Ho iniziato a lavorare nella scuola il 1985 e da supplente mi sono ritrovato, nello stesso anno, a concretizzare quelli che per anni erano stati soltanto buoni propositi: potevo finalmente scioperare e lottare concretamente contro quel sistema di potere con il quale, fino ad allora, mi ero misurato soltanto a suon di slogan e di manifestazioni. E’ vero, assaggiavo anche per la prima volta il senso di vuoto che la trattenuta, salatissima, sullo stipendio provocava nelle mie gia povere tasche, ma vui mettere con la soddisfazione di poter contribuire al riscatto dei lavoratori con la riuscita dello sciopero. La perdita economica era ampiamente compensata dalla soddisfazione di trovarsi insieme a chi la pensava come te, dalla sensazione di essere nel giusto insieme a quei colleghi e a quei dirigenti sindacali che ti erano stati accanto nelle battaglie per il lavoro e per una società più giusta.
Poi, i lunghi anni da supplente temporaneo con supplenze da 10 giorni in tutte le scuole della provincia e sempre in prima fila, nella partecipazione agli scioperi, alle consultazioni della base, ai presidi davanti al provveditorato e al ministero, alle assemblee, alle riunioni degli organismi. E intanto anche impegnato a spiegare alla moglie e ai parenti che non si poteva rinunciare ai “principi” in favore di una misera giornata di lavoro. E all’obiezione che quella misera somma era una parte importante del già misero stipendio del supplente rispondevi che la dignità dei lavoratori non aveva prezzo e che molti che stavano peggio di te scioperavano con te. Un po’ lo vedevi che questa era giustificazione che non si reggeva sugli scarsi numeri delle sempre più scarse partecipazioni, ma l’orgoglio dell’appartenenza e la giustezza delle posizioni coprivano il disagio di fronte al pragmatismo dei tuoi parenti.
Intanto l’impegno negli organismi dove alla fumosità degli interventi facevano da contraltare le battaglie all’ultimo sangue per occupare postazioni strategiche all’interno della geografia dirigenziale. E tu, che non hai mai aspirato a niente di diverso dal ruolo di attivo rappresentante dell’organizzazione, vedevi tutto questo e lo giustificavi come un male necessario e transitorio rispetto alla sopravvivenza dell’organizzazione stessa. E ti ripetevi che gli uomini passano e l’organizzazione resta, anche quando quegli uomini che passano te li togli dalle riunioni sindacali e te li ritrovi nelle riunioni di partito e a te rimane la sensazione di essere soltanto uno spettatore instupidito di un gioco che ha sempre gli stessi protagonisti.
ma la coerenza innanzitutto.
Quella coerenza che ti porta per 20 anni a scioperare sempre, ogni volta che la CGIL dichiara la mobilitazione, arrivando a telefonare a scuola e dichiarare la tua adesione anche nei giorni in cui sei libero o sei ammalato. Quella coerenza che ti porta a scontrarti con i “Dirigenti Scolastici Padroni” anche quando questi, pur di non scontrarsi con te sarebbero disposti a ricompensarti nel “giusto modo”. Ma i diritti dei lavoratori vengono prima delle tue convenienze personali: Altrimenti che sindacalista sei?  Altrimenti che significato avrebbe quell’orgoglio dell’appartenenza che hai gridato in ogni occasione?
Molte volte non sei d’accordo con le scelte del tuo sindacato, molto spesso avresti voluto decisioni più incisive all’interno e all’esterno ma ti spiegano che la tattica è soltanto un mezzo per far vincere il disegno strategico ed è inevitabile ingoiare un rospo tattico per arrivare alla torta strategica. Poi magari fai notare che un dirigente sindacale che non sciopera non è un rospo tattico ma una mancanza gravissima delle regole dell’organizzazione e succede che il momento non è mai ideale per certe scelte che se anche giuste, sarebbero controproducenti dal punto di vista politico e organizzativo. E mentre tu aspetti il momento ideale per certe decisioni, questi signori te li ritrovi come controparte nelle contrattazioni sindacali con il sorrisetto che di solito viene dedicato ai poveri scemi che non hanno mai capito niente della vita.
E tu ti ripeti che in fondo queste sono situazioni locali, e che al vertice nazionale la situazione è diversa: A Roma l’organizzazione è sana, li hanno come unico obiettivo l’interesse dei lavoratori  e purtroppo non si riesce a trasmettere in periferia lo stesso spirito organizzativo. Leggi i giornali che parlano di divisioni nei vertici nazionali ma ti dici che sono soltanto le solite illazioni giornalistiche, vedi la proclamazione di scioperi che sanno più di passerella politica che di prova di forza sindacale ma te le spieghi con la necessità di cercare la sponda politica nella lotta per i diritti, leggi piattaforme arretrate rispetto alle conquiste minime delle lotte sindacali degli ultimi anni ma ti ripetono che è il massimo ottenibile nella congiuntura attuale. C’è sempre una giustificazione per tutto. Intanto vedi ex dirigenti sindacali diventare onorevoli provinciali, regionali, nazionali, europei; dirigenti di partecipate, convenzionate, municipalizzate; presidenti di Camere, fondazioni, circoli e associazioni e ti viene il sospetto di aver lavorato per anni alla produzione di ricchezza per alcuni invece che per l’aumento della ricchezza della classe lavoratrice.
E scusate se per pudore di antica e comunque onorata militanza mi fermo qui ed evito di girarmi masochisticamente il coltello nella piaga già di suo molto dolorosa.
Ma quando dopo tre anni in cui i salari italiani stanno scendendo a livelli tunisini, i diritti conquistati in un secolo di lotte vengono messi platealmente in discussione, l’opposizione si affida a Fini e Bocchino per dire qualcosa di sinistra, mi sento dire che “E’ necessario quindi rimettere al centro del nostro dibattito politico il tema del lavoro e dello sviluppo”, Come se fino ad ora noi lavoratori avessimo messo al centro del dibattito politico le nostre vacanze ai tropici, allora forse è arrivato il momento di dire che la misura è colma e che forse è arrivato il momento di dire basta. Forse è arrivato il momento di ripartire mettendo per la prima volta al centro della mia personale riflessione politica il senso di una militanza troppo spesso accettata acriticamente e sempre giustificata a prescindere.
Sono consapevole di prendere una decisione che nella mia condizione di dirigente provinciale non può rimanere senza conseguenze. Conosco le regole statutarie e so che la più immediata prevede la decadenza dagli organi direttivi di cui faccio parte, ma credo con questo di contribuire comunque alla crescita dell’organizzazione: inizia con me, finalmente, il rispetto delle regole da molto tempo diventate un optional.

 

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