “Paladini di Francia” che “u zzu Rusaru” raccontava a puntate con la sapienza dei narratori orali del tempo senza il tubo catodico.
L’insieme ha rappresentato un detonatore di motivazioni e interessi che aveva come componenti il fiume della tradizione e il mistero di fenomeni la scienza non poteva spiegare, e del resto la scienza in quel momento era di la da venire nella mia testa. Un modo pin cui ik confine tra i morti ed i vivi tendeva sempre a divenire molto labile e in cui al sapienza e l’abilità delle mani di mia nonna prendeva il predominio sul terrore della siringa di “Peppi u messu” o dell’amara paletta del Dottore Spadafora infilata in gola. In questo contesto la guarigione di mio padre diventava quasi fisiologica e andava a suffragare quei racconti che ascoltavo al focolare.
Col tempo, il racconto di mio padre era diventato il mio e non riesco a contare le volta che l’ho usato nelle mie discussioni sui fenomeni esoterici che avevo ascoltato o trovato nelle biblioteche nei miei percorsi di studio e di ricerca: percorsi, inutile dirlo, inconsciamente indirizzati e guidati verso soluzioni che suffragavano vecchie convinzioni e confortanti credenze.

Epilogo

Tutto fino a tre giorni fa, sul finire di un anno senza infamia e senza onore come tanti del resto, quando un titolo su una rivista on line attira la mia attenzione: Le verruche, metodi di cura naturali.
Leggo e il primo metodo che viene descritto è quello dell’unzione con acido salicilico che non si trova direttamente in natura, ma che ha il suo precursore naturale nella la salicina, presente nella corteccia del Salice bianco (Salix alba). E il nesso diventa evidente ai miei occhi quasi immediatamente: e se i fili di jinostra non fossero spati tali ma soltanto rami di salice, e se l’unguento non fosse stato altro che estratto di salicina derivato da infusi di foglie di salice? “U zzu Ntoni” aveva usato un metodo assolutamente naturale condito da formule tramandate oralmente che avevano come unico scopo nonb quello di curare ma solo di preservare il potere di cura che la cultura contadina non poteva attribuire indiscriminatamente a tutti ma solo ad alcuni eletti che si erano in qualche modo dimostrati degni di possederlo.
qualcuno direbbe che ci ho messo 60 anni per scoprire l’acqua calda e non avrebbe torto ma scoprire l’acqua calda è sempre meglio che starci dentro convinti che sia fredda e poi finire bolliti come la “rana”.