Il Materiale e l'Immaginario

La marionetta è tutta scema: si prende le botte in testa senza fiatare, molto spesso assume la parte del cornuto e mazziato ma, soprattutto, non esce mai fuori dal suo teatrino di cartone.

La marionetta fa ridere grandi e bambini. Soprattutto i grandi, ma è comodo scaricarla sempre sui bambini.

La marionetta è innocua. Non fa storie quando la metti da parte, quando la trascuri, quando la lasci in fondo al ripostiglio dietro il teatrino, nella cassa delle cose che non servono. La marionetta è di pezza, non ha un cuore, è destinataria di amore solo di riflesso quando gli danno un personaggio da interpretare: La marionetta è soltanto quello che l'autore vuole che sia.

Ma la marionetta è felice di tutto questo. A lei bastano quei pochi momenti di amore riflesso, quelle apparizioni anche fugaci che la riportano in vita ogni tanto, gli applausi dei bambini felici e i sorrisi compiaciuti dei grandi. La marionetta sa di essere una marionetta e non desidera essere altro: quanta fatica essere autonomi!

Ma alla marionetta non puoi chiedere di decidere il finale della storia. Non si può chiedere alla marionetta di non essere marionetta.

Voi umani vi divertite delle sue disgrazie, del suo essere stupida, e poi pretendete anche che decida per voi?

 

Anni 50.... La mamma prende al bambino i pantaloni da mettere per andare a scuola. Sono appena lavati e asciugati, il panno di velluto ha ancora l'antico colore e non sono molto evidenti i segni dell'usura nelle parti più soggette. Il bambino però non sembra contento, non si veste con il consueto entusiasmo, sembra non avere molta voglia di prepararsi  per andare a scuola. La mamma si preoccupa che non sia successo qualcosa a scuola il giorno prima e, senza far notare un eccessivo interesse, fa le opportune domande che ricevono risposte altrettanto evasive ma categoriche su un punto: La scuola non c'entra niente.

Le domande continuano, la mamma vuole capire cosa succede al suo bambino e non si accorge di diventare ansiosa. Ansia che si trasmette al bambino e si tramuta in pianto. Ma, finalmente, tra i singhiozzi emerge, timida, la vera ragione dell'imbarazzo del bambino:- Non li voglio i pantaloni con le "pezze" alle ginocchia! La mamma è incredula e anche un po sollevata dalla rilevazione, aveva pensato a qualcosa di molto più grave che due toppe ai pantaloni: ma i pantaloni avevano già le "pezze" al culo e non hai mai fatto storie per metterli?
E i singhiozzi si fanno più forti, liberatori, smozzicati dalle parole:- Si, li mettevo, anche se malvolentieri, sapendo che non ci sono soldi per comprarmene di nuovi. In fondo mi consolavo con il fatto che, al culo, le "pezze" non le vedevo e mi potevo illudere che fossero nuovi. Ma alle ginocchia no...li le vedo...le mostro al mondo come se fossero il distintivo della nostra povertà ma anche, e soprattutto, uno schiaffo doloroso alle mie precarie illusioni.
La mamma prova a giustificarsi, prova ad abbozzare una spiegazione razionale e compassionevole pur sapendo che lo sforzo sarà inutile:- Ma se non ci metto le "pezze" si vede lo strappo alle ginocchia! Questa volta la risposta del bambino è più ferma, più convinto delle proprie ragioni: - se 'cè uno strappo posso dire che l'ho appena fatto, posso renderlo un disagio momentaneo. Se ci sono le "pezze" non ho nemmeno scuse...Sono un morto di fame con le pezze al culo... certificato!

 

 
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