A cìpia i du “Scifu”

C’è stato un tempo in cui la storia a San Mauro sembrava essersi fermata…mentre in altre parti del mondo si vendevano figoriferi, lavatrici e televisori, a San Mauro era ancora di moda “a vucata” che affondava le radici nella preistoria della civiltá contadina. Condizione essenziale per questa usanza obbligatoria e necessaria era la “cìpia” e tutto il contorno che questa presupponeva: un prato intorno per stendere la biancheria, una “caseddra” dove rifugiarsi e riparare la biancheria in caso di acquazzoni improvvisi, uno spiazzo o un camino dove far bollire “a quadara” e soprattutto l’essere vicina al paese per poter trasportare la biancheria sulla testa e sulle spalle se non si avevano animali a disposizione. “U Scìfu”, “Massu”, “Mastru Firranti”, “l’acqua i Bartulu” e altre fonti minori erano le lavanderie pubbliche-private della comunità Sammaurese. Solo chi ha partecipato almeno una volta al rito della “vucata”, come semplice spettatori (i ragazzini) o come lavandaia, può sapere come era facile trasformare una fatica immane in un momento di divertimento e di spensieratezza. Solo chi ha avuto la fortuna di assistere da ragazzino a questo rito può sapere come era facile che ragazze e donne di eta avanzata, pudiche e morigerate spose e madri di famiglia si trsformavano in impudiche narratrici di racconti porno e fatti sconci che solo alla “cipia” era possibile ascoltare. Era il luogo dell’ “educazione sentimentale” contadina e del pettegolezzo più sfrenato dove le donne, da sole tra donne, potevano liberarsi di tutti i freni inibitori che il chiuso delle case e della morale contadina imponeva. Era il salone delle donne in assenza del negozio di parrucchiere, era la piazza delle donne visto che quella del popolo era proibita. La memoria riporta purtroppo, o forse meno male,  soltanto risolini e risate liberatorie, ammiccamenti e gestualità sconce, nomi e “paranumi” che non si riesce a legare a fatti con nessi logici e comprensibili. La memoria però ricorda benissimo che il ragazzino di allora riusciva capire tutte quelle parole e quei gesti che diventavano oggetto di racconti, gesti e ammiccamenti tra ragazzi all’angolo della “ruha” alla sera prima di essere richiamati imperiosamente per andare a letto. E la “cìpia” diventava quasi un premio a cui aspirare alla prossima “vucata”. Della “cìpia” come piscina olimpionica dei “bambinichenonavevanomaivistoilmare” proveró a parlare una prossima volta.

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